Libri letti da Maggio ad Agosto

1. Infinite jest, di David Foster Wallace
L’ho terminato un po’ come si termina una maratona: all’inizio la si percorre con leggerezza, poi viene il tempo della noia e della fatica, finché non si ritrova finalmente la propria interezza – l’interezza del testo – fino ancora a perdere questa interezza di vista, perché tutto è diventato immediato, inconsapevole, non ci si sente neppure stremati perché si è troppo altrove.
E forse è proprio questo il senso di quella conclusione… inconclusa: oramai eravamo passati dalla terza persona alla prima, e dopo pagine di commistione tra realtà presente, sogni e ricordi ci siamo tuffati in uno dei tanti ‘viaggi’, inaspettatamente non riemergendone più.
[Aggiornamento della bozza: vagando per la rete accoppata dal caldo e con la voglia-di-far-niente, sono incocciata in questa bella recensione del romanzo; che fra le altre cose, oltre al link ad una Wiki interamente dedicatagliª, suggerisce – per comprendere il finale non finito… di rileggere il primo capitolo. Eh. Non ci avrei mai pensato: di rileggere il romanzo, magari tra un po’, sì, ma di rileggere subito il primo capitolo che all’alba di due mesi fa m’era parso tanto indigesto e mai più spiegato dal resto dei fiumi di flussi coscienza… no. Beh: se avete già letto il tomo, fatelo, riprendete le prime pagine. Non considero questo uno spoiler, perché non rivela nulla ma suggerisce soltanto.
Segnalo anche: più che una recensione, un resoconto di lettura con riflessioni sul senso dello… scherzo infinito che, secondo i punti di vista, ci hanno regalato o propinato; ed una dissertazione sulla matematica all’interno dell’opera di DWF – che non ho letto, per motivi di attitudine, ma che linko nel caso qualcun altro in grado di valutarla la trovasse ben fatta].

ª Prima regola dei tomoni, ovverosia dei libri lunghi: la probabilità di ritrovare un’informazione già incontrata nel testo e che non vi ricordate è inversamente proporzionale al numero di pagine dello stesso.

2. Islam interiore, di Abd al-Wahid Pallavicini
Più che una recensione, posso portare alcune considerazioni sui concetti centrali di questa raccolta di interventi dello studioso discepolo di Guenon: qui e qui.

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3. Breve storia della vita privata, di Bill Bryson
Bryson è uno che sa risalire con agio gli intrecci storici e scientifici di secoli, li sa cucinare e riproporre al lettore come il resoconto di un viaggio scaturito dalla sua immane curiosità, dalla capace intelligenza e dalle certo non banali circostanze della sua vita; per trarne il succo ed illuminare come tutto c’entri, come tutto influisca sul nostro quotidiano. Di fatto, ha scritto anche diversi resoconti dei suoi veri viaggi.
Leggendolo, sale in bocca letteralmente l’acquolina di quando annusiamo un buon saporino provenire dalla cucina (soprattutto se di qualcun altro). Le pagine soddisfano senza saziare, come dei piccoli biscottini al burro: ancora uno, vien da pensare al termine di ogni capitolo: ed in ogni capitolo si incontrano frotte di personaggi da sballo, gente un sacco avanti che le proprie scoperte, invenzioni o intuizioni le gestiva come un gioco divertente, talvolta come un passatempo quasi sciocco – ma, a posteriori…!
Naturalmente c’è anche una nutrita schiera di personaggi che per loro intuizioni o scoperte, rivelatesi fondamentali, non hanno potuto godere del giusto riconoscimento: fra gli altri, ho reincontrato inaspettatamente John Snow ed Ignaz Semmelweis. Toh!
E così, dopo la sua Breve storia di (quasi) tutto – un salto nella geologia, un altro fra le stelle, poi giù nei crateri e nei vulcani terrestri ed oceanici e di ritorno a conoscere qualche antenato illustre (e peloso, e cavernicolo), per poi scomporlo in particelle… -, la mia mano non ha esitato un secondo ad acchiappare Breve storia della vita privata; nel quale esplorando la propria casa (ricavata in un’ex canonica vittoriana) questo bimbo cresciuto, paffuto e vivace e geniale, racconta parte  della storia dell’uso dei servizi igienici, quella del cibo, del sesso del sonno e della morte (passando per la scoperta delle abitudine di certi animali para-domestici, per la storia delle costruzioni più esose o eccentriche e degli architetti che le idearono, per quella della vita quotidiana della servitù)…
… consigliato, e sicuramente già noto, a chi come Lucyette ama frugare tra le pieghe della Storia – che, dichiara l’autore, è soprattutto un ammasso di persone ordinarie e fatti quotidiani; più che di grandi date e clamorosi eventi. Non solo: è anche una combinazione di coincidenza ed insistenza, tutt’al più creatività; affatto lineare e scontata nel suo essersi evoluta come proprio nel modo che ci ha portato ad essere, oggi, ciò che siamo.
Bryson è sagace, ironico, dettaglia senza risultar noioso; ed i suoi libri sono Wunderkammern allegre e fascinose. Un po’ il Ducky Mallard di chi non guarda i telefilm americani.

