L’amaro.

Non ne sono stupita, ma nemmeno me l’aspettavo.
Dopo aver incontrato la storia di Chiara Corbella e della sua famiglia, dopo aver speso alcune povere parole per contribuire a farla conoscere; noto che nella pagina degli ultimi articoli pubblicati più rilevanti ne compaiono ancora molti a loro dedicati.
Ne sbircio alcuni, compresi un paio da blog che avevo smesso di seguire nonostante i contenuti spesso di qualità a causa di una presuntuosità diffusa, tra autori e lettori, che non tollero. E mi rinfresco la memoria su come mi sentivo frequentandoli. Leggo un’ammirazione ed un desiderio di imitazione, che condivido, per Chiara, per una decina di commenti.
Poi ecco, si comincia: la gioia e la profondità della sua testimonianza, l’importanza dell’evidenza di come il dolore possa mutarsi in felicità – che non necessita di troppe parole, ha quasi timore di lasciarsi dire, di non colpire più il cuore che la mente – passano in secondo piano e divengono facili scuse per sentenziare sulla fede altrui, su vite che non si conoscono e non si tenta di conoscere, ma si inquadrano e giudicano deficitarie sulla base di rozzi schemi pregiudiziali.
Facili scuse per giocarsi l’eterno argomento dell’aborto, certo attinente ma quanto mai fuori luogo, e mostrare compiaciuti o solo arrabbiati un’impietosità da far rizzare i capelli, una disattenzione per l’esperienza umana di molte madri riassunta sommariamente in lapidarie affermazioni di principio, lontane dalla terra e dalla vita reale, dal cuore delle persone.
Di una rigettata dichiarazione d’incostituzionalità per un certo articolo della 194 si parla anche altrove, subito a ridosso di questa storia di amore faticoso e provocatorio ma in fondo semplice, puro e non didascalico o didattico. Si strepita di presunti diritti universali da un lato del ring, e di bugie luciferine dall’altro.
Si dimenticano e si calpestano, da ambo i lati, le donne reali, la complessità della questione (che è tale a prescindere dal nostro pensiero in merito) e si modella una donna caricaturale, con due sole possibilità di ‘scelta’ : impotente eppure furente vittima di un sopruso clerical-maschilista millenario oppure disgustosa egoista.
Il solito fango. Le solite pretese. Le solite cazzate. Amare.

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29 thoughts on “L’amaro.

  1. Impotenza furente, ed egoismo disgustoso, sono fra le “basi interiori” di quelle persone che riescono a produrre tali commenti fangosi e pretestuosi. Fin troppo spesso si ha l’impressione che molti non riescano a vivere, se non si ingozzano quotidianamente di cibi marciosi… metaforicamente (solo?) parlando…

    Mi aspettavo che ne parlassi.
    Non mi aspettavo che “non te l’aspettassi”…

    (ma è un punto a tuo favore: ognuno dal proprio cuor…)

  2. Ah! Molte volte questo blog è stato raggiungo ricercando quella frase. Dante, o chi altri? Me l’avevate detto, ma lo scordo di continuo.
    (Che poi, è abbastanza vero. Ma quando si accumula esperienza di una certa cosa, fatta da sè o fatta da altri, per seguitare a non aspettarsela si potrebbe non avere un cuore puro, ma soltanto un cuore smemorato e distratto. Boh).

    E davvero, ti aspettavi che ne parlassi?
    Io mi chiedevo invece se, posto che gli atteggiamenti descritti non mi sono nuovi, non fosse il mio occhio ad essere troppo concentrato su quelli e poco allenato (fa caldo, prego poco perché sono ariduccia e sono ariduccia anche perché prego poco) a valorizzare il buono entro gli stessi interventi, o gli stessi commentatori.

    Alla lunga ho rinunciato – non senza dispiacere – ad alcuni blog cattolici degni di nota proprio perché, personalmente, non vi ritrovo (soltanto) fermezza e compassione, ma più spesso rigidità e veemenza. Per altro con il timore di lasciare che queste ultime si conquistino il mio timone, a forza di starci in mezzo; e sai bene che sono tratti che la mia personalità purtroppo non ignora. Che poi non siano, io credo, una modalità interattiva tipica ma emergano precipuamente quando la calma mi abbandona, è un altro paio di maniche.

