Su psicologia, psicanalisi ed autismo / 2

Scrivevo nel precedente post di questa piccola serie che non tollero chi vorrebbe dare della psicologia tutta un’immagine deleteria, parossistica.
Cerco ora, brevemente, non tanto di analizzare ma soltanto di mettere a fuoco ed elencare le maggiori criticità che ravviso nel pensiero – in particolare cattolico – su cosa siano e cosa comportino l’amore, la passione, il romanticismo, l’emozione il sentimento e la volontà nella vita relazionale e soprattutto di coppia.

  • Per evidenziare ed annunciare una sacrosanta verità, e cioè che l’amore vero non corrisponde ad un sentimento di attrazione o ad uno strumento di soddisfazione dei propri bisogni, ma implica il desiderio profondo del bene dell’altra persona, il quale a sua volta implica impegno e volontà costante nel costruire un rapporto duraturo e valido con la coscienza delle grandi difficoltà che si incontreranno; troppo di frequente si finisce per condannare l’attrazione ed il sentimento in sè, identificandoli arbitrariamente con l’infatuazione.
  • Di conseguenza la passione – che, come un cristiano dovrebbe ben sapere, non esiste solo nella forma irrazionale e sconclusionata di un impeto che abbassa le saracinesche del cervello; ma anche quale forza propulsiva di un’azione ben guidata -, la passione, l’entusiasmo (che etimologicamente ci fa intimi a Dio), l’attrazione complessa per le caratteristiche dell’altro che meglio si sposano con le nostre, il desiderio fisico e mentale, vengono depauperati del loro proprio significato e venduti come bassi istinti di poco valore. Tout court.
  • Si fa confusione anche tra emozione e sentimento. Il discernimento intellettuale e spirituale, dono dello Spirito da aver caro, evidentemente “difetta in abbondanza” in taluni lidi. Manca il discrimine tra l’effimero ed il durevole, tra il superficiale ed il profondo, e si parla di sentimento riferendosi ad un qualsiasi sbalzo emotivo, ad un coinvolgimento caloroso ma poco pensato, ad un delirio dei sensi che trascina con sè il malcapitato di turno.
    Si contrappone forzosamente a questa mistificata idea di sentimento la volontà, così come incauti non credenti contrappongono, supponendole in conflitto, fede e ragione; invece di operarne ed elogiarne una sintesi.
    Si fa di peggio: si descrive l’uomo, magari sinceramente innamorato, come la preda imbelle di uno spontaneismo estremo che, per fortuna, non rappresenta la norma delle relazioni (se non forse nelle fiction, ma quelle di terza categoria).
  • Si parla infine di romanticismo, ma senza darne una definizione chiara; ignorandone le molteplici facce e giustificando la propria fissazione con l’avversione (invero più comune di quanto si creda) per quel tipo di romanticismo zuccheroso e venale, che parrebbe loro caratterizzare più rapporti e scelte umane di quanti sia lecito e realistico attribuirgli.

Sia detto anche che il matrimonio combinato, suggerito da Messori per provocazione in risposta al dato di fatto delle relazioni liquide, io lo contemplo da tempo fra le opzioni plausibili per formare una coppia, ed un rapporto, validi.
Per essere funzionale, oltre che adatta al caso specifico, dovrebbe però integrare l’aspetto altamente pragmatico-r(el)azionale, l’incarnazione della volontà dei contraenti, con una seria prospettiva di felicità, di realizzazione per entrambi.
Non è egoismo amare se stessi. E confondere la volontà di far fruttare un rapporto, di impegnarsi a coltivarlo oltre il piacere facile e le rassicurazioni puerili che può darci, con l’ostinazione ad obbligarci in una situazione profondamente inadatta a noi (e che soltanto noi, se siamo in grado guardarci dentro e leggere quella psiche tanto bistrattata, possiamo dire sia tale), significa buttar via la vita, non accoglierla così come essa viene.
A ben guardare, l’errore sta tutto qui: si indica la causa principe del fallimento delle unioni fondate soltanto a partire dal sentimento (comunque esso si esprima, al di là delle sue qualità particolari) per ammonire della sua caducità, educare al gusto dell’eterno. Ci si concentra sul concetto di sentimento così inteso come dannoso, perdendo di vista il quadro generale. E si dimentica che il sentimento, nell’amore cristiano, non è assente ma solo in diversa posizione: più un punto d’arrivo che una base di partenza. Si dimentica che il sentimento va governato, ed in questo governo noi uomini è certo che non siamo maestri – ma esso resta il sale di tutto: diciamo che Dio è amore (carità), e dunque sentimento che muove la scelta, l’azione, la volontà. Non viceversa.