4. Musicophilia, di Oliver Sacks
Non sono una sinesteta, come alcuni dei protagonisti delle storie raccontate in questo ennesimo saggio del famoso neurologo. Però conosco bene le associazioni spontanee che la mente opera tra sensi diversi: la mia immaginazione si accende spesso e volentieri in modo gustativo; così quando sento una voce particolare, per esempio, le associo un sapore che se pure non sento in bocca letteralmente, mi invade tuttavia la fantasia. La parola ‘musica’, per me, è spontaneamente ed inestricabilmente associata alla mozzarella filante, per dire.
E per dire anche qualcos’altro, trovo affascinante la connessione intima e – probabilmente – animale tra musica e sindromi autistiche, almeno quanto mi ha conquistato sapere (anche se l’argomento è solo accennato) che la musica alterata dal sistema nervoso può diventare non solo onnipresente, o celestiale, o fastidiosa ed importuna, ma anche orrida in modo molto lovecraftiano.
Ciò che adoro di Sacks, comunque, oltre tutti i casi clinici, la raccolta sistematica di vicende sui generis e di ritratti di personaggi eccentrici o geniali; è il puro e semplice piacere del racconto. Un autore che consiglierei, se non gli è già noto, a Diego; che di musica ha scritto di recente, e che spero apprezzerà l’impronta agnostica ed appassionata.
Notevole l’ampia bibliografia; consiglio però anche di annotare i suggerimenti musicali fra le righe del testo: per esempio, io ho scoperto tale Orlando di Lasso, coevo del già incontrato Sigismondo d’India. Non mi ha conquistato, ma mi sono divertita ad ascoltare una versione dei King’s singers di Matona mia cara, con tanto di commento:

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5. Open, di Andre Agassi

La scelta di questa biografia non avrebbe potuto essere migliore, a seguito di Infinite jest. Non solo perché casualmente (o forse no) anche qui dentro un ragazzo incontra un’Accademia, e l’Accademia pare essere ‘una fabbrica di tennis’ e poco più; ma anche perché si parla di tennis non come di uno sport ma come di una radice – brutale – della macchina divora-vittorie che gli viene imposto, letteralmente, di diventare, coltivando un ‘istinto assassino’ inteso nient’affatto scherzosamente.
Non ho mai seguito il tennis nè ho potuto apprendere della carriera di Agassi in maniera diretta (ma che sorpresa e che emozione ritrovare inaspettatamente sullo schermo, fra gli alfieri della cerimonia di apertura delle Olimpiadi londinesi, quello stesso Marcos Baghdatis che fu il suo avversario in una delle ultime partite!), mi chiedo quale possa essere stato per chi invece ne ha osservato le mosse negli anni l’impatto, e quale l’impressione, rispetto a questo suo svelarsi (con l’efficace ausilio di uno scrittore di professione, nonché Pulitzer)¹ fino in fondo, a partire da quella che pare essere stata una confessione in piena regola, su un fatto di cui pochi erano a conoscenza e che ancor meno persone, forse, avrebbero immaginato: Agassi a tennis non ci voleva giocare, e lo odia almeno quanto ha imparato ad amarlo.
A prescindere da questo filo rosso che unisce le pagine, dalla storia in sè che è la storia di un uomo e come tale affascinante; dico chiaro e tondo che ancor prima di tuffarmi nel racconto la sola foto di copertina, tra occhi e lineamenti, mi ha trasmesso l’essenziale della sua vita. E mi ha convinto di una cosa: questo è un uomo buono.
Su Temperamente, una valida recensione.
Probabilmente una delle cose più belle da dire riguardo ad un libro è che come lettori ci ha resi partecipi. E’ anche ciò che posso dire io di questo.

¹ Il nome dello scrittore, se vi interessa, ve lo scoprite da voi. Io vi dico invece che mi ha commosso leggere i due, lui ed Agassi, rincorrersi nelle note perché l’uno non voleva apparire rubando spazio alla vita dell’altro, e l’altro non voleva lasciare in un angolo buio il primo.

[Una chicca: un paio di giorni fa qualcuno è approdato sul blog, prima di questa pubblicazione dunque, cercando la stringa dovete leggere open di agassi. Beh, eccoti accontentato, straniero.]