  3. Ti leggo sempre volentieri. E spesso sento un’affinità. Cercherò di seguirti, magari, un po’ più regolarmente. Ho esperienza di blog cattolici. Su splinder cercavo di interloquire, e qualche volta ho un po’ dibattuto. Mi appassiona soprattutto il dibattito sull’approccio (scusa la parola) che il credente può avere verso la vita sociale e politica. Ho appena letto, per esempio, una lettera che Assuntina Morresi (nota blogger e saggista, o, forse, “pamphlettista”), ha inviato al “Foglio” di Ferrara, sul tema della scelta di un leader cattolico, e sul fatto che questo leader non debba essere Passera. Mi ha colpito la sua insistenza sui cosiddetti “valori non negoziabili”, come discrimine della cattolicità nella vita pubblica. Ecco. Per esempio, questi valori-non-negoziabili, non è che per caso siamo pronti a negoziarli, proprio per barattarli con un po’ di voti? Non sono sicuro che il tema ti interessi particolarmente. E’ un po’ per dire che anche a me colpisce sempre la capacità di immiserire un tema, uno spunto bello, che c’è sui nostri blog (e, regolarmente, anzi all’ennesima potenza, anche su Facebook), per la propaganda di parte, per qualcosa che con quello che conta non c’entra. Un fatto frustrante, che ci invita a tenere alto, se possiamo, il nostro sguardo e anche le nostre parole. Un saluto.

  4. Ti ringrazio, magis. Il blog ‘galoppa’, cresce, ma lo puoi sempre ritrovare – e sfogliare – qui, quando vuoi.

    Stasera, a mente più lucida (dopo una bella camminata) cercherò la lettera di cui parli.
    M’è capitato di leggere altre cose della Morresi, credo partendo da spunti di Berlicche, e talvolta ho proprio scosso la testa – ma ho apprezzato la, come dire, pulizia di pensiero. La conosco poco, in ogni caso, e men che meno Passera (ci hai visto giusto: più che non interessarmi, seguo e capisco poco le questioni più squisitamente politiche; però l’obiezione sulla disponibilità a far diventare negoziabile ciò che nel pensiero o negli intenti non lo doveva essere la condivido. E’ un problemuccio umano che accomuna credenti e non…
    … ma perché ti scusi della parola? (approccio?). Coincidenza, è un termine che amo ed adopero parecchio 😉

    E sì, fondamentalmente l’impressione è che più di frequente di quanto sarebbe accettabile, poiché dopotutto siamo imperfetti, ci si pari dietro il versetto ‘sono venuto a portare non la pace, ma la spada’ per giustificare le proprie intemperanze. Un po’ come alcuni non credenti si parano il sedere con il più noto ancora ‘non giudicate se non volete essere giudicati’. Ad interpretazione libera.
    Se è vero che il buonismo non ci piace, ed ho imparato proprio grazie ad alcuni di voi a capirne meglio risvolti e perniciosità, è altrettanto vero che vedere buonismo ovunque ci porta solennemente fuori strada: e allora per non rischiare di essere mollemente tolleranti finiamo per non essere neppure buoni, misericordiosi. Da operatori di pace a operatori… catechetico-fiscali.

  5. il punto, secondo me, è uno solo: ha Chiara deciso secondo la propria coscienza? se sì, non c’è altro da aggiungere, tutto il resto è sterile polemica. (a parte che: siamo così sicuri che, se Chiara non fosse credente, non avrebbe fatto comunque la stessa scelta? io credo che il rapporto madre-figlio prescinda il discorso della fede)

  6. Sì, e no.

    Possiamo capire la scelta di Chiara solo nell’ottica della fede, perchè è esattamente quest’ultima (e ciò che a cascata suscita) che l’ha mossa, non altro.

    Ma, certamente chiunque, oltre a sviluppare un proprio personale rapporto madre-padre/figlio che sta sia a monte della fede (la precede, se c’è) sia a valle della stessa (ne è influenzato e diretto, così come da altre convinzioni e relazioni), può in quanto essere umano fare una scelta di sacrificio, di dono della vita – ma aggiungiamo pure, pensando ai rapporti di coppia: di impegno non temporaneo, di dedizione, ecc.
    Dico che non è scontato: amare un figlio non è affatto scontato, e donarsi per lui men che meno – spesso nemmeno la fede basta ad amare, ma la fede offre dei motivi chiari per provarci seriamente. Nella mia esperienza personale di non credente non ho mai ravvisato una motivazione sufficiente a sostenere l’opportunità dell’amore per l’altro.
    Dico che un non credente potrebbe fare la stessa scelta, certo.
    Ma, dal momento che credo, dico anche che pur essendo libero nella sua scelta e guidato da convinzioni e/o motivazioni diverse; ciò che agisce in un non credente che sceglie di donarsi per un altro, per chiunque altro, è precisamente quello stesso Spirito cui lui non riconosce un ruolo.
    Dico che il bene sta in Dio e che quando noi lo agiamo, per un verso o per un altro, siamo in Lui; a prescindere da ciò che nella nostra vita abbiamo elaborato, pensato, sottoscritto o rifiutato, fatto pienamente nostro o lasciato in penombra.
    Per questo le domande del tipo ‘è forse un non credente meno capace di amore, meno misericordioso, meno pronto a rinunciare a sè di un credente?’ sono sacrosante, ma al contempo ingannevoli.
    Non si tratta di stabilire un primato, ma di scoprire che non c’è differenza: un non credente è comunque un figlio di Dio, che sia poi uno scettico feroce, o un disilluso ferito, e via discorrendo. E in ogni uomo, non solo in ogni credente, Dio vive (come un bambino in grembo) e attende semplicemente che la persona colga il dono della sua presenza, ne faccia uso. Punto.
    (Spero che nessuno ora mi replichi che voglio forzatamente assimilare i non credenti ai credenti, ritenendo i secondi migliori dei primi).