Quando ci troviamo davanti ad una persona, magari amica, che pensiamo si stia infilando in un letto di rovi ed in un’esperienza campata per aria, perché basata sulle farfalle nello stomaco e ben poco su un utile incontro d’anime decise a sopportarsi (e che si dicono in faccia quali sono i propri pensieri e piani); meglio sarebbe prendere atto delle sue debolezze psichiche e cercare di porgere un aiuto che sia vòlto a sanarle, piuttosto che abbatterci con tanto di scure sulla psiche stessa. Sul sentimento, senza il quale non siamo umani, ma sepolcri di noi stessi.

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4 thoughts on “Su psicologia, psicanalisi ed autismo / 2

  1. carissima e non banale c.d., scriverò due o tre riflessioni tratte dalla mia personale attitudine un po’ reazionaria, che è parte fondamentale di me

    in un contesto sociale adatto, in effetti, un matrimonio combinato puo’ funzionare meglio di un matrimonio cosiddetto d’amore

    questo per un motivo molto semplice: in un matrimonio d’amore c’è sempre una sorta di «età dell’oro» da rimpiangere, mentre un matrimonio frutto delle scelte di tutto il clan, gruppo, famiglia, dei due sposi ha uno spazio «possibile» di migliorare, di diventare un matrimonio d’amore alla fine e non all’inizio

    tutto sta nel modo in cui ogni soggetto, maschio e femmina che sia, percepisce se stesso come parte di un gruppo sociale, cioè se concepisce se stesso come identità separata o come identità organica inseparabile, insensata se avulsa dal suo gruppo

    l’amore, per secoli, è stato cosa distinta dal matrimonio, nel senso che i maschi cercavano la passione altrove e le femmine in genere la sublimavano nel ricamo o nella preghiera

    sono abbastanza convinto che gli aspetti formali delle nostre scelte, quelli che si incardinano nelle usanze collettive, nei riti iniziatici di appartenenza ad un gruppo, sono preziosissimi, per rafforzare la nostra identità

    la libertà astratta è una prigione

  2. Non so se mi piace il tuo essere reazionario perché mi piaci tu, o se mi piaci tu perché sfoderi queste punte di reazionismo.
    Sia come sia, la libertà assoluta è un’illusione, e quella astratta (ovvero, nella mia lettura, indefinita) una prigione. Sì.
    Occore consapevolezza (di sè, e non solo), lungimiranza, continenza (altri direbbero controllo) dei propri impeti, dei bisogni insoddisfatti soprattutto – che spesso si ripresentano sotto diversa forma: una moglie per ottenere il manchevole amore della madre…
    … è fondamentale che i riti collettivi non affossino la crescita e l’autonomia individuale, ma che la supportino – sì, qualcuno non so se con malizia o ingenuità confonde l’autonomia con l’egoismo, bah! Anche se oggi come oggi autonomia personale ed appartenenza (non ad un collettivo qualsiasi, labile come Facebook, ma ad una tradizione) direi che sono entrambe in evidente crisi, l’una non meno dell’altra.
    L’idea che ci si possa concepire come individualità avulse da un qualsivoglia gruppo è fallace, e foriera di sofferenza: ma siamo ormai per mille motivi sempre più incapaci ad integrare e mediare le ipposte istanze, in tal senso.
    Come dicono i sociologi, non autonomi ma soltanto atomizzati.

