Sobriamente parlando

Solo donando gratuitamente si dà inizio e si conserva la vita, ma la vita non è solo gratuità: così tale Mauro Leonardi; riportato da Fefral. Quale modo migliore per iniziare a spiegare che essere, o voler essere, minimalisti non ha nulla a che fare con il produrre retorica pauperista?
Mi preme affermare chiaramente questo fatto, che in precedenza neppure avevo considerato; perché mi rendo conto che l’associazione è tristemente facile e probabilmente più diffusa di quanto io stessa sappia: non avendomi neppure sfiorato, ignoro quanto abbia attecchito fra le stereotipizzazioni comuni su economia e politica.
Ma quant’è diversa l’essenzialità minimalista dall’aridità (mascherata da sobrietà) di Monti!

Il minimalismo, piaccia ed attragga oppure non interessi, è orientato ad una piena realizzazione della persona e – molto modestamente – alla sua felicità.
Non all’impoverimento, nè spirituale nè materiale.
E’ una scelta che genera piacere, soddisfazione profonda, più che un effimero senso di libertà subito reinghiottito da oggetti, incombenze, ecc. da rincorrere creando altro affanno.
Minimalismo è anche ottimizzare, rendere massimamente funzionale, non solo ridurre; e ciò vale per gli oggetti come il nostro stesso corpo, i pensieri, le relazioni… è stato detto molte volte. Non è un banale ‘fare vuoto’, nè tantomeno un rinunciare per forza e masochismo intellettuale.

Il minimalismo non è – solo – sobrietà o riduzione dei possessi, ma uno stile di vita e di pensiero; e questo comprensibilmente attira in automatico gli strali dei polemisti di professione.
Personalmente, però, da subito è stato per me molto più una faccenda concreta e fruibile di un’elaborazione ideale; e come sempre mi sono stupita incocciando in una critica al fenomeno minimalismo-decrescita tesa ad evidenziare ipocrisia e tendenza all’astrazione, al volo pindarico.
E’ indubbio che quest’argomento come ogni altro possa venire ideologizzato: andando controcorrente al consumismo, vi si presta oltremodo bene. Eppure.
Forse siamo così abituati ad osservare e commentare i fatti di politici, economisti, tecnici, cardinali, opinionisti famosi e sociologi che a fare un’analisi spiccia, ad osservare la realtà più prossima con lenti correttamente graduate non siamo più capaci.

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4 thoughts on “Sobriamente parlando

  1. concetto che va necessariamente ribadito, perchè purtroppo la maggior parte delle persone continua a pesare il suo prossimo in base ai suoi possessi. difficile quindi far passare il concetto che qualcuno possa stare bene con poco, perchè quel poco è esattamente il giusto che gli basta e lo soddisfa. a parte che… mi viene da sorridere a pensare alla mia borsa estiva! è una borsa di paglia intrecciata coi manici di bambù che acquistai, a prezzo modico, ormai non so più quanti anni fa. è ancora nuova (visto che tratto le mie cose con cura) e ai primi caldi la rispolvero, e ogni estate qualcuno la loda trovandola bella, e mi chiedo cosa penserebbe se dicessi che è quasi un reperto storico, visto che son tutti abituati a seguire le mode e a cambiare le cose non perchè siano rotte, ma perchè “non vanno più”. un piccolo esempio banale, lo so, ma ne potrei fare altri, e non mi sento affatto “povera” per via di quella borsa che uso, anno dopo anno.

  2. Uno degli aspetti centrali di tutto questo discorso emerge proprio da ciò che scrivi: il piacere di usare anche quotidianamente, o comunque sfruttandole fino in fondo, cose che ci piacciono davvero ci fa sentire che non solo abbiamo fatto un buon utilizzo delle nostre risorse ma abbiamo anche creato un legame con gli oggetti.
    Perché gli oggetti possono esserci estranei nonostante li possediamo da anni, oppure raccontare una parte della nostra storia, rassicurarci come vecchi amici (a loro modo) e darci quella soddisfazione che solo una certa dedizione allo scopo riesce a produrre.

    Non ho mai sostituito un capo di vestiario o, che so, un cellulare perché eran passati (o stavano per passare) di moda. Però come molti, un po’ trascinata dal flusso ed un po’ inconsapevole, soprattutto rispetto agli abiti ho spesso comprato cose che ancora mi lasciavano incerta (e vabbeh: qui c’entra anche, ammettiamolo, l’esser donne e magari pure adolescenti), che poco dopo non mi vedevo più bene addosso e che poi stazionavano, strazianti, negli armadi a lungo, con periodici tentativi di riattualizzare la passione che mi aveva indotto a portarli in camerino. Non è per niente diverso da quando passi davanti alla vetrina di una pasticceria, o per i patiti del salato come me di una forneria: non è fame o convinzione, è gola e tentazione.