    ‘notte.

  7. Ma anzi: un non credente che si comporta secondo giustizia (“ascoltando”, nel suo intimo, quello Spirito che parla anche al suo cuore, nonostante egli “non Lo conosca”), è tanto più degno di lode, rispetto a molti “credenti” che sono diventati maestri a barcamenarsi fra Dio e Mammona.

    Sono maestri in questo: almeno così credono loro…

    E i valori di base, quelli “non negoziabili”, appunto, rimangono tali… finché non fa comodo “rinegoziarli”…

    **

    Ed è verissimo che certe scelte “finali” (irreversibili) non possono non affondare le loro radici nella fede: perché il bene “umano”, ad un certo punto, trova necessariamente il suo limite (variabile da persona a persona).

    A meno di non innestarlo nello scandalo, nella “follia” della Croce di Cristo: quella follia che sola può superare la – molte volte sacrosanta – legge del taglione.

    Chi penserebbe, di suo, a “porgere l’altra guancia”, ad “amare i propri nemici”?

    Perché il Vangelo è, per il novantacinque per cento, mero buonsenso; è quel restante cinque per cento “di follia” ad essere “segno di contraddizione”…

  8. Col tempo ho stilato una semplice regola, che vale per ogni “mezzo comunicativo” (blog, siti, lettere, “viva voce”, e quant’altro): ciò che manifesta forti tratti di rigidità e veemenza (tanto per usare i tuoi termini), vale a dire ciò che si nutre di integralismo fine a sé stesso, lo rifiuto a priori. Perché è esattamente ciò che nega, fin dal principio, le basi per un sano dialogo.
    Tanto più se si parla di cattolici (o sedicenti tali).

    Servono invece fermezza (per non scadere nel sincretismo) e compassione (perché ciascuno di noi, chi prima chi dopo, ha probabilmente commesso i medesimi errori che oggi, magari, vorrebbe rinfacciare a qualcun altro).
    Sempre per usare i tuoi termini.

    Sogni d’oro…
    🙂

  9. Diciamo che tutti commettiamo errori. E questo è uno dei buoni motivi per essere compassionevoli; motivo ragionevole prima che suggerito dalla fede.
    Che si rinfacci sempre all’altro gli stessi errori che noi per primi abbiamo commesso, trovo sia invece un luogo comune meno frequentemente veritiero di quanto si pensi.
    Nelle situazioni cui ho fatto riferimento qui agisce non tanto un risentimento personale (anche se i modi astiosi potrebbero farlo credere) o una rabbia verso ciò che non si accetta di se stessi e l’altro ci rimanda, quanto un più banale sentimento di disprezzo malamente mascherato per chi non s’inchina al pensiero dei galli del pollaio. Leggo un sacco di sarcasmo e di risposte non brillanti, ma solo pungenti, acidule.
    Ed in casi come questi che si tratti di cattolici o meno non mi tange. O meglio, prendo nota di tutto, ma è fin troppo chiaro che non è la cattolicità il quid che scatena la boria. Ciononostante, non posso non osservare quanti danni un simile atteggiamento provoca: sarà pur vero che la Chiesa è composta da uomini imperfetti, e che questo non vanifica il suo essere al contempo di origine divina. Ma tu vallo a dire a chi è nel dubbio, e sarebbe pure propenso ad ascoltare un annuncio che dicono lieto e foriero di felicità, che rischia di incappare in personaggi che quell’annuncio te lo danno sì, ma se poi per sbaglio fai mostra di avere ancora un dubbietto o di stare arrivando ad apprezzarlo per una strada diversa dalla loro ti prendono a mazzate.

    (Ceno, poi rispondo al tuo secondo).

    Aggiungo una riga per spiegarmi ancora meglio.
    I megalomani esistono in tutte le salse: fermandoci al solo piano della confessione religiosa, vi è un discreto numero di protestanti che contendono il titolo di reginetta stizzosa ai cattolici.
    Ho scritto che leggo malcelato disprezzo nelle parole e nei modi di certuni, ma non so se sia un termine adeguato. Il disprezzo in sè e per sè non è negativo, è un deprezzare ciò a cui non si riconosce una validità, una bontà. E d’altronde anche l’odio può essere inteso come indignazione sana, rifiuto netto del male: tutto, in entrambi i casi, sta al come si usa e verso cosa si indirizzano l’odio o il disprezzo.
    Rifiutare chi ha un diverso orizzonte morale per il solo fatto che ce l’ha (e non per gli effetti di quest’ultimo), per poi accusarlo di essere intransigente nei confronti di chi crede; oltre che una cattiveria è il più efficace modo di allontanare qualcuno da ciò che siamo chiamati ad annunciare. Non so se esista colpa peggiore.

