Interrogativi amletici / 6 (credo)

Mi imbatto, facendo zapping, in uno stadio pieno per tre quarti di persone che seguono dal vivo una partita e tengono in mano degli aggeggi di plastica (I suppose), dotati di due palette che cozzano tra loro e producono un suono simile ad un applauso.
Non fastidiose come le vuvuzelas, ma giustificabili solo per bambini e tetraplegici.

Che, la gente forse non ha più manco la voglia di battere quelle cazzo di mani l’una contro l’altra per dimostrare un minimo di partecipazione a qualcosa cui sta assistendo volontariamente, e che si presume le piaccia?

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8 thoughts on “Interrogativi amletici / 6 (credo)

  1. O forse il tifo nella competizione sportiva (era calcio?) è poco avvezzo all’applauso tout court: ad una bella azione, magari seguita da un gol, gli spettatori esordiscono di solito con grandi boati prolungati, con esisti – a seconda dei gusti – anche interessanti dal punto di vista sonoro, effetto ripreso da Bizet nella sua Carmen, quando nel finale il coro, dietro le quinte, emette grida di approvazione durante la corrida, che fa da sfondo e contrasto all’omicidio della protagonista per mano del suo ufficiale dei dragoni, sedotto e abbandonato.
    Tra l’altro, la partecipazione all’evento, anche senza applausi, spesso ce n’è anche troppa e assai viscerale, come quei motti cretini che invece di essere da supporto per la propria squadra sono un insulto a quella avversaria: al cospetto di questi, ben vengano i cicalini crepitanti!

  2. Sì, per carità, è preferibile un applauso seppur meccanico al chiasso vero e proprio.
    Okay a giocattolame vario, purché non distragga.
    (Ho poi guardato con più attenzione e visto che si tratta in pratica di due palloncini di plastica di forma rettangolare: ognuno ne aveva una coppia e li scontrava, insomma si teneva entrambe le mani impegnate).
    L’effetto sonoro in effetti è comunque incitante senza essere invasivo, ciò che ho trovato eccessivo è proprio l’idea di sostituire un gesto comune e molto usato con un aggeggio inutile ed appariscente (probabilmente, io credo, l’hanno adottato proprio perché tale e non per il ‘lavoro’ che fa).
    Senza dubbio colpisce anche perché la partita era di tennis, che di solito vede una certa compostezza nel pubblico (il calcio non lo seguo, ma in quel caso non mi avrebbe stupito, anzi). Non ho dimistichezza con le particolarità delle diverse competizioni, ma immagino che il fatto che si trattava di Coppa Davis significhi qualcosa; mi dà l’idea d’esser più rilassata degli slam.

  3. ciò che ho trovato eccessivo è proprio l’idea di sostituire un gesto comune e molto usato con un aggeggio inutile ed appariscente

    Eh, è forte la tentazione – ma non dico che sia la tua – di vederci una manifestazione dell’alienazione delle società moderne e consumistiche ma, se ben ricordo, anche in epoca antica, almeno greca e romana, il pubblico assisteva agli spettacoli rumoreggiando con sistri, sonagli e percussioni simili alle troccole del giovedì santo meridionale. Qualche Orazio deve aver fustigato anche allora questa usanza popolare, magari all’insegna del solito odi profanum vulgus, un po’ come facevano i musicisti romantici ottocenteschi quando concepirono il concerto come un rito sacro a cui assistere al buio e in totale silenzio, mentre sino alla fine del ‘700 era pratica comune e accettata, presso la ricca borghesia e l’aristocrazia – il popolani semplicemente non vi andavano – quella di assistere a concerti e melodrammi nei teatri facendo ben altro che ascoltare e basta, come per esempio mangiare e bere e chiacchierare.

    Che il “volgo” tenda all’eccesso, è la sua cifra stilistica e questo eccesso può muovere a molte considerazioni, anche di natura antropologica. Non c’entra granché, ma mi viene in mente la scena finale del film In nome del popolo italiano. Se non lo hai visto, per spiegarmi sono costretto a spoilerare un po’: un giudice di sinistra indaga sulla morte di una ragazza, in cui pare coinvolto un ricco imprenditore in veste di omicida, di lui si scoprono i maneggi, le menzogne e le corruzioni. Tutto sembra provare la colpevolezza dell’imprenditore, e in effetti è un poco di buono, ma improvvisamente vien fuori la prova che lo scagiona dal presunto omicidio. Il giudice, unico a saperlo, è combattuto: salvare l’imprenditore – che meriterebbe comunque di andare in galera per tante altre ragioni, se non fosse per gli agganci politici che gli permettono di sfangarla ogni volta – o condannarlo per una causa più giusta? A suggerirgli la risposta saranno i suoi connazionali, che incarnano tutti i difetti dell’imprenditore, quasi egli ne fosse la causa o il prodotto sublime, e in mezzo a un delirio rutilante di tifosi scalmanati, il giudice distrugge la prova dell’innocenza dell’imprenditore, e sembra che in effigie voglia condannare il popolo tutto. Un film, per molti versi, profetico: non è un caso che i diritti li abbia acquisiti Mediaset e lo mandi in onda molte volte all’anno, anche se in orario da prima serata.