    Parlare di povertà richiede molte precisazioni.
    Mi rendo conto che anche solo tra me e me non ne esce un pensiero del tutto chiaro, dipanato.
    Io non sono mai stata povera, anche perché proprio per la vita che ho fatto e per la mentalità che ho coltivato la disponibilità media di un operaio l’ho sempre trovata limitata, ma sufficiente. Quand’ero piccola avevamo qualche entrata in più, almeno per un buon periodo. Poi il margine è andato scemando per tanti motivi, ma anche i classici mille euro al mese mi sembrano tutt’ora apprezzabili.
    Ciononostante ricordo bene che le differenze concrete (non nelle cifre, ma negli stili di vita) tra la nostra e le famiglie che conoscevo, sia quando mi accorgevo che noi potevamo permetterci di meno sia quando era vero, meno di frequente ma capitava, il contrario. Sia chiaro: sapevo già che contava altro, e non ho mai sofferto per la mancanza di qualcosa di importante a causa della mancanza di denaro (casomai, posso essermi vista negare cose o esperienze per me significative per ostinazione caratteriale di mia madre. Sicuramente la comprensione e l’intesa con lei, mai l’affetto).
    Ecco il punto: se a volte mi sono sentita povera, ho sempre inteso questo termine in senso immateriale.
    Povera di stimoli, di esperienze, di sentimenti meno costretti e più liberi di respirare.
    Da un lato mi pare quasi di fare un torto ai miei, che si sono sempre prodigati nel dare alla famiglia ed in particolare a noi due figli tutto quanto ci occorresse davvero, svaghi compresi. E gli svaghi contano.
    Dall’altro, in gran parte a causa di circostanze sulle quali avevamo ben poco potere di intervenire, avrei desiderato ed avuto bisogno di qualcosa di più e di diverso, appunto in termini di esperienza.
    E ce l’ho tutt’ora: è su questo che lavoro, e gli oggetti c’entrano soprattutto nella misura in cui mi permettono di recuperare ossigeno invece di sequestrarmelo.
    Ovviamente, quando parlo di esperienza, non parlo di ‘provare un po’ di tutto’, ‘fare cose estreme’ o andare allo sbando nel mare delle possibilità (questo significherebbe essere schiavi della curiosità insaziabile e della scelta forzata di cui parlavamo altre volte). Parlo di conoscere anche pragmaticamente, ed interiorizzare in modo non ipotetico ed effimero, una qualsiasi alterità che ci corrisponda, tocchi le nostre corde e ci faccia superare noi stessi. Che ci dia anche l’equilibrio nell’instabilità. I mezzi per saper vivere. Il fottuto piacere di vivere, di sperimentarsi.

  3. sì, quello che dici degli svaghi è del tutto vero, e tra l’altro mi porta a pensare ai bambini di oggi. i coetanei dei miei figli, specialmente del minore, sono stati super-accessoriati di costosi oggetti elettronici e digitali fin dalla più tenera età, però magari non hanno mai fatto l’esperienza di essere sguinzagliati in un campo a caccia di insetti, sassi e quant’altro; sono esperti di playstation, ma non hanno la minima idea di come funzioni il gioco dei quattro cantoni. e quindi alla fine, pur rendendomi conto di fare il solito discorso che pare retorico e spocchioso, mi domando: chi è più ricco? è ovvio che non ha senso negare il progresso (chiamiamolo così, anche se qualche dubbio a proposito ce l’avrei…), ma proprio questo progresso che ci arricchisce di gadget, ci priva di reali esperienze: cognitive, tattili, visive e anche umane.

  4. Ah… non sono mai stata una giovane marmotta, proprio no. E non soltanto perché ho uno scarsissimo senso dell’orientamento. Ancora di recente mi è capitato, alla richiesta di un’amica che mi ospitava a pranzo di prenderle qualche foglia di basilico dal vaso sul terrazzino, di tirar su tutta la pianticella non sapendo cosa effettivamente dovessi fare.
    Però i miei giochi in giardino, le esplorazioni e le storie inventate all’aperto, sono stati fra i miei momenti migliori; sia in solitario che in compagnia.

    Oggi fatico a permettermi nuovi acquisti, per alcuni aspetti mi avvicino alla povertà relativa; eppure ho già tanto, forse tantissimo. E’ un peccato, ma dice molto, il fatto che ogni oggetto nuovo acquistato perda così tanto, e così rapidamente, valore da diventare spesso uno spreco irrecuperabile anche se rivenduto in breve. L’investimento sia economico che emotivo per tutto ciò che ancora possiedo è talmente sproporzionato rispetto ai benefici che ne ricavo da pesarmi come il mio residuo versamento pericardico.

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