  10. La lettera cui fa riferimento magisamica è questa:
    http://www.stranocristiano.it/content/mia-lettera-al-foglio-sui-presunti-leaders-cattolici

    Credo che il commento di Guchi fosse diretto più o meno proprio a questo: a negare che il bene “umano”, ad un certo punto, trova necessariamente il suo limite (variabile da persona a persona).
    O meglio: immagino che per lei, come per molti altri, sia chiaro che il bene umano (comunque si intenda questo ‘bene’) ha un limite, ma che in esso sia già ricompreso un atto – per quanto eccezionale, o forse no: solo particolarmente alto, difficile – come quello di Chiara. Un bene, una scelta interamente umana dunque (come potrebbe d’altronde essere altrimenti, se non si è credenti?), non coadiuvata da alcuna partecipazione divina, neppure inconsapevolmente.
    Non so, se sbaglio oppure ho mal compreso spero di venir corretta.

  11. Pardon, dimenticavo: la legge del taglione non so quanto sia sacrosanta.
    So che non è affatto sinonimo di vendetta cieca e sproporzionata, come comunemente si ritiene: anzi, ha rappresentato per l’antichità l’esatto opposto.

  12. Del funerale di Chiara Corbella mi ha colpito soprattutto una frase dell’omelia di p. Vito D’Amato, che ne era il direttore spirituale: “Non vi venga in mente di far venire i sensi di colpa a questo figlio, dicendogli che la mamma è morta per lui. Chiara non è morta per Francesco. Chiara gli ha dato la vita”.

  13. Sì, è piaciuta molto anche a me.
    E’ certamente vero che per un figlio la miglior cosa è avere accanto i genitori, entrambi; ma è anche vero che ce la si può cavare bene.
    E’ giusto fare tutto il possibile perché si verifichi la condizione auspicabile di garantire ai propri figli i genitori, e che siano buoni genitori.
    Ma sappiamo che non sempre è in nostro potere.
    La domanda giusta è: il dolore portato dalla scelta di Chiara era evitabile, o compiendone una diversa sarebbe stato ancora maggiore?
    E’ stato un capriccio (sì, la carità talvolta nasconde ben altro, anche inconsapevolmente, come la sete di riconoscimento sociale) oppure un gesto trasparente, meditato e sofferto ma preferito ad altro?
    Solo Chiara e la sua famiglia lo sanno; ma noi non dovemmo risparmiarci nel farcene un’idea ed accogliere ciò che essa ci porta. E poco ci risparmiamo, infatti, se pensiamo a come molti fra blogger e quotidiani si sono raccolti attorno a loro.
    Quel che è certo, appunto, è che condivisa o meno da ciascuno la scelta di Chiara non è stata ovviamente per la morte, ma per la vita.

    >> L’omelia la si può ascoltare qui: http://chiaracorbellapetrillo.tumblr.com/post/25670409050/omelia-di-padre-vito-damato-al-funerale-di-chiara

  14. Tema molto delicato, sul quale non è facile esprimere un parere netto. Io, da ateo e anticlericale quale ritengo di essere, ammetto di aver provato un moto di orrore, di fronte a questa storia – non per la parte finale (Chiara che non si fa curare per il figlio) quanto per la determinazione nel portare a termine le due precedenti gravidanze, pur sapendo che i neonati sarebbero morti nel giro di poche ore – immagino, tra sofferenze non trascurabili. E ho provato orrore di fronte alla festa in cui sono stati trasformati i due funerali. Certo, mi rendo conto che “orrore” è una parola dura, e ingiusta: ma io ho sentito esattamente questo. La morte trasformata in gioia da una fede inumana.
    Ma ci torno sopra meglio – non voglio ridurre la questione delicatissima che ci sta dietro a un parere da ortodosso dell’antiortodossia…

  15. Innanzitutto, Paolo, questo tuo commento è rispettoso, non aggressivo; e poiché ti rendi conto della delicatezza della questione (che dà adito ad un potenziale di riflessione molto ampio, per altro) non può che giungermi gradito.

