Sulla decrescita

Non è facile vivere in un mondo e in un’Italia nei quali l’undicesimo comandamento suona, inflessibilmente, ‘sii flessibile’.
La decostruzione di certezze, reti sociali, diritti lavorativi, risorse fiduciali, ci fa tutti più poveri.
Dopo mezzo secolo in cui si era consolidata l’illusione del benessere in costante crescita, non sembra guadagnare molti seguaci l’idea di intraprendere, dal punto di vista economico, una ‘decrescita felice’ – espressione provocatoria, questa, di Latouche -, soprattutto per chi già occupa i gradini più bassi della scala sociale. In effetti gli stili di vita, oltre a pochi soggetti motivati e controcorrente, li modifica solo chi è costretto a farlo […]

Così si esprime padre Ugo Sartorio sull’ultimo numero de Il Messaggero di Sant’Antonio, del quale è direttore.
La riporto, stavolta, non tanto per sottoscrivere quando vi si dice a proposito di flessibilità e di illusione del benessere – parole e concetti che pure condivido -, quanto per rilanciare un’idea attorno alla quale si discuteva pochi giorni fa su Minimo: il diritto, diciamo così, l’opportunità o meno di parlare di decrescita (in senso ampio, ma lì si fa particolare riferimento al downshifting) rinuncia al superfluo – nuovi stili di vita, economici e non; da parte di coloro che non vivono al limite, che non ‘sono costretti a farlo’.
Io ho detto la mia, che potete – penso – intuire.
Ma l’articolo ed i commenti che seguono valgono la pena di evitare facili riassunti.

Non è affatto un requisito… minimo esservi costretti da scarse finanze (con tutto il rispetto per chi davvero non arriva alla fine del mese, e magari non riceve adeguato aiuto!), per praticare una riduzione delle proprie esigenze, dei propri acquisti, persino delle ore di lavoro.
E farlo per scelta non è detto che sia da snob o da ‘alternativi’. E’ una scelta, punto.
Forse perché la decrescita, quando è scelta consapevolmente, procura tutt’altro che infelicità (quali che siano le condizioni di partenza: ribadisco che io, pur non facendo la fame, non navigo nell’oro; ma la ragione per cui sto cambiando i miei possessi e comportamenti va ben oltre la necessità di stringere i cordoni della borsa). Perciò mi stupisce apprendere che quella definizione di Latouche, per me dal senso letterale, possa avere un carattere ironico e provocatorio.
Ho qualche dubbio: ho capito male io, o ha capito male Sartorio?

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4 thoughts on “Sulla decrescita

  1. L’importante è potere scegliere, nel qual caso certo, non è un impoverimento e neanche la strada per l’infelicità.
    Ma quando non puoi scegliere e devi adeguarti alla decrescita è ben altra cosa.
    Mi fai sempre riflettere, cara Denise, grazie!

  2. conta molto, cara c.d., lo «stile» dei termini e il senso che si attribuisce loro

    per fare un esempio: se io dimagrisco quindici chili e, tornato al peso forma, sono molto più gradito a mia moglie, è vero che c’è stata una decrescita del peso, ma sicuramente una crescita della mia felicità coniugale

    allo stesso modo in molte umane creazioni, siano esse meccaniche, artistiche, scientifiche, il diminuire, l’alleggerire è un crescere in bellezza, efficienza, piacere d’uso

    certo, se vi sono grandi egoismi e interessi in gioco, sarà una battaglia molto difficile

  3. Ma il mondo contemporaneo (come già il moderno) fa passare, purtroppo, il messaggio inverso: crescere si deve, e senza limiti, perché la felicità è non accontentarsi. Ahinoi.
    Non solo un grande egoismo, ma anche una grande miopia.

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