Scrivere non è un obbligo.

Chissà perché ogni personaggio che abbia appena un po’ di notorietà televisiva sente il bisogno di scrivere un libro. Un’inquietudine ci attraversa: quale può essere l’origine di questo fenomeno dilagante?
Sarà la volontà di sfruttare fino in fondo la propria notorietà, tentando un mestiere (quello di scrittore) che si considera alla portata di tutti? O sarà piuttosto la facilità con cui ci si è creati un nome che induce a pensare di poter svolgere bene qualsiasi compito? Sarà un certo senso di inferiorità culturale che spinge a voler dimostrare di padroneggiare pensieri e parole con la stessa dimistichezza con cui si maneggia il microfono? O non sarà, invece, l’effetto Fabio Volo, partito come deejay e diventato un novello Re Mida che trasforma in oro qualsiasi cosa tocchi, al punto da dominiare anche le classifiche dei libri più venduti?
Mistero. Chi è diventato qualcuno con questi ‘metodi’ moderni avverte un irrefrenabile impulso a consegnare alla stampa le proprie parolette. Insomma, mentre si taccia di snobismo chiunque si permetta di criticare qualunque manifestazione di ‘cultura pop’, i protagonisti del pop non si considerano realizzati finché non conquistano la firma sull’oggetto di cultura per eccellenza: il libro.
E’ recente la polemica, sollevata dallo scrittore e critico Pietro Citati, sul valore letterario di tanti best-seller italiani e mondiali. In sostanza, sostiene Citati, piuttosto che leggere Dan Brown, Paulo Coehlo e Giorgio Faletti, è meglio non leggere. Personalmente non sono mai stata tentata da Dan Brown, Coehlo l’ho abbandonato al secondo romanzo e di Faletti ho letto solo il giallo d’esordio,
Io uccido, che mi è sembrato un buon libro di genere. Non sono certa che rappresenterà nella letteratura italiana ciò ceh Raymond Chandler e Dashiell Hammett, autori di gialli passati alla storia, hanno rappresentato per la letteratura americana, ma ho terminato Io uccido con godimento.
Sappiamo ormai che le classifiche dei libri più venduti non rappresentano quelle degli scrittori più bravi, nè leggiamo solo per accrescere la nostra cultura. Si può leggere per curiosità, per evasione, perfino per addormentarsi. Ma in un Paese come il nostro, dove esistono più scrittori che lettori, vorremmo evitarci il dilemma se sia buona cosa investire o meno i nostri risparmi culturali per leggere qualcuno che si esprime meglio parlando o cantando.

Così Rosanna Biffi. Il discorso, mi pare, si riallaccia sia a quello sulla deriva culturale di cui si parlava nel precedente post (si legga per es. questo commento di Diego), sia a quanto leggevo, condividendolo, su Plutonia: che tutti scrivano, o quasi, e che nessuno o pochissimi leggano è risaputo, ma ci si chiede quanto sia giusto affermare che pure chi non legge sia in grado di scrivere, e di conseguenza gli sia lecito chessò pretendere di darsi al fantasy non avendo mai letto nulla del genere (e non intendendo farlo!).
A mio parere assolutamente no, chi non legge abitualmente e con interesse, a prescindere dalla frequenza con cui lo fa, non può essere in grado di scrivere narrativa (nè saggistica, ma non ampliamo troppo l’orizzonte): magari sarà in grado di comprendere ciò che legge e scrivere anche molto bene nella quotidianità o in ambiti tecnico-lavorativi; ma la narrativa – e non dico nemmeno alta letteratura – non si inventa e non si improvvisa. Anche ad avere talento, dote che con tanta facilità l’uomo tende ad attribuirsi impunemente, occorre comunque leggere. E’ il minimo. Scrivere senza leggere equivale a mettersi ai fornelli quando ci si nutre esclusivamente di omogeneizzati.

Dopodiché, quello sulla qualità di specifici libri, venduti e non, è un dibattito che non cesserà prima degli ultimi eventi umani e degli avvenimenti escatologici: sospetto anzi che prima d’essere giudicati, verranno di noi giudicati i testi, e finalmente capiremo cosa è fuffa e cosa parola, per grazia di Dio, eterna.
Nel frattempo, però, il nostro tempo non è infinito su questa terra, e seppure sono ebraicamente convinta che in Paradiso avremo tempo e modo di recuperare tutte le letture che neppure sospettiamo attualmente siano possibili, dobbiamo deciderci.

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8 thoughts on “Scrivere non è un obbligo.

  1. Questo ripasso a leggermelo con calma, proprio in questi giorni leggo cose in giro per i blog di cucina che mi inquietano 😉 Buona giornata 🙂

  2. Fai con comodo! Non vorrei distrarti e farti bruciare qualcosa nel forno 😉
    E comunque adesso sono curiosa: so che abbastanza spesso incappi in discussioni ‘al sangue’, que pasa stavolta?