    L’amore per secoli è stato disgiunto dal matrimonio, e questo mi fa orrore (per quanto possa comprendere la diversa prospettiva di diverse epoche).
    Il matrimonio combinato che io apprezzo non è indifferente all’amore – nel senso più ampio qui toccato -, nè d’altronde può corrispondere come purtroppo accade ad un’unione imposta. Il discorso che tu fai funziona, o funzionerebbe, rappresenta una situazione ideale. Dobbiamo però assumere com’è a mio parere innegabile che clan, gruppo, famiglia (ma pure un sensale) non siano depositari naturali ed ovvi della superiore conoscenza, ed intuizione, sui contraenti e le loro caratteristiche, nonché aspirazioni; ma che lo possano essere, e possano essere intermediari e non sostituti.
    in un matrimonio d’amore c’è sempre una sorta di «età dell’oro» da rimpiangere, mentre un matrimonio frutto delle scelte di tutto il clan, gruppo, famiglia, dei due sposi ha uno spazio «possibile» di migliorare, di diventare un matrimonio d’amore alla fine e non all’inizio: in realtà questo spazio possibile è frutto esclusivo di una saggezza (proprio saggezza, non solo intelligenza) che non è riferibile con garanzia ad ascendenti e parenti. C’è tutto un mondo intorno, che oggi pure sfruttiamo ma senza sistematizzarlo; a disposizione di chi desideri vagliare, se non addirittura farsi indicare, una strada di successo da persone note e fidate; è un po’ il nostro surrogato di quell’usanza ora tipica solo di altre culture (per altro, l’idea che il matrimonio combinato, se condotto con la volontà di far felici i contraenti e non di ottimizzare dote e posizione sociale, sia fattibile l’ho tratta da un romanzo di un’indiana anni fa).
    Insomma: si può fare, non solo in India. Pochissimi tra fidanzati e mediatori, temo, sono adatti a questo. Però, che opportunità!
    Nè credo affatto che l’età dell’oro sia una prerogativa del matrimonio d’amore, se appunto è amore e non infatuazione: è un fatto umano, che l’impegno più ponderato non cancella – ma che non dovrebbe neppure spaventare quando finisce. Qui sta la bravura 😉

  3. cara c.d. la vita, nel vissuto, è un bricolage continuo, mentre nel ragionamento, per ragionare bene, bisogna essere un po’ schematici, fino al confine del paradosso

    io credo che la giusta misura sia uno spazio di libertà, ma in un clima di condivisione anche sociale, che poi, per dirla molto alla buona, essere buoni o per lo meno gentili in un ambiente fatto di persone buone o per lo meno non cattive

    l’amore esiste senza bisogno di ragionarci su, una persona ti piace, e allora hai una spinta che indirizzi poi secondo la tua cultura

    per capirsi: un italiano ha fame e allora si mangia una pastasciutta, un tedesco ha fame e allora si mangia un bel wurstel, ognuno secondo la casa dove ha vissuto da piccino

    guarda, cara c.d., io insisto su un punto banale: bisogna esser buoni, ben disposti verso gli altri, con semplicità, alla fine quel giovanotto figlio del falegname non vuole null’altro da noi

    un mondo di tanti cattivi e pochi super santi non ci serve, ci basterebbe un mondo di tanti buoni «alla buona», gente semplice che sa sorridere

  4. Bricolage, na ja.

    Mi piacciono le schematizzazioni (di più: ne dipendo), ma non gli schematismi. So it is.

    l’amore esiste senza bisogno di ragionarci su, una persona ti piace, e allora hai una spinta che indirizzi poi secondo la tua cultura
    L’amore esiste senza bisogno di ragionarci su. Ma ragionarci su non è inutile per capire se di amore, o di altro, si tratta; e non solo: per mantenerlo, non lasciarlo deperire o attaccare da infestanti. Senza per questo trasformarlo in fredda elucubrazione: la sua natura rimane ibrida.

    guarda, cara c.d., io insisto su un punto banale: bisogna esser buoni, ben disposti verso gli altri, con semplicità, alla fine quel giovanotto figlio del falegname non vuole null’altro da noi
    In fondo, sì. Ma sai che lavorone esserlo, ed esserlo non occasionalmente o superficialmente?
    La bontà è tutt’altro che banale, cheri. Non una cosa da professori, ma neppure una minestra riscaldata di manfrine.
    Come ogni artista sa – e Dio Gabriele Romagnoli l’ha appellato artista, con mio piacere -, la semplicità è la faccenda meno semplice di questo mondo. Infatti, alla fine, siamo d’accordo anche se seguitiamo a rinforzare concetti. C’è da sperare che vi sia chi ne trae un vantaggio (oltre a noi stessi), e questo è lo scopo forse più semplice, spesso velato, di pagine come le nostre.

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