6. Racconti di pareti e scalatori, AA. VV. – a cura di Marco Albino Ferrari
Potrebbe sembrare scontato che si scriva, e si racconti, delle imprese alpinistiche. Oggi si scrive più o meno di ogni cosa… ma la materia della montagna, di certa montagna in particolare, ha in comune con le avventure dei grandi esploratori un dato che persino nell’era della documentazione ossessiva sfugge a chi non la vive in prima persona: è invisibile, sia in senso strettamente fisico-ottico che in senso metaforico, cioè inconoscibile, misterica, nascosta.
Per questo motivo, adduce Ferrari, la narrazione alpinistica è stata sin dagli esordi di questa disciplina intesa come sportiva, e non come mero mezzo di ricognizione scientifica, sinonimo sia di testimonianza di un’azione sche si svolge lontano dalle scene pubbliche, sia un tentativo di cogliere, ancor prima che di spiegare ad altri, il perché di questa scelta apparentemente insensata, inumana, inutile.
Io, inutile, non riesco a figurarmela pur non essendo alpinista. Ma comprendo che si possa ritenere tale un impegno tanto duro in tanti modi diversi; dentro una natura amorevole almeno quant’è aspra e pericolosa (che almeno, in tal modo, ne leggo: ed a leggere certi resoconti si direbbe sia meglio, per l’appunto, limitarmi a questo).
Una serie di racconti brevi che ripercorrono in ordine non cronologico ma logico tappe della storia alpinistica, svelando impreviste e perfettamente congruenti connessioni fra loro; come accade per ogni storia approfondita a sufficienza. Letti in tre sorsi, insieme a mio padre.
(Ho poi seguito anche una replica di Un passo dal cielo, che non me l’ero sentita di rivedere all’inizio: troppo commovente, troppo sollecitante il suo ricordo. Ma forse questa raccolta ho aiutato a superare l’impatto).
Ne ho apprezzato la varietà di toni e di espressioni oltre che di destinazioni, gli accenni (mai narrati in dettaglio, però) a storie di fantasmi e folletti, il fatto che in alcuni di essi si parli anche di ascese non realizzate, progetti incompiuti o delusioni e le preziose brevi biografie degli autori-scalatori; meno una certa presunzione aleggiante qua e là  (soprattutto nelle prime epoche che i testi rappresentano), ed il francese non tradotto nel racconto di Benuzzi.
Tenevo particolarmente a scoprire la prosa di Messner e di Bonatti: il primo mi ha lasciato piuttosto indifferente, il secondo meno, ma non mi ha conquistato come hanno invece inaspettatamente fatto Jean-Marc Boivin e Jon Krakauer.
E ho persino scoperto che la ‘Cerro Torre’, cooperativa di tipo B di Brescia presso la quale lavorava una mia assistita qualche anno fa, non prende il nome come avevo ipotizzato da una città del sud (!) ma da una vetta sita in Patagonia… ehehm. La storia delle prime arrampicate su di essa rappresenta per altro uno di quei casi di vicende controverse, che alla lunga mostrano i denti delle fandonie di certuni – ma garantiscono anche grandi coinvolgimenti.

Quest’ultimo libro, insieme ad Open, mi ha dato le pagine migliori di questi ultimi mesi; dense di una concretezza palpabile e respirabile, cariche di una spinta a tastare, assaporare, testare e testarsi, spingere muscoli e mente in avanti.
Mi ha dato il piacere della scoperta, della conquista, del ‘fare mio’, rielaborandolo, un mondo che seppur in altri termini non mi è indifferente o distante.