    Non è inutile in questo caso notare come il punto di vista di un credente, in generale, opera una lettura precisamente opposta: da una situazione inumana (non causata dalla divinità, ma soltanto permessa, che pure non è poco ma è diverso) la fede trae gioia non perché giudica buona e piacevole la morte in sè, ma perché coltiva la sicurezza (non certezza, sicurezza) che quell’inumanità non è il destino ultimo delle persone amate. In questo caso dei due figli.
    In questo senso va intesa la festa, che non era comunque un carnevale nè nelle intenzioni nè nella forma (anche se pesonalmente apprezzo, ma contestualizzandole, le manifestazioni funerarie di altre culture).

    Da parte mia invidio, positivamente, la forza d’animo di Chiara.
    Non significa che invoco, nè trovo sensato farlo, delle prove ‘a caso’, delle sofferenze apposta per ricercare la santità. Come lei stessa ha sottolineato ricordando le parole di più papi, la santità non alligna nello straordinario donato magari una volta per tutte, ma soprattutto nell’ordinario.
    Dico che gliela invidio perché, come scrivevo nel post precedente su linkato, non mi ritengo in grado di sopportare e far fronte, con dignità e senza causare maggiori danni, ad una esperienza simile. C’è chi sa farlo, però; ciò che sento oltre le mie possibilità (che sia un giudizio esatto o impaurito), e che mi fa orrore (perché in fondo l’orrore non è che la coscienza di un limite e di un rischio, che giustamente si teme purché si comprenda che può far parte di noi e non necessariamente di ciò osserviamo) non è impossibile tout court.
    Con questo non voglio interpretare il tuo orrore, condiviso certamente da altri, solo dare uno spunto.
    L’orrore è sano, se comunica non disprezzo ma dispiacere. E lascia interrogare su cosa ci dispiaccia, ci lasci letteralmente doloranti.

    Aggiungo a posteriori (ore 00:12 del martedì, sarebbe il caso di andare a dormire) che quella mia invidia, se così la si può chiamare, nasce dalla consapevolezza dello scarto tra giustizia e carità che vive in me di fronte a queste peculiari situazioni.
    Non è che la ‘semplice’ giustizia sia disprezzabile, tutt’altro, ma si vorrebbe saper essere di più, ed altro.
    http://deliberoarbitrio.wordpress.com/2012/07/16/lesperimento/#comment-16553

  16. Ciao Denise, torno solo ora davanti al pc, dopo qualche settimana di distanza, e posso quindi leggere questa tua bella risposta. Il punto più problematico, per me, è che non credendo in qualcosa di ultraterreno – anzi, essendo io intimamente convinto che la religione sia prodotta dalla particolare configurazione del cervello umano (al riguardo, può essere molto interessante leggere il libro “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza” di Jaynes) – trovo “aberrante” (per il momento, prendi con le pinze questo aggettivo) credere che un determinato comportamento possa essere premiato in un altro mondo.
    Con “aberrazione” intendo quel sentimento che tu proveresti se io ti dicessi che questa sera salirò sul tetto della mia casa e da lì salterò sulla slitta di Babbo Natale non appena passerà… E per quanto io mi sforzi di trovare parole che non offendano la sensibilità di chi crede (come fai tu, egregiamente, verso chi non crede), sarei ipocrita se dicessi che l’ateismo (e le scelte che comporta) e la religione (e le scelte che comporta) possono stare, secondo la mia scala di valori, sullo stesso piano.
    Attenzione: non sono uno di quelli che pensa che solo ciò che può essere provato con la ragione, o con la scienza, ha dignità di esistere: non saprei spiegare, altrimenti, i miei sentimenti, i miei desideri, e quella sensazione molto particolare di essere me stesso – qualcosa che nessuno scienziato è mai riuscito a ridurre a una spiegazione; tuttavia, quando la religione impone (chiede, suggerisce, indica, illustra, tratteggia, enuncia) strade così dolorose, sento uno strappo che mi fa dire: “questo è troppo”.
    La scelta di Chiara è coraggiosa; questo non significa affatto che sia giusta. Se rimane sempre valido il patto di prendere con le pinze quanto sto scrivendo, mi vengono in mente quelle persone che per la propria religione si fanno saltare in aria. Esiste un limite oltre il quale siamo d’accordo che la religione sta chiedendo qualcosa di disumano? Sui terroristi che hanno schiantato gli aerei sulle torri Gemelle, siamo (almeno in Occidente), abbastanza concordi nel giudizio: ci aiuta, in questo, il fatto che la religione per la quale agivano non era la nostra. Ma ci sono altre azioni che mescolando mistero, dolore e amore, finiscono per superare il limite accettabile per chi, come me, è rimasto “al di qua del cielo”, incapace di contemplare un ordine superiore… E l’orrore che provo non è sicuramente disprezzo, ma, forse, nemmeno dispiacere: è più uno sgomento incredulo.
    A presto!

  17. Prendo nota del testo che mi segnali, di questo Jaynes che non conosco. L’argomento, affrontato dal versante ‘produzione neurologica di sensazioni assimilabili alla fede’, mi affascina.