  4. Mah, ti dirò: la motivazione primaria la conosco, ed è la mia esigenza (se si vuole, un po’ spocchiosa) di ordine.
    Segue la mia incomprensione per l’effettiva inutilità (o al lmite, sovra-utilità) di certi oggetti, che personalmente non mi sento proprio di paragonare a strumenti come quelli che citi o, per esempio, a bandierine e via dicendo – senza entrare nel dettaglio di questi ultimi: continuo a credere che la vera differenza la faccia il loro utilizzo, così non mi preoccupa certo una trombetta ma uno stadio intero di vuvuzelas sì, oppure: gli striscioni hanno una funzione comunicativa e di incoraggiamento per niente ‘bassa’, ma bassi sono coloro che li usano per insultare, come ricordavi tu.
    Non sono certa che non entri nel mio fastidio anche l’immagine di un volgo ineducato che prende il posto di un consorzio civile. Potrebbe essere, dopotutto come dicevo l’atmosfera era molto popolare, per dirla in un’altra maniera ancora, con sfumature ancora diverse.
    L’alienazione no, la vedo piuttosto altrove; e più che essere manifestazioni, queste, di deriva consumistica sono forse un buon ricettacolo per la stessa. Cioè: non dipendono da un modello economico-culturale relativamente nuovo, esprimono ben altro che questo, però mi pare sia poco in dubbio che rappresentino per chi vende prodotti sia fisici (dalle magliette alle trombette) sia immateriali (dalla pubblicità alle operazioni di immagine delle squadre e dei loro proprietari) un terreno fertile.

    In nome del popolo italiano, come tanti film visti da un po’ (anche se li ho adorati, sic) lo ricordo a spanne, ma la storia e l’idea sono chiare.
    […] non è un caso che i diritti li abbia acquisiti Mediaset e lo mandi in onda molte volte all’anno, anche se in orario da prima serata. Presumo manchi un non.

  5. Mah, ti dirò: la motivazione primaria la conosco, ed è la mia esigenza (se si vuole, un po’ spocchiosa) di ordine.

    Invero, un’esigenza per nulla spocchiosa in un universo che ha per vocazione la tendenza globale all’entropia, fisica e sociale

    Presumo manchi un non.

    Già.

    continuo a credere che la vera differenza la faccia il loro utilizzo, così non mi preoccupa certo una trombetta ma uno stadio intero di vuvuzelas sì

    Per rimanere in ambito di interrogativi amletici, vi si potrebbe scorgere l’allegoria – si parva licet – della volontà del singolo che si misura con la risultante delle volontà altrui in campo etico: un gesto qualunque, infinitesimo, troppo irrilevante e financo lecito, che conduce a un’insostenibile somma di istanze: quale livello emendare per emendare l’effetto sgradito? L’individuo che ne è causa di fatto o il tutto, che ne è l’effetto? Si potrebbe argomentare, giustamente, che l’effetto sgradito non sta nel singolo benché questi ne sia la fonte e, in ogni caso, fa parte della sua libertà e del suo diritto mettere in atto quel singolo proposito comunque lecito e circoscritto; eppure, se l’azione singola è condizione non sufficiente all’emergere della sgradita risultante generale, bisogna pur riconoscere che è necessaria. Come se ne esce?

  6. Temo purtroppo che il mio esempio miri a qualcosa di molto più banale, e per giunta malamente esplicato: ovvero, personalmente (ma non solo, pare) trovo le vuvuzelas disturbanti ‘per costituzione’, ‘per conformazione’, non c’è verso di usarle senza rumoreggiare.
    E per rumoreggiare intendo proprio creare suoni fastidiosi e sgraditi; laddove mi auguro di non passare mai di fianco ad uno stadio in cui migliaia di trombette vengono suonate, letteralmente, insieme e tuttavia ne posso immaginare in gran numero ben ‘coordinate’ e furoreggianti nei momenti opportuni (con continuamente!).
    Ne guadagna, fra l’altro, il valore stesso del gesto di supportare una squadra o un atleta – la giusta misura, si sa, è la metà del valore di qualsiasi cosa così come un buon inizio è la metà di un’opera, e via discorrendo.

