Su psicologia, psicanalisi ed autismo /1

E’ cosa nota la mia tendenza all’apertura, al dare una possibilità (dovrei forse chiamarla possibilismo?), al cogliere opportunità e potenzialità più che a mettere freni.
Tuttavia, checché qualcuno possa crederlo, non sono abbastanza degenere o ingenua da cascare in un’ideologia della bontà assoluta di ogni teoria o pratica esistente.

Anche per questo provo un disgusto particolarmente vivace nei confronti della rigida convinzione, propria di molte persone, che la psicologia (intesa sia come disciplina, sia nel suo senso più ampio) non solo non goda di alcuno dei crismi della scientificità (errore), ma pure sia una solenne fregatura, e/o un’illusione diabolica, e/o una pantomima per individui immaturi (orrore).
Tale convinzione la si riscontra, in forme ed intensità diverse, in ambiti diversi.
Le motivazioni sono di vario tipo, ma personalmente ho incontrato più spesso (e trovato più perniciosa) quella di stampo religioso – ed è solo per ragioni logistiche che vengo a contatto di frequente con chi, cattolico, enuncia la pericolosità o la falsità del lavoro psicologico più che con chi abbia la medesima idea ma una religione differente.
Come per esempio alcuni rappresentati della CO.RE.IS., nota organizzazione musulmana italiana; i cui interventi (in particolare di Abd al-Wahid Pallavicini) raccolti in “Islam interiore” ho appena terminato di leggere. Interventi che non si limitano a definire la differenza tra psiche ed anima (persino con qualche confusione, mi pare) ed a collocare giustamente la prima in subordine alla seconda, ad un livello inferiore. Ma che arrivano a tacciare nettamente psiche e psicologia d’essere non solo inferi(ori), ma infernali.

Certo, talvolta viene usato il termine, corretto e significativo, di psicolog-ismo.
Una chiara indicazione di una degenerazione, esagerazione, fino all’idolatria (relativismo assurto da metodo a dogma, soggettivismo spinto) o comunque la si voglia chiamare; un errore che svia una cosa buona.
Epperò, appunto, è necessario mettere ben in chiaro anche che di cosa buona si tratta, non di un tranello da rifiutare come segno di tempi oscuri per l’umanità… cosa poi ne faccia l’uomo, di questa ampia e preziosa possibilità di conoscenza e strumento imprescindibile di felicità (da non disgiungere mai dalla fede-pratica religiosa) è una responsabilità dell’uomo; non della natura della psiche umana che Dio, non certo Satana, ci ha donato.

[…] … dov’è l’uomo? E chi si interessa all’uomo? Se riteniamo banale a tal punto da trattarla con sarcasmo, la riflessione psicologica profonda, vuol dire che riteniamo di poco conto ciò che l’uomo è e ciò che l’uomo può fare ed esprimere di bene e di male. Cancellare questo aspetto di conoscenza profonda di chi siamo e come e perché facciamo ciò di cui siamo spesso noi stessi le vittime, significa dimezzare l’uomo, frammentarlo, e gradualmente lasciarlo scomparire.

Vorrei dire, in particolare, qualche parola a proposito di come questa follia del considerare intimamente dannosa la psicologia e deviato chi le riconosce importanza vitale per la persona si declina nel discorso sull’amore e la vita di coppia.
Ma è più opportuno spezzare il ragionamento in una serie di interventi, che se interesseranno potranno venire approfonditi nei commenti.

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8 thoughts on “Su psicologia, psicanalisi ed autismo /1

  1. Qualsiasi forma d’ignoranza è pericolosa e crea un vuoto che può essere manipolato.
    L’importante è riconoscere e capire il proprio dolore o il proprio problema. Se hai mal di denti vai dal dentista, no? M qui entra in gioco la responsabilità e la libertà di scegliere di ognuno.

    Le immagini che proponi per i tuoi post sono perfette!

  2. Non sai quanto mi sollazza andare in cerca di immagini in fase di… post-produzione ^___^
    (Putroppo molte volte, come in questo caso, non so chi sia l’autore).

    E’ vero ciò che scrivi.
    E’ anche vero che la nostra psiche, al pari del nostro corpo, ci ‘accompagna’ sempre: non solo nel dolore, ma anche nella normalità.
    Ma spesso quando si finisce a parlare di normalità lo si fa in modo strettamente tenico (talvolta senza cognizione di causa), riferendosi a grandi temi, e molti appaiono non avere che uno scarso contatto con la propria interiorità più elementare e genuina. Parlare di interiorità e personalità, al di là dei contenuti, è visto di per sè come un segno di astrazione dalla realtà (mentre, guarda caso, non è che un riconoscere la base stessa che ci permette di conoscerla, la realtà); oppure come un tentativo di asserire che ciò che una persona sente dentro di sè è necessariamente e sempre buona cosa, da seguire e sviluppare. Ma neppure questo risponde al vero…

    … dici bene: ognuno è libero di scegliere cosa fare con la propria interiorità, sia essa ben formata o problematica.
    Tuttavia, purtroppo, non esiste solo un piano personale di azione, ma anche un piano sociale e culturale che, come per ogni altro ambito del vivere, muove concezioni e convinzioni, interessi, indirizzi, interi modi e possibilità di vita.
    E’ a questo piano che mi riferisco qui, seppure in genere sia molto più attratta dai sistemi… minimi, e non massimi.

