Non avvocato, ma medico.

Un prete non è paragonabile ad un avvocato, casomai ad un medico.
Dico questo perché m’è capitato più volte di incontrare un esempio improprio per spiegare (spiegare e non giustificare, ma questo non cambia la sostanza) che i preti, pur ricoprendo un ruolo particolare ed essendo abilitati a funzioni soprannaturali, non accessibili a chiunque; restano uomini: imperfetti, soggetti all’errore.
E che dunque possono anche compiere l’errore di cedere ed accompagnarsi ad una donna, occasionalmente o sistematicamente che sia. Un errore da riconoscere per tale, dicono molti, ma che non dovrebbe impedire al credente di riporre, per le funzioni sacerdotali, la propria fiducia nella medesima persona che si sa averlo commesso.
Si paragona per questo spesso il sacerdote in errore, che non rispetti il celibato, ad un avvocato: rinuncereste voi all’aiuto del vostro avvocato se scopriste che la sua ‘vita privata’ non è immacolata, o comunque non lo è per la vostra morale?
Certo che no, o almeno non vi rinuncerei se sapessi che ha un’amante (eppure, sia chiaro, questo rientrerebbe senz’altro nella mia valutazione globale della sua persona e del suo operato: non perché se giudicassi male una relazione extra-coniugale allora giudicherei inevitabilmente male anche il mio avvocato, ma perché ciò che so al riguardo, poco o tanto, disprezzabile o apprezzabile, contribuisce a darmi la misura di chi ho davanti. Personalmente, ad esempio, so benissimo che un avvocato farfallone può essere un pessimo soggetto per una fanciulla ma al contempo un ottimo professionista nel suo campo. Però non gradirei un avvocato approfittatore e cinico oltre una certa soglia, ed un approfittatore cinico di costituzione lo è difficilmente solo in un aspetto della sua vita).

Dicevo: certo che no, non rinuncerei ad avvalermi delle prestazioni professionali del mio avvocato se scoprissi, in generale, che la sua vita privata non mi piace.
Peccato che il sacerdote non sia assimilabile ad un avvocato, ma piuttosto ad un medico.
Non solo perché è un curatore d’anime.
Ma soprattutto perché la sua vita privata non è affatto divisa dalla sua carica, non è ininfluente. Certamente l’efficacia dei sacramenti che amministra non dipende da lui ma da Dio stesso, che per altro gliene ha conferito il titolo. Ma non esiste solo l’officiare i rituali: la testimonianza in opere, l’assistenza concreta della comunità non è un fattore pleonastico, facoltativo del sacerdozio: è anzi un componente fondamentale e condizionante tutta quanta la vita spirituale dello stesso.
Un sacerdote in errore, o più ampiamente un sacerdote che mi dimostri di tenere un comportamento, legato strettamente al ruolo che ricopre, che io reputo negativo; mi ricorda un dottore (non necessariamente chirurgo, anzi: direi medico di base) che assuma sostanze psicoattive. Non solo mi dà un esempio scorretto – esempio che posso magari riconoscere per deleterio e non seguire, ma che comunque inficerà ovviamente la mia fiducia nella sua capacità di assistermi adeguatamente -, ma anche si pone nelle condizioni di prestare un servizio a rischio d’essere scadente.

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9 thoughts on “Non avvocato, ma medico.

  1. Medico, un genio assoluto che ha operato una mia amica. Per anni ha salvato la vita alla gente. Poi si è scoperto che ha ammazzato l’amante incinta. Era per questo un medico peggiore?
    Noi non dobbiamo mai dimenticare che per il cristiano l’unico medico è Cristo e il sacerdote non deve far altro che indicarci la strada verso di Lui.
    Quindi non è assolutamente sbagliato ma un tentativo di fissarsi su una parola per giustificare il proprio pensiero.
    Urca, che missione!

  2. (Beata la tua amica che è stata operata da un medico degno del titolo che porta: purtroppo temo che la categoria sanitaria porti più danni che benefici ai propri assistiti. Ma questo è un altro tristo discorso).