    Ho sempre ‘preteso’ che la ricompensa (pure se il suo ottenimento è meno facilmente ipotizzabile che non attraverso una lista di comportamenti codificati), giungesse se non ‘il centuplo quaggiù’ così come d’altra parte il Vangelo stesso promette, almeno in modo chiaro.
    Molte volte la mia esperienza mi ha portato a dire che sì, avevo ricevuto qui e ora una ricompensa; e che essa non era generata unicamente dalla soddisfazione umana e dal compimento di un complesso di capacità e ambizioni ben sviluppate. Ma è appunto esperienza: comunicabile, trasmissibile per insegnamento anche concreto, non però di immediata ed irrefutabile percezione (qui sta parte del bello, e del tormentoso, della fede).
    Se ti va, un accenno su questa impasse lo trovi anche qua:
    https://semedisalute.wordpress.com/2012/02/08/galaverna/

    Ghgh, quella di Babbo Natale è buona (ma a parte questo, farei passare volentieri un brutto quarto d’ora, come si suol dire, a chiunque s’azzardi a smitizzare il buon Babbo in modo secco davanti a un bambino).
    Ti sei spiegato benissimo ( e la tua prosa mi piace, ma questo poco c’entra). Credo si tratti in fin dei conti della vecchia diatriba, che può anche esser bonaria e… compassionevole nel miglior senso del termine, sulla possibile immaturità di un percorso che approdi alla fede oppure all’ateismo; secondo i punti di osservazione.
    Esiste un limite oltre il quale siamo d’accordo che la religione sta chiedendo qualcosa di disumano?
    Ti rigiro la tua stessa domanda, mi piacerebbe sapere se la poni avendo già formulato, almeno parzialmente, un abbozzo di risposta.

    Intanto, ‘notte.

  18. Ho due bambini, ancora piccoli (8 e 5 anni) che sto allevando nel mito di Babbo Natale, ma non solo: anche nella convinzione che potrebbe esistere un mondo che non può essere visto, o sentito. Questa notte, è morto, dopo una lunga agonia, il loro nonno, il padre di mia moglie – questa notte avrò chiuso occhio due ore, per il dolore e lo sgomento – e oggi dovrò spiegare loro che ne sarà della sua anima: ecco, non mi sognerei mai di proporre la mia visione. Il grande, da qualche mese parla di reincarnazione; il piccolo, di cielo, e di ali. Trovo giusto dare la possibilità di credere – più giusto che cercare di convincere un bambino che la sensazione di immortalità che sente dentro è qualcosa di sbagliato.
    Se da un lato sono convinto delle scelte che ho fatto, che sento sinceramente e profondamente mie, dall’altro non penso di possedere una verità più sicura di quella di chi crede: per questo motivo, mi adopero affinché chi non ha ancora l’età per maturare una scelta consapevole, abbia di fronte a sé tutte le possibilità.
    Tutto questo per dire che anch’io farei passare un brutto quarto d’ora a chi si permettesse di smontare una delle possibili strade, compresa quella di Babbo Natale!

    Sulla domanda, no, non ho alcuna risposta. Il mio relativismo morale è una bella fregatura, da questo punto di vista. Pur avendo dei valori forti, non posso proporli come assoluti. La morale si forma tramite un contrattazione tra gli esseri umani (che nel mio ottimismo spero avvenire nella migliore buona fede possibile: di questi tempi, però, pare che sia più semplice mettersi d’accordo sul rubare in tanti), ed è un processo in continua evoluzione. Ti direi: tutto ciò che viola la dignità di una persona. Poi, inizia il problema di definire la dignità di una persona.

    Il libro di Jaynes, al di là delle tesi sostenute, è meraviglioso: questo studioso di Princeton ha cercato di capire quando si è formata la coscienza partendo dai testi assiro babilonesi, dalla Bibbia, dall’Iliade e l’Odissea, dai poeti greci, dagli amuleti ritrovati in ogni parte del mondo… E’ un fanatico della sua idea (le voci di Dio sono prodotte dall’emisfero destro, che viene “spento” e messo a tacere intorno all’800 a.C), ma la racconta talmente bene, e con tale passione, che è una lettura che consiglierei a tutti.
    A presto, e ancora grazie per i notevoli spunti di riflessione che mi stai dando!

    ps leggo il post che mi segnali in tarda mattinata!

  19. Innanzitutto, Paolo, sappi che mi dispiace sinceramente. In questo dispiacere c’entri più tu che pure conosco ben poco di tuo suocero che non conosco davvero per nulla, tuttavia comprendo in parte il dilemma che sollevi.
    Forse lo comprendo un po’ meglio ora, che da credente ‘perdo la fede’ a giorni alterni (blocco del traffico interceleste) di quanto non potessi farlo quando ero un’atea piuttosto… spenta ed amara – il ‘nulla dopo’ certo mi angosciava e scuoteva, ma mancava lo stesso una ricerca forte di un senso ‘alternativo’ alla vita.
    Amaro invece non mi appari tu, ma questa è una mia impressione, che non approfondisco.