  3. Hai ragione, a volte si e’ dentro una ragnatela sociale….ma il corpo ci parla e chiede attenzione (es.un comune mal di denti o sensazioni primordiali). Se non ci si sofferma a questa richiesta, le cose peggiorano.

  4. Naturalmente non leggo la società solo come ragnatela, ma al contrario soprattutto come rete; positivamente.
    Molto dipende da cosa osserviamo o viviamo in una data società: se penso – è sempre uno dei soliti, ma solo un esempio – all’omosessualità; vedo l’enorme difficoltà di trasportare quella che può essere una vita personale e di coppia serena e ‘fluida’ nella sfera sociale, che tende invece all’eccesso in molte diverse direzioni.
    Vi si può trovare condanna, esaltazione della propria condizione, si può rappresentare un modello sia in bene sia in male per molti, ma è assai più dura essere semplicemente… se stessi. Non uno stereotipo, e nemmeno una macchina da smontare per permettere di capirne il ‘funzionamento’, magari pure in buona fede – senza però voler capire le persone, scavalcando quello che provano.
    Spesso le cose sono più semplici di quanto appaiano, e la psicologia stessa dovrebbe tendere ad essere una scienza della giusta misura, mentre in realtà non è immune alle comuni esagerazioni ed al culto di sè. E rischia di ingabbiare l’uomo tanto quanto le supposizioni gratuite di chi la denigra: comprendo perciò anche perché in certi tempi ed ambienti si sia diffusa l’immagine di una disciplina che, come dire, va a caccia di farfalle… col retino bucato.

    Lo sviluppo dell’idea di psicosomatica è stato una grande conquista, a mio parere, o forse dovrei dire riconquista, poiché l’idea che vi fossero elementi corporali che influenzavano lo stato d’animo (e viceversa, aggiugiamo oggi) non è affatto nuova: c’è sempre quella terra di mezzo in medicina, quando si abbandona una visione delle cose per abbracciarne un altra e non si è abbastanza aperti o capaci per integrare subito il buono dell’una e dell’altra.
    Noi occidentali oggi parliamo un sacco di olismo, ma ne pratichiamo ahimè pochissimo, e ancor meno di nostra sponte ma più che altro quando ci spingono come muli testardi.
    Di conseguenza non stupisce, anche se intristisce, che ancora si pensi alla psicologia come allo studio di ciò che è puramente immateriale e per nulla empirico. Come se i pensieri riguardassero esclusivamente lo psicologo, i nervi il neurologo, lo stomaco il fisiologo e via discorrendo.

  5. è vero, c’è una certa diffidenza diffusa verso la psicologia

    devo ammettere che io tendo a considerarla un po’ troppo sostituibile con la filosofia, che mi interessa molto di più

    c’era fra i miei amici un psicoanalista, purtroppo deceduto anni fa, ma era, a mio avviso, prevalentemente un filosofo, se conversavi con lui fuori dal lettino

    ovviamente mi scuso per la confusione fra psicoanalisi e psicologia, tipica di chi non ha conoscenze serie sul tema

    probabilmente l’ostilità verso la psicologia è tipica di chi coltiva discipline adiacenti: filosofia, religione, antropologia e perfino neuroscienze

    dove si parla dell’uomo, ovviamente, si fa a gomitate, ma questo è tipico di ogni intellettuale, cioè l’esser gelosi del proprio orto

  6. Eheh, sacrosanto quanto dici in ultimo.
    Ci si scanna fra umanisti, almeno quanto ci si scanna fra scienze umane per l’appunto e scienze naturali / esatte.
    Dopodiché, saprai che la psicologia nasce proprio fondendo principi filosofici e principi medici.

    Non posso dire di avere conoscenze serie sulla psicoanalisi, e questo lo si vedrà nel terzo post.
    Talora si hanno psicologi, e non psicanalisti, formati però freudianamente (la mia unica esperienza in questo senso è stata deludente e deleteria).
    Certo è che la confusione tra psicanalisi e paradigmi psicologici, scuole e teorie diverse esiste e contribuisce non poco alla diffidenza.
    Spesso la prima è presa tal quale sinonimo della psicologia tutta.

  7. Intanto ritengo fondamentale distinguere, come hai fatto, fra psicologia e psicologismi. Credo che tante persone confondano i concetti arrivando a denigrare la psicologia. Continuerò la lettura dei tuoi interventi su questo tema che mi interessa molto.

  8. E’ un campo aperto: la linea di confine tra psicologia e psicologismo non è immobile e definita una volta per sempre, ed ogni persona con la sua concezione del mondo la sposta in conseguenza di quest’ultima. C’è però chi decisamente esagera, pretendendo di questionare anche le acquisizioni più elementari della materia (e di delegittimarla alla radice negandole lo statuto di scienza, e la possibilità di conoscere parte della realtà in modo oggettivo).

    Ti lascio alla lettura, allora (nulla di che, eh!), sentiti libera di esprimerti al riguardo.
    E benvenuta.

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