    Un medico che ammazza l’amante incinta non è per questo un medico peggiore.
    Ma nuovamente il tuo esempio è improprio: quello da me portato, cioè l’assumere droghe, è un riferimento strettamente connesso ed indissolubile dalla pratica medica stessa, non è e non può in nessun caso essere un fatto privato del medico. Esattamente come la vita relazionale e sessuale, se sussiste, del sacerdote non è cosa disgiunta e diversa dalle sue funzioni pubbliche.
    E’ un atto legato alla professione e condizione medica, non ignorabile poiché non influenzante la sua pratica. L’omicidio non lo è, a meno che non parliamo di omissione di soccorso, di un intervento eseguito in stato di alterazione mentale, di IVG (la cito anche se richiederebbe ben altre considerazioni) o simili.
    Fra l’altro, non è un caso se medico e sacerdote toccano entrambi le due più intime, vulnerabili e al contempo radicali, preziose sfere dell’essere uomini.
    Avevo anche pensato di allungare la frase e specificare qualcosa come ‘veicolo di cura’, e non ‘curatore’, con riguardo al sacerdote.
    Ma mi sono resa conto che oltre a complicare le cose avrei fatto passare un messaggio errato.
    Se è vero che l’unico medico dell’anima è Cristo, è anche vero che il clero è composto da suoi intermediari; che non sono burattini ma agiscono non solo veicolando la Grazia che non gli appartiene personalmente, ma anche con le proprie attitudini, con i comportamenti tenuti e le scelte fatte. Penso che questo punto sia chiaro nel mio intervento e che togliere al sacerdote ogni facoltà di coadiuvare o impedire l’azione cristica nelle persone che gli sono, o gli si sono affidate sia un altro errore.
    Il sacerdote deve ‘solo’ indicare, ma indicare significa testimoniare concretamente e coerentemente. Come detto, tutto questo non è facoltativo, nè può essere espletato come capita.

    Nessuna fissazione: le parole pesano, ad ogni concetto corrisponde una ed una sola parola corretta.
    D’altra parte, se ho ben interpretato la tua penultima (non chiarissima) frase, io non ho asserito che tu (come pure gli altri numerosi che ho visto portare avanti lo stesso ragionamento) vorresti giustificare il comportamento di un prete che abbia una relazione con una donna. Ma sembrerebbe che tu ti faccia meno remore a decidere che insisto su un concetto errato (che dunque trasmette un’idea di realtà errata) solo per giustificare il mio pensiero, come non fosse nulla d’importante.
    Anche questa è ortodossia: dire pane al pane e acido all’acido, parafrasando.
    Tutti alteriamo i fatti o le relazioni tra i fatti del nostro vivere; che siamo in buona o malafede è una costante.
    Ma dovremmo almeno essere pronti a riconoscerlo ed ammetterlo, specie se nessuno ci accusa di aver adulterato in cattiva coscienza la riserva d’acqua di una metropoli, ma solo, da privati cittadini, di aver malinteso i dati sulla potabilizzazione… certo voler far passare un’acqua sporca per acqua pulita non depone a favore di chi la vende.

  3. Si, le parole pesano. L’esempio da me riportato nell’articolo è stato fatto dai Padri Domenicani, se si sono sbagliati sono fatti loro.
    Se tu insisti su qualcosa, non per questo diventa verità, per quante parole che tu possa usare per farti comprendere.

  4. Filia, immagino che se ti facessi notare che sei inutilmente scesa sul piede di guerra ne trarresti un’ulteriore conferma alla tua convinzione che io stia cavillando sul nulla.
    Il fatto che l’esempio provenga da una fonte domenicana dovrebbe renderlo più corretto, a fronte delle mie specifiche e riflessioni?
    Non direi, ma naturalmente ognuno può credere a ciò che più ritiene valido.
    Non posso che riprendere le tue stesse parole per risponderti: se anche tu ripetessi fino alla nausea che il tuo paragone è giusto e la mia obiezione inconsistente, senza per altro far lo sforzo di spiegare perché invece ritieni che ‘tenga’, il tuo paragone non diverrà più adeguato nè la mia obiezione, magari non concettualizzata e discussa ma solo vissuta da una moltitudine di persone, cadrà.

    Sono prolissa, è vero.
    Ma uso appunto le parole per farmi comprendere.
    E le curo, perché contano: noi stessi ci affidiamo ad una Parola, non una qualsiasi ma una ispirata.
    Rifiutamo altresì quelle che non consideramo tali, nella vita spirituale come in quella pratica.
    Basterebbe dirsi in disaccordo, ma intanto comunicare. Tu scegli di non farlo: non ti dirò ‘affari tuoi’, come non sono affari soltanto dei domenicani se una loro parola non funziona o attecchisce (in realtà, non funziona soltanto ciò che allontana, non ciò che suscita un contrasto che è preludio alla crescita). Ma la scelta quella sì, è tua.