>> Viaggio in italia – Alla ricerca dell’identità perduta, AA.VV.
Mentre attendo il post ad hoc preannunciato da Claudio su questa raccolta di saggi sull’identità degli italiani, raccolgo qui un paio di impressioni sulla stessa prima di pubblicare il post. La primissima è che, pur rintracciando qua e là elementi condivisibili se non estremamente basilari dati di fatto mescolati a rozze e talora pregiudiziali conclusioni insufficienti a delineare un fenomeno, o forse proprio per questo; già col primo intervento di Aime mi sto annoiando.
Capisco poi che all’associazione democrazia-relativismo espressa da Zagrebelsky a pagina 24 del .pdf – definizione iniziata bene, in modo ovvio, e proseguita male – qualche molla al buon Claudio sia saltata.
Dovessi fermarmi ad Aime, sottoscriverei il giudizio di antipatia dato e il rimando a Ricolfi che parla di presuntuosità morale della sinistra. Ma oggi sono stoica, e voglio provare ad inoltrarmi ancora.
Ugualmente dalla Zuanna, demografo, introduce attraverso una serie di dati incontestabili ancorché generici le sue quattro domande cardine, le ultime delle quali suonano così: 3. Che ne sarà del milione di stranieri minorenni che oggi vivono in Italia? 4. Perché gli italiani sono così spaesati di fronte all’immigrazione? Il sospetto che si tratti di un’operazione di retorica politica si rafforza: dovrei già aver chiuso il documento, ma invece continuo e scopro che secondo l’autore senza l’immigrazione degli ultimi decenni saremmo andati incontro ad un disastro economico e sociale assicurato (perché invece, sappiamo bene che ad oggi di disastri non ne viviamo). La nota di pathos sotto la pelle di cifre e dati tecnici corre sino alla fine, nella quale apprendo (toh!) che insomma, l’immigrazione piaccia o no è il nostro futuro e ce lo becchiamo; e siccome anche noi fummo immigrati e siccome il panegirico della vita umana sofferente e degna di rispetto ce lo siamo già beccato, e non possiamo sottilizzare, il demografo ha ormai svestito i suoi panni per indossare quelli di violinista e noi l’abbiamo ascoltato.
Non che il concetto di fondo sia errato tout court o che l’amore per il prossimo non abbia una legittima e necessaria declinazione nell’attenzione per le sofferenze concretissime degli immigrati, tutt’altro, ma è chiaro che farli diventare pretesti banalizzati per veicolare un’idea ben nota, a mo’ di verdure nascoste nella polpetta dei bambini, significa renderli detestabili e fare esattamente il gioco del razzismo.
Decido di muovermi oltre e leggere solo gli incipit e le premesse di ciascuno.
L’intervento di di Biase, almeno inizialmente, cambia tono: si parla di cose elementari, di fatti sociologici ben consolidati, ma per lo meno non si cerca di schermare una teoria. Scorro il resto rapidamente, mi pare la linea rimanga neutrale, finché non incoccio nell’affermazione senza mezzi termini che vuole il referendum dello scorso anno su acqua e nucleare ‘chiaramente messo in secondo piano’… E naturalmente non è stato difficile per i critici supporre che la relativa assenza del tema dei referendum dai notiziari televisivi fosse connessa alla volontà, da parte di chi aveva il governo delle televisioni, di indurre gli italiani a disertare le urne, facendo così saltare il quorum necessario alla validità dei referendum. Gli italiani, invece, sono andati a votare. Pensa un po’ che bravi gli italiani: quando c’è da pubblicare un’analisi per nulla impegnativa e ben pubblicizzata non hanno identità, l’hanno persa nel mare magnum della postmodernità (e ciò è in parte vero), quando c’è da fregarsene di votare (o forse scegliere liberamente di astenersi) per permettere ai sociologi disonesti di asserire che Berlusconi ha volutamente ‘oscurato’ l’informazione sul referendum; l’identità la ritrovano nel taschino bella e piegata.
Amen: sono stati per lo meno tre quarti d’ora ben spesi per prendere nota di alcuni nomi rispetto alle cui elaborazioni stare in guardia.

Some slim ones:

7. Le pareti della solitudine, di Tahar ben Jelloun
Anche qui abbiamo un immigrato, maghrebino, che esprime tutta la sua solitudine – e la sua follia, poiché l’autore per descriverlo prende spunto dalla sua esperienza lavorativa in consultori per i disturbi psichiatrici. Una nota che poco stranamente non mi mette a disagio, perché resa in modo sufficientemente equilibrato, poetico senza apparire smaccato e al contempo pianamente concreto, da convincermi.
Il desiderio sessuale ed affettivo – per lo più insoddisfatto ed insoddisfacibile – è il motore del sentimento, del pensiero e del distendersi dei movimenti lungo il testo.
Una lettura veloce per numero di pagine ma più meditata e lenta per la necessità di sostare lungo i passi di Momo – e verificarli con i propri. Ma senza l’intralcio della retorica.

8. Vita e opinioni filosofiche di un gatto, di Hippolyte Taine; a cura di Giuseppe Scaraffia
Gradatamente, mimando il tono dolciastro dei libri per bambini, Taine si diverte a tracciare un duplice ritratto. Da un lato quello del gatto vero e proprio, e cioè della natura, in tutta la sua limitatezza e ferocia, così lontane dal sogno rousseauiano. Dall’altro quello dell’uomo comune, così simile al gatto nel suo rapporto timoroso e interessato con il potere e nelle sue golosità elementari. Ne esce l’immagine di un’umanità egoista e superstiziosa, vanamente orgogliosa del suo limitato sapere.
Così Scaraffia nella sua introduzione.
Mi aspettavo una storiella umoristica e divertente, ma ho trovato invece una – assai breve, più breve dell’introduzione stessa, ma che non mi ha saziato – storia morale atea. Fosse solo questo, vabbeh: sarebbe stata non eccelsa, ma leggibile; con il valore aggiunto della curiosità per la resa di un pensiero difficile da sostenere in maniera brillante. Il fatto è che rispecchia parecchio, e credo in modo involontario, più il (ri)tratto cinico e rassegnato che di Taine emerge nelle pagine di presentazione, che non il disincantato buffetto alle povere menti umane che vorrebbe essere.
Poco girarrosto al fuoco, insomma, per un gatto che voglia affilarcisi le unghie. Meglio il ‘Pensiero Pelosofico‘ di Jane Seabrook – sul serio!
Ma certamente le metafore calzano per lo scopo: mi piacerebbe vederle riprese e sviluppate da un più abile artigiano della narrazione.

