Vomitare interiorità…

… mi chiedo, a volte, se non sia esattamente ciò che faccio io qui.

Img di M M Creadores

Alzi la mano chi non si è sentito più volte solo dopo aver parlato con amici, colleghi o conoscenti.
Chi non pensa che il non saper ascoltare sia un vizio oggi diffusissimo.
Chi non trova anche se stesso più portato a dire ‘io’ anziché ‘tu’.
A questo punto, più o meno tutti terremmo le mani abbassate, e un motivo scientifico ce l’hanno rivelato, di recente, due neuroscienziati di Harvard: Diana Tamair e Jason Mitchell. Dopo studi approfonditi, i due hanno scoperto che dare sfogo alle proprie confidenze attiva, a livello cerebrale, le stesse sensazioni di piacere che proviamo per cibo, sesso e denaro. E che il 40% dei nostri discorsi quotidiani è dedicato a esprimere pensieri e sentimenti privati: parliamo tanto di noi, non solo perché ci fa piacere, ma perché ci dà anche piacere.
Non dimentichiamo, poi, che i social network come Facebook e Twitter, e la tecnologia in generale, ci incoraggiano più al soliloquio che alla comunicazione vera e propria. Un allarme informato arriva da un’esperta americana, la psicologa Sherry Turkle del Massachussets Institute of Technology, che da quindici anni studia l’impatto delle nuove tecnologie sulle nostre relazioni interpersonali: “Ormai ci aspettiamo più dalla tecnologia che dagli altri. Non sappiamo più conversare, essere pazienti, ascoltare rispettando i tempi del nostro interlocutore. Stiamo perdendo la profondità”.
Alla fine, pur parlando tanto di noi, ci sentiamo fondamentalmente soli, il che ci incoraggia a volerci mettere continuamente in luce, e così via in una rincorsa a farci ascoltare, dimenticando di contraccambiare. A volte, è importante anche soltanto accorgersi di come si funziona veramente: è il primo passo per riflettere un po’, e chiederci se alla lunga ci appaga veramente raccontare tanto di noi, senza imparare niente del mondo degli altri.
E dire che entrare davvero in contatto con una personalità diversa dalla nostra, che possiede esperienze e sentimenti che non conosciamo, rappresenta uno dei lati più interessanti del non essere soli al mondo. Non avviene con tutti nè capita in modo automatico: richiede affinità, simpatia e reciprocità, ma ci regala uno sguardo stupito sulle infinite sfaccettature dell’animo umano.
Da soli non cambieremo il clima dei tempi, nè riusciremo con la pura volontà a contrastare i nostri personali eccessi di individualismo. Tuttavia, è meglio conscerli, sapere che ci sono. Perché quando avremo esaurito tutto il piacere del parlare tanto di noi, e sentiremo ugualmente quello spasmo di vuoto da qualche parte, potremo attivarci per chiudere la bocca e aprire le orecchie.

Così Rosanna Biffi sul MsA.
Ma sentivo anche, qualche giorno fa a Cominciamo bene, degli ospiti parlare della dipendenza dalla tecnologia (comunicativa) come di un più o meno sottile automatismo – appunto – a ricercare non solo conferme complesse alla nostra identità, ma soprattutto gratificazioni spicciole, in gran numero, frequenti: proprio come lo sono i vari Like, voti di gradimento, Mi piace facebookiani, retweet e rilanci vari della nostra voce nel web; gratificazioni che ne fanno soltanto aumentare la sete.
Tutto per una caramella.

Se ti interessa l’argomento, prova a leggere anche:

@ Chi me la riporta? Ovvero i twitter-retrievers;
@ Perché sto chiudendo il mio account su Facebook, di Paolo Zardi.

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10 thoughts on “Vomitare interiorità…

  1. penso che tutti abbiano bisogno di attenzioni e che pochi ne ricevano in misura adeguata (sia in senso soggettivo che oggettivo), e quindi se vomitare interiorità ci fa sentire meglio non ci vedo nulla di male. purchè non si perda il contatto con la realtà, ovviamente. se non si riesce ad avere un vero scambio con vere persone, ecco, allora è un bel problema che forse sfiora la patologia.

