Della consolazione

[testo di Luciano Manicardi, monaco di Bose, pubblicato sul MsA]

La consolazione è una ‘pratica di umanità’ che l’uomo mette in atto di fronte a persone nel lutto, nella sofferenza, nell’isolamento, nell’abbandono. Nella consolazione si tratta di ‘creare una prossimità’, di farsi ‘presenza accanto’ a chi è nella desolazione.
Se, a volte, le parole possono concorrervi (Consolatevi a vicenda con queste parole – 1Ts 4,18), tuttavia, spesso, le parole si rivelano inadeguate, anzi nemiche di un’autentica consolazione. Gli amici che andarono da Giobbe ‘per consolarlo’ (Gb 2,11), dopo essersi posti accanto allo sventurato con un lungo silenzio perché vedevano che molto grande era il suo dolore (Gb 2,13), cominciando a parlare rovinarono la loro presenza e si rivelarono consolatori molesti (Gb 16,2). Giobbe, che era considerato un consolatore di afflitti (Gb 29,25), sa smascherare la consolazione falsa, vacua (cf. Zc 10,2).
Una consolazione autentica è costituita da ‘una presenza capace di ascolto’. Una presenza che non svilisce la disgrazia dell’afflitto con parole banalizzanti o falsamente rassicuranti, con parole illusoriamente spirituali, con discorsi teologici, che inevitabilmente non raggiungono e non toccano il tragico che la persona sta vivendo, anzi se ne distanziano. Occorre essere presenza accogliente, rispettosa, discreta, attenta.
La consolazione, poi, come il dolore e il lutto, ha i suoi tempi. Rifugiarsi frettolosamente in discorsi e parole è segno di angoscia e di paura di fronte alla sofferenza dell’afflitto: è indice del timore di essere contagiati dalla sua sofferenza. Più difficile, ma più capace di raggiungere l’altro nel suo dolore, è ascoltare la sua sofferenza, lasciare che sia il suo silenzio, il suo animo, a suggerire gesti, tempi, movenze, silenzi, parole, sguardi, abbracci, carezze, distanze, per potergli essere realmente di consolazione. Il rischio, infatti, è quello di fallire l’incontro con l’afflitto proprio perché ci si crede capaci di consolarlo.
Occorre spogliarsi delle forme di ‘potere’ che ci possono abitare, rinunciare alle risposte salvifiche e all’illusione di possedere ‘tecniche’ di consolazione; uscire dall’attitudine interiore di chi si presenta come salvatore, guardarsi dal delirio di onnipotenza di pensare che il benessere dell’altro dipenda da noi.
Nè mai colui che si fa prossimo a chi è nel dolore potrà sostituirsi a lui, altrimenti la sua azione sarà di violenza, non di incontro e consolazione. Di fronte a un lutto è essenziale rispettare il dolore e accettare che la crisi innescata dalla perdita faccia il suo corso. La consolazione si oppone alla rimozione, e non è un intervento anestetico. Si tratta di essere accanto all’altro nella sua sofferenza, e di mostrare empatia comunicandogli il nostro sentirlo, che avviene mediante un equilibrato e sapiente rapporto di tensione del corpo, attenzione della mente e finezza delle emozioni.
‘Consolare è un lavoro’, una fatica che esige un impegno anzitutto su di sè. Ascoltare le parole e osservare gli atteggiamenti di chi porge le condoglianze a chi ha appena subito un lutto, equivale, il più delle volte, a partecipare a una sorta di fiera della superficialità, al trionfo dell’imbarazzo, a un doveroso e sgradevole rituale a cui la gente non si può sottrarre, ma di cui non è all’altezza e farebbe volentieri a meno.
Solo chi ha vissuto un lutto e ha saputo abitarne il dolore, assumerne il vuoto, lasciarsi plasmare dalla mancanza, può nobilitare quell’incontro con la sua discrezione e con l’intelligenza di ciò che sta avvenendo nell’animo di chi è nel lutto. E tale è la forza della consolazione che le parole o i gesti ‘adeguati’, compiuti nei confronti di chi è nel lutto, restano scolpiti nella memoria di chi li ha ricevuti come gemma preziosa e rara.


Marc Chagall, Giobbe in preghiera

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24 thoughts on “Della consolazione

  1. spesso, davanti a “chi è nella desolazione”, mi accorgo di non riuscire a spiccicare parola, proprio perchè mi rendo conto che in certe situazioni le parole possono risultare inopportune. allora stringo una mano o abbraccio quella persona, lascio magari passare qualche giorno prima che le parole si manifestino.

  2. Grazie! Nel senso che assume proprio l’insegnamento del libro di Giobbe. Gli amici di Giobbe gli offrono una consolazione moralistica, inefficace e molesta. Dio gradisce più il grido ribelle di Giobbe delle lezioncine di teologia dei suoi amici.

  3. @ Guchi:
    quando c’è già tanta gente che parla e ne parla, a me viene difficile, o meglio proprio non mi viene.
    E’ come se vi fosse un limite di saturazione delle parole in certe circostanze, ed aggiungersi al coro sia paragonabile ad agganciarsi una palla di piombo al piede e saltare in piscina nel punto più alto.
    La cosa curiosa (ma ho scoperto di non essere affatto un caso raro, per fortuna) e problematica che ho, invece, è che sono una di quelle persone che per la tensione o l’imbarazzo possono avere attacchi di risa O.o

    @ magis:
    ah, okay; pensavo ti riferissi allo stile o qualcosa del genere.
    Io a grida me la cavo, dici che Dio mi assegnerà qualche punto bonus per il paradiso?
    Ovviamente scherzo, eh. (Ma se me lo dà davvero, il bonus, non mi offendo).