    Mi piace questo tuo ‘ottimismo’, direi approccio positivo e speranzoso, verso una contrattazione della vita sia civile sia personale. Qualcuno potrebbe ribattere che i tempi colorano gli atteggiamenti umani, ma non li cambiano, e che questi ultimi sono di fondo comunque improntati alla sopraffazione. Io penso che ciò sia come un luogo comune (esagerato, assolutizzato ma con un contenuto di verità), e che però senza voler mitizzare epoche trascorse o civiltà differenti esistano e siano esistite modalità di convivenza apprezzabili; moralmente stimabili – parlo di una moralità non strettamente legata all’etica religiosa, ma a forme culturali consolidate.
    Tanto nel segno postiivo quanto nel segno negativo mi pare, adesso come adesso, emblematica di questa ambivalenza una certa cultura della montagna (specie d’altra quota, ma non solo) della quale sto leggendo e apprendendo in questi giorni attraverso racconti di scalatori di fama.

    Il tuo abbozzo di ipotesi, che fa riferimento alla dignità, è probabilmente più adeguato del mio (inespresso) che puntava più genericamente su bene e male (per la persona coinvolta). Da lì discende, ma è posto in termini più gestibili, anche.
    Vale ciò che dici, e sappiamo che la questione di per sè è immensa.
    Mi trovo in questo frangente a coordinare le mosse di un intervento socio-sanitario che pone forti interrogativi proprio sulla dignità, ma soprattutto la volontà della persona interessata ed il suo valore. Pesante: cerco di fare del mio meglio, sapendo di essere fallibile (e questa coscienza mi dà un minimo di accortezza e lucidità in più). Passare di qui e trovare parole come le tue conforta.

    Di rimando, in chiusura – ma tu, poi, torna su questo discorso quando e quanto vuoi – ti consiglio a mia volta un libretto che, dal versante storico e filosofico, si avvicina alle domande sulla formazione dell’autocoscienza, sulla formazione di una cultura etica muovendo le mosse dall’analisi dei grandi poemi greci. E’ il primo che trovi qui:
    https://semedisalute.wordpress.com/2012/05/02/libri-aprile-saggistica/
    Breve, ben composto e godibile.

    Non ti scrivo ‘buona giornata’, ma ti manderò un pensiero ogni tanto, quando mi capiterà.

  20. Scusa. In questi giorni posso usare solo il cellulare e i miei scritti sono molto concisi. Adesso ho un pc e scrivo un po’ di più. Mi riferisco alla domanda “Esiste un limite oltre il quale siamo d’accordo che la religione sta chiedendo qualcosa di disumano?”
    La domanda è interessantissima, ma riguarda le “religioni”, che, mi pare, in genere “obbligano” i fedeli a determinati comportamenti. Vado un po’ in là, e dico che la fede cristiana, con questo discorso, non c’entra, giacché (scusa lo schematismo) essa non è una religione, ma l’incontro con la persona vivente di Gesù Cristo. Anche la fede cristiana, però, si potrebbe pensare, “chiede”. Ad esempio, chiede di amare il prossimo, e si potrebbe pensare che lo “chiede” fino all’eroismo. Ma io penso che non sia così. Nella giusta prospettiva, secondo me, l’amore non è un precetto, ma la conseguenza esigente di un dono ricevuto. E’ gratitudine. Ecco, a me sembra bello concepire la vita morale come risposta ad un dono ricevuto. E in questa prospettiva, mi pare che non ci stia la “religione”, non ci stia una religione che “chiede”, e non ci possa stare, ovviamente, niente di “disumano”. Purtroppo gli episodi estremi ai quali si è fatto cenno attestano il perdurare, nel mondo di oggi, di concezioni “religiose”, comprendenti, a volte, anche aspetti crudeli e disumani. Interessanti, a questo proposito, tutti gli episodi evangelici riguardanti il rapporto fra Gesù e il comandamento del sabato. Ma non voglio entrare nel tema del rapporto fra Vangelo ed ebraismo (Cecilia ne sa parecchio!). Il “sacrificio perfetto” del cristiano non sono i fioretti (col dovuto rispetto), per quanto eroici, o l’osservanza scrupolosa dei “comandamenti”, ma l’eucarestia, cioè Cristo stesso, perché è solo per quel “sacrificio” che noi siamo salvi.
    Oh, non vorrei essere eretico…

  21. Osservazione molto acuta, perché smaschera la profonda differenza tra il rapporto Dio/uomo e l’organizzazione clericale (particolarmente umana) che pretende di gestirlo. In questo senso, il mio ateismo è soft – lo considero una sorta di accidente fuori dal mio controllo, così come sarebbe la mia fede – mentre il mio anticlericalismo è particolarmente arrabbiato. Nel caso di Chiara, mi piacerebbe capire quanto peso ha avuto la parola di Dio, così come è stata detta, e la parola di Dio così come è stata tramandata, manipolata, destrutturata e ricostruita. Paradossalmente, ho il sospetto che non sia Dio, ad essere disumano, ma l’uomo.

