Decluttering… letterario

No, non sto per parlarvi di come intendo snellire la mole di libri in mio possesso, non ancora. Avrei scritto ‘decluttering libresco’, invero, e non ‘letterario’ 😉
Voglio riportare qui un brano di testo da L’amore ai tempi del colera, noto romanzo di Garcìa Marquez; brillantemente scovato e suggerito da Elle – qui.
Penso parli da sè: ai declutterer professionisti, ed agguerriti, come ad ognuno di noi.

[…] Nei suoi tanti viaggi per il mondo Fermina Daza comprava tutto quello che la attirava per la sua novità. Lo desiderava per un impulso primario che suo marito si compiaceva di razionalizzare, ed erano cose belle e utili finché erano nel loro luogo di origine, nelle vetrine di Roma, di Parigi, di Londra, o in quelle di quella New York trepidante di charleston dove incominciavano a crescere i grattacieli, ma non reggevano la prova dei valzer di Strauss con i ciccioli e le battaglie di fiori a quaranta gradi all’ombra. Così, ritornava con mezza dozzina di bauli verticali, enormi, di metallo laccato con serrature e angoli di rame come feretri di fantasia, padrona e signora delle ultime meraviglie del mondo, che però non valevano il loro prezzo in oro se non nell’istante fugace in cui qualcuno del loro mondo locale le vedeva per una volta. Perché per questo erano state comprate: perché gli altri le vedessero una volta. Lei aveva capito la vanità della sua immagine pubblica fin da molto prima di incominciare a invecchiare, e spesso la si sentiva dire in casa: «Bisogna uscire da tante cianfrusaglie che non ti lasciano più dove vivere». Il dottor Urbino rideva dei suoi propositi sterili perché sapeva che gli spazi liberati sarebbero serviti solo a riempirli di nuovo. Ma lei insisteva perché veramente non c’era posto per una cosa in più né c’era da nessuna parte una cosa che in realtà servisse a qualcosa, come camicie attaccate alle maniglie delle porte o cappotti da inverni europei pigiati negli armadi di cucina. Così, una mattina in cui si alzava con lo spirito iracondo buttava giù gli armadi, svuotava i bauli, smantellava le soffitte, e armava un casino da guerra con i mucchi di roba troppo vista, i cappelli che non si era mai messa perché non ne aveva avuto l’occasione finché erano di moda, le scarpe copiate dalle artiste europee da quelle che usavano le imperatrici per essere incoronate e che qui erano disprezzate dalle signorine di buona famiglia perché erano identiche a quelle che compravano le negre al mercato per usarle in casa. Per tutta la mattina la terrazza interna restava in stato d’emergenza, ed era difficile respirare in casa per le raffiche acri delle palline di naftalina. Ma la calma si ristabiliva in poche ore, perché alla fine lei si doleva di tanta seta gettata per terra, di tanti altri broccati e ritagli di passamaneria, di tante code di volpe azzurra condannate al falò.
«Questo è peccato bruciarlo» diceva, «con tanta gente che non ha neanche da mangiare.»
Così il falò veniva rinviato, fu sempre rinviato, e le cose non facevano altro che cambiare di posto, dai loro luoghi privilegiati alle vecchie scuderie trasformate in depositi di saldi, mentre gli spazi liberati, così come diceva lui, incominciavano a riempirsi di nuovo, a straboccare di cose che vivevano un attimo e poi andavano a morire negli armadi: fino al prossimo falò. Lei diceva: «Bisognerebbe inventare qualcosa da fare con le cose che non servono a niente ma che non si possono neanche buttare via». Era così: la terrorizzava la voracità con cui gli oggetti invadevano gli spazi vivibili, spostando gli esseri umani, spingendoli negli angoli, finché Fermina Daza li metteva dove non si vedevano. Perché non era tanto ordinata quanto si credeva ma aveva un metodo suo e disperato per sembrarlo: nascondeva il disordine. Il giorno in cui morì Juvenal Urbino dovettero sbarazzare metà dello studio e ammucchiare tutte le cose nelle stanze da letto per avere uno spazio dove poterlo vegliare.
Il passaggio della morte in casa le diede la soluzione. Una volta bruciata la roba del marito, Fermina Daza si accorse che il polso non le aveva tremato, e con lo stesso stimolo continuò ad accendere il falò ogni tanto, buttandoci dentro di tutto, sia vecchio che nuovo, senza pensare all’invidia dei ricchi né alla cattiva coscienza dei poveri che morivano di fame. Infine, fece tagliare alle radici l’albero di mango finché non restò nessuna traccia della disgrazia, e regalò il pappagallo vivo al nuovo Museo della Città. Solo allora respirò a suo piacimento in una casa come sempre l’aveva sognata: ampia, facile e sua. […]

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5 thoughts on “Decluttering… letterario

  1. gli scrittori latinoamericani secondo me sono per tendenza molto ricchi, quasi turgidi di parole, non li vedo affini a certe atmosfere di misurata sobrietà, cara C.D.

  2. La domanda è: quanto il contenuto deve incidere sulla forma?
    Secondo me, lo sai, si può essere ben sobri pur abbondando nelle parole ed abbandonandosi ai loro capricci.
    Certamente, mi piace molto un certo stile se non ermetico pulito, rifinito.
    Però, qui conta in effetti il messaggio che viene lanciato. Ancor più credibile, se viene da uomini passionali e ricchi nel senso che tu dici e non solo: se pure loro cedono le proprie volpi azzurre per il fascino del respiro libero…

    … ‘notte, Diego.
    E’ quasi ora per me. Non imparerò mai abbastanza presto a prendere esempio dalle galline.

  3. alcuni libri non amano me,

    ma io li rispetto, perchè è facile giudicare, difficile scrivere bene davvero

  4. Senz’altro.
    Ma non amare un libro e ritenerlo poco valido son cose ben differenti, io non ho parlato della seconda (anche perché non avrei potuto farlo in relazione ad un’intera categoria).

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