  4. è molto vero quello che c’è scritto: ascoltare, evitare frasi per quanto belle da leggersi ma fuori luogo da pronunciarsi

    bisogna stare molto attenti perché quando siamo buoni, anche sinceramente buoni, è facile anche essere vanitosi, ci piace far bella figura

    nelle fiction dicono le belle frasi, ma la vita è molto diversa dalle fiction

    nella mia esperienza di consolatore, ho trovato talvolta efficace parlare d’altro, addirittura di calcio, perché chi patisce a volte ama distrarsi un po’

    comunque: ascoltare, e non dare l’idea d’aver fretta, perché quella è davvero infliggere un”umiliazione a chi patisce

  5. Che sia per soddisfare l’ego o il bisogno di identità, per chi ha già una naturale propensione ad aiutare la tentazione di farlo oltre il necessario è forte.
    Personalmente vivo la contraddizione di mettere al servizio degli altri determinate mie caratteristiche ed esperienze che mi rendono adatta ad assistere, ed al tempo stesso di essere fuori luogo o fuori tempo in tante circostanze e trovarmi a dover lottare con me stessa per ‘farmela intendere’, quando non è il caso.

    A volte è davvero molto più utile un ‘distrattore’, una persona che permette – intenzionalmente, non per indifferenza – alla mente di distendersi e fare altro, di un bravo reggi-coppa-delle-lacrime: dipende certo dal carattere di chi soffre, ma posso confermare che è un’ottima soluzione alternativa, quasi sempre.
    Certamente sempre migliore di un finto ascolto frettoloso e svagato.

  6. sono convinta che in questi casi ciò che conta sia esserci, esserci fisicamente; chi è desolato ha bisogno di una presenza fisica, anche silenziosa, un qualcuno che esercità gravità lì vicino, con la sua densa presenza segno della volotà di esserci; le parole verranno dopo, giustamente seguendo i tempi dell’altro.

  7. Parole sante, Dafne.
    Che d’altra parte valgono, secondo me, per la vita di ogni giorno: sentire la ‘gravità’ (che bella espressione!) di altri esseri viventi attorno, la presenza semplice di vita pulsante uguale alla nostra, ma non invasiva, delicata e forte… (immagina, certo, cosa significhi per una persona in lutto questa pulsazione di vita che si dispiega in un momento e in un luogo in cui l’impressione della vita si è infranta).

  8. il Nome santo e benedetto di Dio, tradotto solitamente con “Io sono”, non potrebbe forse venire reso anche con “Io ci sono”? Ma è una suggestione troppo ardita.

  9. corde ebraiche… Eh, sì. Vibrano, a volte, anche in me, molto forte. Ci sarà qualcosa, nella mia genealogia, per parte di madre. C’è stata anche una fase di vero avvicinamento, 25 anni fa, circa. Tu, invece, hai corde familiari, o (“solo”) spirituali?

  10. Nessuna ascendenza ebraica, non che mi risulti.
    Ho avuto la mia ‘tentazione’ di convertirmi, ne avevo la possibilità in modo non troppo complicato (avrei frequentato una scuola preparatoria a Milano, legata a Lev Chadash, per un paio d’anni). In realtà sarebbe stato un passo più che impegnativo, inadeguato al mio rapporto con la fede. Più che appassionata filo-ebraismo e indubbiamente noachide non sono stata; ma questo approccio alla fede dopo diversi anni di ‘altre strade’ mi ha giovato molto e modellato.
    Non è cosa superata, ma direi piuttosto integrata nella mia fede ora più snella e meglio indirizzata.

  11. Indubbiamente, anche se comprendere non basta, occorre incorporarlo. L’ebraismo dovrebbe essere per un cristiano una radice fondamentale della propria fede e non solo un culto antecedente, un prodromo interessante ma innecessario come mi pare spesso venga recepito.
    C’è a tenenza a rinunciarvi ed obliarlo, come se avendo Cristo compiuto e suggellato la rivelazione con la Sua venuta tutto ciò che l’ha consentita e che le dà significato e comprensibilità perdesse valore, invece di acquistarne. Ma superare l’ebraismo e portarlo a compimento non corrisponde a rinnegarlo (Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento); si configurerebbe l’errore opposto a quello di chi stima Gesù un riformatore politico e civile – e basta.

  12. certo. Sono pensieri anche miei. L’ebraismo è intrinseco al cristianesimo , o meglio alla chiesa. E non viceversa. Tanto è vero che ci Sono gli ebrei cristiani.

  13. Sì, chiaramente salvo circostanze particolari faccio riferimento ad un ebraismo che vede coniugati appartenenza di popolo, comunità e spiritualità; ma sappiamo che quest’ultima può ben essere disgiunta delle prime.

    Intanto buon nuovo, fresco lunedì.

  14. 😦 san ‘cazz? E che vuol dire? Io sono stato in questo paesino molto simpatico, con una imponente fortezza rinascimentale. Consiglio.

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