9. Novecento, di Alessandro Baricco
Mi ha a dir poco deliziato.
E’ un libro praticamente perfetto: snello per scelta (trattandosi di un monologo teatrale, ma ritengo lo sarebbe stato in ogni caso), puntuale e succoso, divertente in modo sincero e leggero ma al contempo serio, serissimo.
E i personaggi, che personaggi (mica solo Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento, che già il nome è un programma e una storia): quando li senti pronti a scivolare nella stucchevolezza, quelli ti legnano e si mostrano fuori dalla macchietta, dallo stereotipo, dall’invenzione-letteraria-bomba-glicemica.
E’ un testo da leggere e rileggere, da meditare e tenere fra i cimeli di carta. A breve conto di vedermi il film di Tornatore che ne è stato tratto; nel frattempo, ne ha parlato anche la Miss.

End of the slim ones.

10. I rom d’Europa – Una storia moderna, di Leonardo Piasere
Piasere mi risulta essere uno dei maggiori conoscitori del mondo rom; sul quale dopo aver ripercorso la storia in Europa dei principali gruppi (spesso partendo dai loro etnonimi, auto- od eteroattribuiti che siano, e spesso per smontarne una presunta validità di indicatori culturali precisi) non lesina considerazioni sottili ma chiarissime a proposito non solo del razzismo, ma anche di certi moderni tentativi di rendere appetibile e brillante, un esempio ideologico da seguire, ciò che preferisce invece starsene da parte e come dice molte volte l’autore ‘inserirsi nelle sfasature delle società in cui si immerge’ – e dalle quali di solito si differenzia nettamente.
Il pregio dell’approccio di Piasere è di essere opportunamente, e a mio parere con efficacia, limpido nel portare avanti una posizione culturale – che diviene politica, ma nel senso migliore e più ampio del termine – senza rinnegare il distacco necessario dalla materia studiata e divulgata.
Il difetto è l’altra faccia della medaglia di questa sana obiettività: in diversi momenti, che non approfondirò ora ma sui quali certamente tornerò in futuro, mi sono trovata a pensare in modo molto terra terra che se questa è la realtà rom, che in parte mi era già nota e che qui trovo estesa e rafforzata, si capisce perché il ‘mondo’ le sia ostile: perché essa stessa è ostile, per quanto non in armi.
E che troppe volte delle affermazioni pur veritiere sui rom riflettono una lettura assai parziale della realtà ed assurgono, loro malgrado, a pretesto per giustificare l’ingiustificabile.

Alcuni dei temi toccati sono: l’origine dall’India (la indian connection) mitizzata e strumentalizzata, la distribuzione attuale in Europa dei vari gruppi, le politiche di esclusione (concetto che non condivido per intero) moderne a confronto con il tentativo di genocidio nazista (ve ne sono altri?), le concrete schiavitù subite e gli esempi di effettiva integrazione nel tessuto delle società gagè, la questione del vero e presunto nomadismo, il rapporto con i sistemi economici (anche qui, colgo la serietà dell’autore, ma non condivido il suo opporre il sistema del ‘dono’, che non è neppure propriamente tale, vigente entro le reti di famiglie rom ad un generico sistema capitalista che sarebbe proprio delle società e degli stati europei. Antropologicamente parlando tale sistema appartiene tanto ai gagè quanto ai rom, se invece il termine è usato in modo più popolare, è proprio errato perché sconfessato dalla descrizione che Piasere stesso ne dà).
Mi spiace anche, proprio perché nonostante evidenti scivoloni non percepisco nel testo un’intenzione ideologica, che dopo aver affrontato seppur brevemente la questione della mendicità ed aver visto come essa viene interpretata dai rom stessi; non si tocchi neppure la spinosa questione della criminalità (del furto in particolare, e del rapporto con il racket), fosse pure per sfatare errate credenze o ribadire una cosa più attinente alla comunicazione politica, cioè che fatte le debite proporzioni questi gruppi etnici non risultano compiere reati in misura maggiore rispetto ai cittadini italiani.
A tal proposito segnalo comunque, intanto, l’interessante e ben documentato testo di un’allieva di Piasere, Maddalena Tosi Cambini: La zingara rapitrice – Racconti, denunce, sentenze (1986-2007); primo volume di una ricerca che mira a ricostruire le modalità e le ragioni di una delle falsità storiche più becere.