  2. @ Gu:
    Vero anche questo, che molti sono a corto del necessaire emozionale-affettivo.
    E sì, certe carenze sfociano facilmente nel patologico, anche se capisco chi storce il naso: ora che si inizia a parlarne, se ne parla così tanto ed in modo tanto smaccato da fare apparire il tutto come l’ennesima montatura mediatica o fissazione analitica. In realtà la dipendenza tecnologica, che è più in generale una dipendenza dall’approvazione degli altri-dalla gratificazione, è ‘solo’ una nuova declinazione del solito eterno problema umano: amare, essere amati, condividere.

    Per quel che mi riguarda, esagero abbastanza spesso.
    Ma ho consapevolezza ed autocontrollo sufficienti per bloccare presto l’infezione, chiamiamola così.
    Ciò non toglie che qualcosa che non va alla radice c’è, e sulla radice ancora riesco ad agire poco.
    Un’altra difficoltà è data dal fatto che spesso la ‘radice’ del problema non è costituita da un solo fattore, ma da molti fattori diversi.
    Personalmente la causa più evidente è la mancanza di amici. Non assoluta, certo (e non voglio adesso far torto alle amiche che davvero ho, fuori dal virtuale), ma insomma… non sono messa proprio bene. D’altra parte, è una situazione che ho in parte ricercata ed accolta spontaneamente, ritenendola preferibile a determinate compagnie, altamente insoddisfacenti ed anzi persino pesanti per me. Non so; ci sto lavorando su, ma è più complesso di quanto mi sarei aspettata.

    @ Libera: 😄

  3. Ciao Denise, sai che dopo il tuo post e dopo aver letto quello di Paolo Zardi ho ELIMINATO (non disattivato) l’account fb che avevo aperto dopo la vittoria POMì (mi hanno scritto che se ELIMINO non potrò più iscrivermi… Ma me ne farò una ragione 😀 )? Io non sono fatta per i s.n. Ho notato che io vengo “giudicata” polemica forse perchè mi metto in gioco nel mio blog, diciamo che mi espongo abbastanza. Ma su fb, ho scoperto le “vergini/intoccabili” blogger che non risparmiano una critica, una polemica a nessuno però lo fanno sotto l’ala protettrice di fb, in gruppi chiusi, così il blog rimane immacolato e l’immagine pure e l’animo malato viene liberato lì in quello che chiamano social network, luogo di aggregazione, condivisione e chi più ne ha più ne metta. Continuo così, per la mia strada, forse sempre più in salita e poco frequentata ma sai la soddisfazione che ho?
    Ciao Denise, vedrai che entro l’anno facciamo una bella chiacchierata live 🙂

  4. Eheh, povero paiolo Z. … no worry adesso correggo 😉

    Io su Fb mi ero iscritta, la prima volta, con un alias ed un disegno al posto della foto (‘che tanto la mia non l’avrei messa). Mi sono cancellata, reiscritta ‘seriamente’ dopo alcuni anni, ma in breve ho constatato che, anche a non esser lì per la polemica ma per contattare gli amici, mi intasavo la testa di mini-citazioni, immagini e proposte ad un ritmo frenetico, e senza guadagnarci nulla rispetto a quel che già avevo.
    E, oh, quella soddisfazione la conosco bene 🙂
    Sei nel mio mirino, baby!

  5. Avevo scritto “Paiolo”? o mamma….questo la dice lunga sulla “spontaneità” dei miei commenti 😀
    Io, invece, ritengo “educata e rispettosa la possibilità di un admin a correggere gli errori di ortografia di chi scrive.
    A volte, si sa, l’occhiale è da un’altra parte, la fretta incalza e l’errore in agguato dietro l’angolo.
    Io ritengo il blog la mia casa e voglio avere la possibilità di “controllare” chi entra, se mettessimo la moderazione sarebbe uguale…o no?

  6. Gh 🙂 Buono per la polenta, almeno è un errore goloso.

    Sull’accesso ai commenti dell’admin: sì, ma errare humanum est. Falsificare plus ancor.
    Insomma, la moderazione ti permette di controllare chi entra, ed è sacrosanta, la correzione invece di controllare direttamente i contenuti – e non solo la grammatica – di tutti gli utenti. E’ un bel po’ diverso.
    Io ormai dalle discussioni più infervorate ed infervoranti sto lontana, ma non mi fa piacere sapere che chiunque, volendo, potrebbe alterare ciò che io ho scritto.

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