  22. Uhm, mi permetto di non entrare in merito al discorso unione o contrapposizione tra fede e religione, o se vogliamo tra fondamento, insegnamento originario ed istituzioni ecclesiastiche. Non che non l’abbia mai toccato, ma lascio a voi la palla se ritenete di volerne dire qualcosa.

    Magis, scrivi che nel cristianesimo la norma morale non è costitutiva, ma, semmai, conseguente.
    Capisco cosa vuoi dire e, ammettendo che ciò sia sempre vero nella realtà quotidiana e nella traduzione pratica, contingente della norma (non lo è, ma ammettiamolo), lo trovo esatto.
    Purtroppo, però, a prescindere dalle nostre conclusioni al riguardo, temo che ciò sia vero anche nell’ottica della dottrina delle altre religioni – e che sia più facile trovarne una che non rispetti questo canone, che sia un’eccezione, piuttosto che il contrario.
    Faccio un esempio forse torturante perché va a parare su qualcosa di dibattuto sino alla nausea, ma proprio per questo mi pare più recepibile: possiamo personalmente ritenere che l’Islam sia una religione uscita di strada rispetto al disegno divino ed alla rivelazione (e tuttavia, sappiamo che per chi la pratica essa è invece una sua prosecuzione ed il suo culmine), possiamo decretarne fallibilità, contraddizioni, allontanamento dalla ‘sana dottrina’ (cosa d’altronde contestata pure al cristianesimo di vario genere) utilizzando gli strumenti umani della storiografia e dell’antropologia-etnologia per svelare la profonda umanità della stessa, e ancora possiamo argomentare che la norma morale islamica segue e s’innesta su una precedente struttura culturale alla quale offre una ragion d’essere, e non viceversa. Ma dobbiamo almeno prendere atto del fatto che un credente musulmano, di qualunque grado, vorrà e saprà argomentare per l’inverso.
    Io stessa sono tendenzialmente aperta alla possibilità che quella coranica sia una terza rivelazione divina; pur rilevando per quanto mi è possibile i tratti squisitamente umani della sua struttura. Vi leggo numerose fra quelle che considero deviazioni dalla volontà divina, ad opera di ‘uomini disumani’ come scrive Paolo. Tuttavia, non ritengo che nelle sue esplicazioni più e meno positive essa incarni una logica differente dalla natura intima dell’uomo e di Dio che si fa, conseguentemente, morale.

  23. Bellissima riflessione. Grazie. Sì, la prospettiva è la medesima, nelle tre fedi monoteistiche. Solo con Cristo, però, il precetto mi pare del tutto detronizzato, per opera di Dio stesso, che ridefinisce la vita morale come effetto, e non come causa, del rapporto con Lui.

  24. Concetto diverso; altrettanto valido e vero.
    Senza concepire ebraismo ed islam come fedi aride, certamente il quid proprio del cristianesimo è questa ‘mutazione’ della già esistente relazione intima col divino in relazione con una persona divina/umana, in tutto simile a noi.
    Il che di per sè, se non sperimentato in prima persona, appare del tutto identico ad un altro concetto qualunque.

  25. relazione intima col divino in relazione con una persona divina/umana, in tutto simile a noi

    è nella parola simile che si gioca tutto il mistero, cara c.d.

    simile perchè uomo?
    o noi simili a lui perchè, seppur imperfetti in sommo grado, anche noi portatori di uan scintilla divina?

    quando osservi certe sfoffe damascate, e la difficoltà dello sguardo di capire quale sia lo sfondo e quale il disegno, ti accorgi del fascino prezioso

    ma, secondo me, la tensione sarà sempre irrisolta, altrimenti non sarebbe

  26. Ottime osservazioni, Diego.
    Simile per entrambi i motivi che citi, anche se è importante dire che ‘simile’, qui, non significa ‘uguale in apparenza ma diverso nella sostanza’, significa solo ‘della stessa specie’.

  27. Qual è la natura o la sostanza che caratterizza e definisce l’essere umano?

    Se il gesto del kamikaze musulmano che si suicida facendo esplodere una bomba con lo scopo di togliere la vita ad altre persone è disumano;
    l’atto d’amore di Chiara Corbella che sceglie di sacrificare la sua vita per poterla donare ad un figlio, non è forse l’atto più profondamente umano che si possa fare con l’aiuto della Grazia di Dio?

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