11. Antropologia e linguistica, di Vincenzo Cannada Bartoli
Lo dice il titolo, o meglio lo fa intuire: questo è un manualetto piccolo ma denso, di quelli necessariamente tosti, che richiedono quanto meno lo sforzo di assimiliare ed integrare nozioni. Perché senza la nozione, l’informazione, la curiosità, l’intellegibilità degli orizzonti di ricerca delle discipline considerate viene persa.
Eppure, proprio per questo, permette di entrare nel cuore di certi studi, di certe associazioni ed ambiti di pensiero appena aperti o accennati; e di andare poi a pescare nel proprio bacino preferito.
Un libro dunque non per intenditori, ma sicuramente per appassionati.

12. Il generale nel suo labirinto, di Gabriel García Márquez
Un autore per me nuovo, anche se noto, che non ho mai avvicinato prima per due essenziali ragioni: non amo gli autori latini nè latinoamericani, e non sono una patita di storie di rivoluzione / liberazione e quant’altro; reali o immaginarie.
A prescindere da ciò, già dal numero 7 stiamo parlando di libri che abitano i miei scaffali e non provengono dalla biblioteca – ma con quest’ultimo ho raggiunto finalmente la sensazione di libertà, godimento pieno della novità e di quella fame spontanea e sana di storie che effettivamente non provavo da un po’. La cura [un libro alla volta, e prima i libri già in mio possesso] sta funzionando.
Fra belle e nitide descrizioni ambientali e ritornelli decadenti del protagonista, quel Simòn Bolivar a detta dell’autore accuratamente studiato per esser ridipinto, si snoda un viaggio senza fine verso nessun luogo intriso di esaltazione del Libertador – pur senza indulgere in compiacenze -, un’esaltazione che sta forse tutta nell’occhio dello stesso generale. Della serie: Oh, quanto sono figo io. Ben caratterizzato, per essere tanto pieno di sè. L’interessante resta comunque la riflessione sul potere, sul valore e sul carattere effimero della conquista; l’oscillazione della tensione tra forma repubblicana – non democratica, e per questo ai miei occhi ancora più attraente – di governo e tirannia.
Colgo l’unica scintilla di affinità col personaggio nella sua ostinazione a farsi capire, e conoscere; nell’ossessione per la verità della sua persona, ‘ché non venga travisata come invece accade sia pure con intento politico e non per del resto abbondante incuria.

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15 thoughts on “Libri letti da Maggio ad Agosto

  1. Grazie per il link, cara Denise. Sei riuscita a finire Infinite Jest, caspita, ti stimo…io l’ho sepolto in cantina tra i libri di scuola, non saprei dirti se avrò mai il coraggio di riprenderlo tra le mani.
    Da quando lo hai citato la prima volta mi sono incuriosita riguardo a Open e credo proprio che lo prenderò.
    Una bella carrellata di libri, complimenti per le tue letture, mi sembrano tutte di pregio.
    Un abbraccio.

  2. In parte ce l’ho fatta per ostinazione, Miss, perché pensare di avergli dedicato il tempo necessario per leggere qualche centinaio di pagine e poi interromperlo mi avrebbe irritato di più della stanchezza che spesso mi prendeva. Ma alla fine sono contenta di aver insistito.
    Open è un libro facile, nel senso che si fa capire, e fa capire benissimo, cosa pensa e soprattutto sente, o sentiva, Agassi. E’ uno di quei ‘libri aperti’, che non detesti nè ti insospettiscono anche se puoi toccare con mano il lavoro del ghost writer per strutturare e confezionare la storia. Certo, torna e ritorna su alcuni concetti, ma sono quelli che stanno a cuore a chi l’ha voluto. E allora? Per questo penso che McEnroe – che in un’intervista ha dichiarato che non gli era piaciuto vedere Agassi sputare nel piatto in cui mangiava – non abbia compreso una cippa.
    (Avevo proprio bisogno di quest’abbraccio. Grazie, lo ricambio).

    Guchi, per un attimo mi son detta che sarebbe stato meglio provare a leggere almeno il primo libro della saga di Bolivar, se così la posso chiamare. Ma in fondo se una cosa mi piace non ho problemi a partire dalla fine e ricominciare poi recuperando il resto; e in realtà non mi andava. Così non so dire se i precedenti mi avrebbero fatto un effetto diverso.

  3. E rileggerò il capitolo di IJ (gurgle, che brutto ricordo ne ho di quel primo capitolo, ‘na palla!), ma prima rileggerò anche la fine 😉
    Mi hai incuriosita un sacchissimo su Bill Bryson… secondo te è ben documentato (scientificamente e storicamente) quello che scrive?