  5. cara cd esporrò un po’ brutalmente la mia opinione

    in generale i preti che conosco mi stanno simpatici, quasi tutti

    gesù è amore, perdono, comprensione, ma io faccio dei distinguo

    un sacerdote che favorisce il malaffare (vedi i traffici dello ior), un sacerdote che ossequia il potente politico di turno, magari perdonandolo in cambio di una esenzione fiscale, non ha la mia comprensione

    un uomo in carne ed ossa, che cede alla sua umanissima natura, ma è buono e davvero amico dei poveri e nemico dei potenti, è per me un fratello da amare, senza giudicare

    chi di voi è senza peccato… lo ha detto il migliore fra gli uomini, e forse anche davvero il figlio del signore

    c’è troppa attenzione ai peccati della carne e troppo poca a quelli del portafoglio, secondo me

  6. Innanzitutto grazie per essere intervenuto, Diego.
    Temi complessi e che ci toccano nel profondo, toni non sempre dialogici mi portano sempre più spesso a ragionare, lasciar sedimentare, coltivare ciò che leggo ma astenermi. Solo un pochino per saggezza, molto di più per preservare la mia fragile serenità.

    E dunque.
    Cristo, che non è diverso dal dire: il Signore, è amore, perdono, comprensione.
    Ma pure lui faceva dei distinguo. Certo non maliziosi e meschini come lo sono i nostri, ma distinguere significa saper discriminare, scegliere e favorire il bene, e rigettare il male. Non mi azzardo a confrontare i tuoi distinguo con un discorsone sul libero arbitrio, senza il quale tutta la comprensione divina non approda e fallisce (sarebbe più adatto Claudio), nè ad approfondire l’idea che il perdono è per tutti, sempre, a fronte di qualunque peccato, se pentimento e desiderio di cambiare trovano spazio nel peccatore in modo sincero e non pro-forma.
    Ma ecco, questo è un punto cruciale. Non risolve la questione in modo rapido e pulito, anzi fa un po’ rabbrividire: perché ciò che più preoccupa, intristisce, ed offende senz’altro noi quanto Dio stesso non è il peccato per quanto orrendo in sè, ma la recalcitranza e magari il gusto provato nel compierlo (da un faccendiere, ad es., per riprendere il tuo).
    Non mi esprimo sullo IOR, per manifesta ignoranza. Neppure credo che oggigiorno l’attenzione ai peccati del clero riferibili a denaro e potere sia minore di quella prestata al sesso (pedofilia in primis).
    Ma condivido il resto – non è un caso, io credo, se Cristo cita Mammona e non… boh: Afrodite, Pan?
    Del resto il sesso può essere, secondo la dottrina cattolica ma certo non solo per una fede religiosa, anche fortemente deviato, dannoso, diventando un meccanismo di potere ecc. Ma appartiene alla natura umana più di quanto vi appartenga lo strumento pur tecnicamente neutrale del denaro, della vendita contro cartamoneta, e via dicendo.

    Tengo anche ad esplicitare – cosa che non ho fatto nel post, mantenendomi invece sulla questione in generale – che non è mia particolare premura discutere delle relazioni più e meno anfrattate dei sacerdoti di ogni epoca, nè condannarle.
    Non entro nel merito, mi limito a dire che:
    a) un sacerdote cattolico, che abbia intrapreso questa vita per sua libera scelta e vocazione, dovrebbe astenersene; anche nel caso in cui non condivida realmente la disposizione al celibato e magari si faccia portavoce di un’istanza in tal senso;
    b) vedo nel celibato senso ed opportunità, ma non sono certa di ritenerlo la sola ed unica, miglior condizione per chi sia stato ordinato. Cantiere aperto.
    Detto ciò, come scritto da Filia Ecclesiae nel post che ho linkato, errare è umano. Ed il sacerdote è umano. Nuovamente il problema non è l’errore in sè (vorremmo forse comprensione per i parrocchiani ma non per chi li guida?), ma i suoi effetti (di cui parlavo) e l’incongruenza, l’incoerenza tra professione di fede e di vita e condotta di vita.
    Un’incoerenza per altro, come tu affermi, se non passabile sotto silenzio chiaramente più comprensibile per svariati motivi ed in molti casi più dolorosa per il sacerdote stesso e per la sua compagna che non per chi, anche giustamente, sente il suo rapporto con quel sacerdote entrare in crisi.

    Giudicare, l’ho ribadito spesso, è talvolta doveroso e persino prescritto (ma in quale modo ed a che scopo!).
    In casi di questo tipo, no, non lo è. Non certo per noi, ma soltanto per i due coinvolti e per i superiori di lui (ed anche qui: solo per ragioni di correttezza istituzionale, e di ammonimento fraterno; senza il piacere di… bacchettare. Già così non è poco, già vivendola una situazione simile non lascia appagati e tronfi come certi preti del passato descritti dai libri di storia ma al contrario infelici, perché consapevoli di non stare semplicemente soddisfando un istinto, ma di essere finiti in un pasticcio ingestibile, se non ingiusto).

  7. Pingback: Chirurghi col colletto | Seme di salute

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