    Precisazione a parte; l’allegoria mi pare calzante. Rilancio con un’altra domanda, per nulla nuova: se il gesto è lecito, qual è la fonte della sua liceità? Una fonte esterna che di conseguenza lo determina o una caratteristica intrinseca alle premesse del gesto, che la fonte esterna normativa non fa che raccogliere e sistematizzare?

    E dopo cotanto sforzo intellettivo; vo’ a divanarmi e guardarmi Private practice.

  7. E per rumoreggiare intendo proprio creare suoni fastidiosi e sgraditi; laddove mi auguro di non passare mai di fianco ad uno stadio in cui migliaia di trombette vengono suonate, letteralmente, insieme e tuttavia ne posso immaginare in gran numero ben ‘coordinate’ e furoreggianti nei momenti opportuni (con continuamente!).

    Sì, la coordinazione è possibile, ma questa va a cozzare con il diritto di chiunque di suonare una vuvuzela. Servirebbe, altrimenti, una regola restrittiva speciale che ne amministri l’uso ritenuto più adatto entro gli stadi. Una misura del genere, visto che parliamo di vuvuzela, non suonerebbe fastidiosa quanto il rumoroso strumento? In fondo è una trombetta!

    Rilancio con un’altra domanda, per nulla nuova: se il gesto è lecito, qual è la fonte della sua liceità? Una fonte esterna che di conseguenza lo determina o una caratteristica intrinseca alle premesse del gesto, che la fonte esterna normativa non fa che raccogliere e sistematizzare?

    Dal mio punto di vista, e rispondo molto brevemente, non la prima e solo in parte la seconda opzione. Una fonte esterna, autoreferenziale e che non si misura coi suoi propri soggetti è valida solo in funzione della fiducia che i soggetti le ripongono. Quanto alle caratteristiche intrinseche nelle premesse di un gesto, non credo che la fonte – ma sarebbe il caso di parlare di deposito – sia in grado di “raccogliere e sistematizzare” in modo “esterno”. La mia opinione è che dall’autoreferenzialità non si possa uscire – e non un vero problema, in verità – e che istanze soggettive e collettive si trovino in rapporti di equilibrio dinamico, con le leggi. Vi è, insomma, una dialettica tutta interna che, però, non è immune da influenze esterne, le quali, bada bene, non sono eticamente connotate.

  8. Domanda al contempo retorica, cui diamo risposte diverse; ed aperta per ogni lettore che non se la sia posta mai, o non abbastanza.

    Sì, la coordinazione è possibile, ma questa va a cozzare con il diritto di chiunque di suonare una vuvuzela.
    Un diritto non assoluto, direi, tale per convenzione – e questo è ovvio – ma soprattutto di peso diverso rispetto ad un diritto fondamentale. Di mancata vuvuzela non si muore, nè ne esce lesa la dignità di alcuno. Serve dire che i giocatori, i cronisti, gli altri lavoratori del settore e il resto del pubblico non vuvuzelante hanno il diritto di non farsi fracassare timpani e cabasisi per una cosa tutt’altro che indispensabile? Sottolineo che il fracassage, in quest’esempio, non è un’ipotesi ma un fatto diffuso, espresso pubblicamente dagli interessati.
    Servirebbe, altrimenti, una regola restrittiva speciale che ne amministri l’uso ritenuto più adatto entro gli stadi. Una misura del genere, visto che parliamo di vuvuzela, non suonerebbe fastidiosa quanto il rumoroso strumento? In fondo è una trombetta!
    Come dicevo, dal mio punto di vista non propriamente singolare una vuvuzela non è equivalente ad una trombetta.
    Ma al di là di questo, sì, è chiaro: una regola restrittiva servirebbe. Da quando una restrizione, se sensata e in linea con le richieste dell’ambiente in cui deve agire, risulta più fastidiosa degli effetti della sua non applicazione?
    E anche, da quando il criterio per la definizione della bontà di una restrizione è la noia, diciamo così, che procura a chi la deve rispettare?

    Intanto, sto seguendo una finale del 2006 degli Internazionali d’Italia.
    Ho pensato una cosa semplice ma cruciale, anch’essa materia di discussione immagino dalla prima competizione mai avvenuta: si tratta di capire quanto interessa, nel complesso, lo sport e quanto prevale l’interesse per lo spettacolo.
    Naturalmente, non considero lo spettacolo e la spettacolarità negativi in sè, anzi, nè trovo siano scindibili dallo sport. Ma ritengo che quest’ultimo debba prevalere in maniera netta, sia nel senso di marcata sia nel senso di pulita. E’ lo sport che consente lo spettacolo, non viceversa.

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