  4. Ehilà!!
    Invece, io non conoscevo affatto questo Bill Bryson, ma ti ringrazio tanto per la segnalazione… perché mi hai incuriosita veramente un sacco, il libro sulla vita privata mi ispira proprio proprio tanto! Poi, sembrerebbe proprio trattare di quel tipo di Storia che piace a me… 😉

    In compenso: “Racconti di pareti e scalatori” lo consiglieresti a un signore che non è un grande fan della lettura di per sé, ma apprezza molto quei libri che riescono a fargli vivere l’atmosfera di montagna che lui ama tanto? (E’ più un fan della montagna in sè che dell’alpinismo come sport, a dire il vero). Perché se la risposta è sì, mi hai appena trovato il regalo di Natale per mio padre… 😉

    (Curiosità: chi è di voi che si interessa di Linguistica? 🙂 Io ci ho dato un paio di esami e l’avevo trovata una materia abbastanza ostica, affascinante ma molto “tecnica”; insomma, un libro di Linguistica non mi sembra il classico saggio che si compra così per hobby. C’è qualche linguista in casa? :-D)

  5. @ Ilaria: dici bene, gurgle! Sì, se è passato del tempo conviene riprendere il finale (qualche capitolo) e poi il primo; che ne convengo: oltre che incomprensibile di primo acchito, era veramente una palla preso così a secco. Garantisco che rileggendo in questo modo, quantomeno acquista un senso logico umanamente accessibile, insomma cambia tutto.
    Su Bryson purtroppo non ti so rispondere: che è documentato è sicuro, ma se sia documentato bene e dunque pienamente affidabile è cosa che non sono in grado di valutare, non oltre l’impressione da profana della storia – però, questo sì, noto anche senza approfondire il suo background che il suo proporre aneddoti e dati non è uno sterile esercizio a dimostrazione di quanto ha letto, studiato o arraffato qua e là. Perciò mi sento di dirti almeno che vale la lettura, e che secondo me colto ci è, non ci fa.

    @ Lucyette: ma prego 😉 Ero certa che ti sarebbe garbato, anche se ero pure convinta che lo dovessi conoscere già. Ci ho pensato sia per i temi trattati, certo, che per lo stile che quanto a ironia e leggerezza è simile al tuo.
    Racconti di pareti e scalatori a me è piaciuto per i motivi suddetti, e non sono appassionata di alpinismo (neppure di montagna: mi piace, e molto, ma definirmi appassionata è ingiusto verso i veri appassionati). Inoltre essendo una raccolta di racconti, con molti rimandi ma non legati tra loro in modo che si debba seguire un certo filo per capirli, sì, direi che per un lettore non divoratore va benissimo. E l’atmosfera che vuole, ce la trova. (Che bello, ho contribuito anch’io! E brava tu che ti porti avanti con i regali).
    Concordo sulla liguistica ‘affascinante ma molto tecnica’. Quel libro l’avevo comprato un paio d’anni fa più o meno, attratta soprattutto dal primo addendo del titolo: in realtà di linguistica non posso dire di saper nulla, ma almeno riesco a seguire i concetti. Appena fresca di diploma di maturità avevo meditato, e mi sarebbe davvero piaciuto farlo, di iscrivermi a Lingue a Bologna (c’erano corsi specialistici come lo yiddish, il giapponese, ecc.) ed integrare se possibile con Antropologia. Quest’ultima rimane una mia fissazione ed anche se ora ho rinunciato l’ho inseguita per tanto tempo.