  3. io penso che alcuni personaggi famosi (per esempio calciatori ma anche altri) siano spinti a scrivere (o farsi scrivere da un ghost writer) un libro per un motivo semplice e banale: se si vende lui e l’editore guadagnano bene

    io credo che il citati abbia sostanzialmente ragione, ma sono convinto che l’unico sistema sia il «filtro tempo», specie nel genere della letteratura

    del resto, un libro è anche un prodotto commerciale e alcuni grandi scrittori scrivevano molto soprattutto per pagare dei debiti, come balzac e salgari, per cui solo il tempo puo’ dire se uno scrittore era davvero un artista di rilievo oppure no

    che siamo un popolo di grafomani è vero, basta vedere per esempio il portale «il mio libro» su repubblica, migliaia di scrittori, un mercato tipografico immenso, da coltivare

    ripeto, solo il tempo è un buon filtro, per esempio le sorelle giussani non sapevano che diabolik sarebbe diventato un classico del fumetto, e non sarebbe scomparso come le decine e decine di fumetti «neri» apparsi negli anni sessanta

    io leggo solo saggistica, non perchè disprezzo la letteratura, ma perchè nella saggistica mi è più facile sapere il perchè è stato scritto un libro, quali correnti di pensiero culturale lo hanno stimolato

    certamente fra un saggio del mio amico prof. biuso, magari edito da un piccolo editore e un libro di fabio volo, non ho alcun problema nello scegliere, ma in fondo per me se uno vuol leggersi anche un bel rotolo di carta igienica puo’ farlo, ci mancherebbe

  4. Leggere richiede tempo.

    Personalmente amo leggere tutte le mattine un quotidiano. Dalla prima all’ultima pagina, da molti anni. Mi richiede circa 45/60 minuti, dipende dalle volte.

    Questo vuol dire che devo alzarmi prima.

    Poi, per riuscire a leggere qualche decina di libri all’anno, devo fare i salti mortali… ovvero devo letteralmente accelerare tutte le altre cose che possono essere velocizzate… Le cose della quotidianità. Escluso il lavoro, ovviamente.

    Ci vuole tempo, impegno e fatica.

    Ma tutto questo, poi, ha un “ritorno”.

  5. Pecunia non olet, ma neppure fama: chissà quale delle due spinge di più.

    Non ho seguito il dibattito partito da Citati, ne ho letto sporadicamente qua e là, ma con quanto riportato dalla Biffi non sono d’accordo – nonostante, come detto, mi sia votata ormai anche io al partito del ‘evitare le schifezze conclamate’. A meno che uno non voglia proprio conoscere direttamente i contenuti di quella cosa di cui tutti parlano, bene o male, per ragioni magari di interesse personale: l’esempio di Dan Brown in tal senso è perfetto, perché pur avendone un’idea piuttosto chiara già da prima attraverso recensioni accurate ed opinioni di persone fidate; farne una critica sarebbe stato impossibile senza averlo letto. E poi, io che sono in fondo sempre un po’ ingenua in queste cose tendo sempre a mantenere una punta di speranza che non sia poi così male, ciò che tanto male appare.

    Sul fattore tempo sono d’accordo in parte, nel senso che ritengo – grossomodo – che un classico o comunque un testo meritevole sia tale con tutta evidenza più o meno da subito; e che i corsi e ricorsi storici e culturali possano propagandarne la validità o tentare di affossarla, ma che la sostenza non possano in realtà andare a toccarla.
    Così come le vere ciofeche si annusano a distanza, di solito. E’ ciò che sta nel mezzo, in fin dei conti, che resta difficile da valutare.

    (Repubblica, Il mio libro… non so se parliamo della stessa cosa, ma il secondo mi fa venire in mente il portale di autoeditoria più noto.
    E guarda, di autoeditoria non parliamo che ho già la gastrite di mio. Potrei andare in ulcera multipla ed estesa, istantanea. E’ una delle poche cose al mondo che la mia psiche nega, sempre nega, fortissimamente nega a se stessa di conoscere).

  6. Ti invidio la costanza.
    Meno la lettura del quotidiano, anche se mi rendo conto che sarebbe buona norma – se non con la frequenza che il nome richiede, poco meno.
    In compenso, superata la fase di stanca di sei mesetti fa, dovuta però a questioni personali ed un conseguente stato d’animo da sottoscarpa; sono tornata normalmente ad infilare pagine in ogni momento libero, in ogni stanza.
    Non sono ancora al top dell’entusiasmo, ma è proprio questa la mia cura: leggere, per tornare a godere e mettere in primo piano la lettura.
    Appunto: impegno e fatica per un profitto senza prezzo (per tutto il resto, cioè per la materia prima-libro, ci sono le biblioteche ed i buoni sconto IBS ottenuti con i punti benzina).

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