  6. Capisco poi che all’associazione democrazia-relativismo espressa da Zagrebelsky qualche molla al buon Claudio sia saltata.
    Eh eh… ormai mi conosci bene! 🙂
    Uno di quelli che più mi ha colpito è il penultimo, immagino tu non ci sia arrivata, quello di Pozzi: “Identità collettive, dolore anomico e carisma”. Prima discorre della crisi dell’identità italiana tra riferimenti a d’Alembert, Renan, Freud, Hobbes e Weber; e dopo tanto volare alto, a quali conclusioni perviene l’autore? (pag. 116)
    Berlusconi ha rappresentato la risposta transitoriamente adeguata, da un lato a un panico sociale duraturo, alla domanda angosciata di una coesione sociale antianomica; dall’altro, a una domanda di semplificazione cognitiva di una realtà percepita come eccessivamente complessa. Il capo carismatico come un riduttore di complessità: invece del caos locale e globale, il riordinamento del mondo nella semplicità cognitivamente accessibile di un individuo. Una persona come mediatore e traduttore delle troppe cose che accadono intorno a me, la complessità riassunta e sussunta in lui, in una dimensione personale che io pover’uomo sento di poter ancora capire. […] Ma da anni ormai […] la funzione coesiva si è progressivamente indebolita, la terapia antinomica di tipo magico che il capo carismatico incarnava perde efficacia,. […] La società italiana, in tutte le sue articolazioni, trova adesso davanti a sé l’opportunità di uscire dalla eternità magica del sole carismatico e di entrare di nuovo nella storia, nella collaborazione, nel compromesso, nel difficile negoziato tra le diversità […]. Nessuno può dirsi certo che questa doppia opportunità venga colta, e che non si preferisca invece tornare nei porti tranquilli e mortiferi della regressione, del pensiero paranoico e delle aspettative magiche.
    Mi ha colpito perché, a parte l’espressione “eternità magica del sole carismatico” che sembra presa di peso da un trailer di Maccio Capatonda, l’autore in sostanza non fa altro che dire che quelli che votano Berlusconi sono scemi.
    Che sarà anche vero per una discreta parte di essi, intendiamoci: ma non è affatto una spiegazione sufficiente, perché ignora completamente tutta una caterva di altri plausibili motivi.
    Non m’interessa fare il difensore d’ufficio di Berlusconi (che non voto) o dei berlusconiani, ma la cosa mi dà fastidio perché è proprio con questa, diciamo, “reductio ad scemum”, questo tracotante complesso di superiorità, che questo tipo di sinistra (quella “antipatica”, per dirla con Ricolfi) evita accuratamente di fare i conti con se stessa e le ragioni delle proprie disfatte: e così quando perde le elezioni è colpa dei brogli elettorali, della mafia apparentata col nemico, della gente che è stupida… insomma di chiunque, tranne che di sé stessa.

    Su Infinite Jest, ah, cosa posso dire? Capolavoro assoluto… sono lì lì per rileggerlo la quarta volta… anzi penso di essere ormai pronto per la versione originale…

  7. Guarda, la molla è saltata pure a me, perciò potevo immaginare.
    Poi, io trovo del tutto accettabili ed anzi descrittive di una certa realtà parole come queste: […] la risposta transitoriamente adeguata, da un lato a un panico sociale duraturo, alla domanda angosciata di una coesione sociale antianomica; dall’altro, a una domanda di semplificazione cognitiva di una realtà percepita come eccessivamente complessa. Il capo carismatico come un riduttore di complessità […]. Ma, oltre alla conclusione un po’ magniloquente e pretenziosa, e per quanto senz’altro Berlusconi (che detesto in svariati modi) rappresenti un tipico leader carismatico con le relative caratteristiche; un discorsone del genere che riduce palesemente tutta la psicologia sociale e la storia della politica ad un fiammifero per il proprio sfogo antiberlusconiano mi fa alquanto incazzare. Perde anche in stile, lo voglia o no.
    Insomma: non sono per questo migliore di tanti intellettuali di vario stampo, ma io penso che Berlusconi sia uno stronzo e dico, e scrivo: Berlusconi è uno stronzo, eccetera. Non mi invento analisi virtuose e d’apparente profondissima qualità per giustificare ciò che penso. Magari lo spiego in un modo che può non piacere o soddisfare, riuscire accettabile, ma è quello che è. Questi qui, raccontano cazzate per menarla con la loro fissazione.

    Su IJ: minchia. E ribadisco: minchia. La quarta volta?!
    Comunque, continuo a ripetere quanto ho fatto fatica ma anch’io lo rileggerò: se non mi fosse piaciuto e basta non ci sarebbe stata scusa che potesse tenere, l’avrei interrotto e amen.
    Per la versione originale, abbi fede. Meglio: pazienza. Se non sarà prima, per Natale tornerà da te.

  8. Grazie, è sempre molto utile avere consigli, riscontri, confronti di letture… Io in questi mesi ho privilegiato i libri “di lavoro”, ma urge un cambio di genere letterario… 🙂

  9. Prego! Variare fa senz’altro bene, e da parte mia credo proprio che nel momento in cui mi ritufferò nei manuali universitari mi godrò ancor di più la narrativa a venire.

  10. cara c.d.
    musicophilia l’ho letto, e condivido la tua opinione, è un testo celebre e giustamente

    mi attira bryson, di cui ho letto il magnifico «breve storia di quasi tutto»

    vengo a leggere te, ogni tanto: anche un blog è una lettura, e oggi bisogna farci ci conti

  11. hai una scrittura che oscilla continuamente fra una volontà di esattezza, di oggettività, di onestà intellettuale e momenti di trascinante soggettività, fragranza irriverente, impulso sfrenato

    è bello impigliarsi nella tua tela, aracne

    certo, non è possibile il paragone con i grandi talenti della scrittura, ma questo è un mondo nuovo, ognuno regna sulla sua isola, gioco autoctono

  12. Pingback: Libri dicembre 2012 « Seme di salute

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