La stanza

La mia stanza è di viola vestita.
Un colore che mi e le si addice, che ho scelto io ma ha pennellato e rullato sulle pareti mio padre.
In questo la mia stanza, che ho sempre chiamato ed amato chiamar così, è simile nello spirito a quella di UnaRosaVerde, che scrive:
Nella mia stanza si può entrare ma solo di rado, solo a poche persone, e per poco tempo è consentita la permanenza. Una di loro, che non c’è più, è adesso sempre presente.

Non è un castello nè un magazzino, non una tana per nascondermi dalle fatiche (se mi occorre, mi imbosco nella camera che è stata di mio fratello); ma forse un po’ un laboratorio, da poco, di sicuro, uno studio. E studio per me è sinonimo di lavoro che crea ordine, e ordine significa piacere e sicurezza.

Non è stretta nè piccola, ma è vero come lo è per PioggiaBlu che mi fa da utero, a me ed alle mie cose interiori: pensieri, decisioni, scritti e progetti:
Dentro, il mio nucleo è contenuto. […] protetto. Lo tengono insieme  le pareti […], i libri, la struttura. La scrittura. Come in un uovo, un bozzolo. Come in un utero di muro e calce.

Non ha tende all’unica finestra, ma ha abbandonato porta ed anta centrale dell’armadio per due veli svolazzanti. Dentro il vano di quest’ultimo ci posso entrare in piedi, e lo faccio davvero, perché l’ho trasformato in un pensatoio con lampada a muro, bacheca magnetica e pareti del tutto libere per accogliere il prodotto delle mie camminate mentali.

E’ poco o forse molto, comunque le sono grata.

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7 thoughts on “La stanza

  1. Grazie della citazione. È così, la stanza non è una tana, ma uno spazio che contiene. Siamo noi a stabilirne il contenuto. Laboratorio, poi, mi piace.
    E neanch’io ho tende.

  2. Non ho capito cos’hai fatto: tu puoi entrare dentro il tuo armadio come se fosse una “microstanzetta”? Comunque anch’io ho sempre vissuto così la mia stanza, soprattutto prima, quando vivevo coi miei. Era il mio guscio, la mia protezione, quasi un prolungamento di me; con la propria stanza si crea un rapporto profondo!

  3. Guchi: direi di sì. Io mi ci sono sempre sentita persino stretta, quando abbiamo traslocato ho sperato che finalmente mi si concedesse la ‘stanza in più’, che non era una camera ed avrei sistemato in maniera completamente personalizzata e gestito in maniera autonoma; ovvero fra l’altro non vi avrei fatto entrare nessuno, mai.
    E’ un palese sintomo del fatto che mi sentivo costretta e non soddisfatta.
    Eppure, avessi avuto il senno di poi, avrei insistito per restare nella casa vecchia e dormire in salotto, rinunciando a tutto il resto.
    Si è sempre trattato di questo, in fondo: non un bisogno di spazio, ma di libera realizzazione.

    Ilaria: sì, proprio così! Davvero micro, ma mi ci muovo dentro con agio; ed è come uno sgabuzzino per la misura che ha, ma caldo e intimo. Un armadio dove nascondersi come facevamo da piccoli, ma arredato 🙂
    Putroppo la mia stanza mi rispecchia solo a tratti. Come detto, la amo perché è innegabilmente il mio guscio, come scrivi, ma persino in questo m’è andata male e non ho capito quanto peso avrebbe avuto, e saputo fermarmi a pensarci e chiedere di meglio.
    Torna a galla il solito discorso: la mia vita anche in questo non è in mano mia, a meno di non farne un inutile e doloroso campo di battaglia. E allora lascio quasi tutto com’è… anche se non mi convince.

  4. Ok, però accipicchia che idea geniale hai avuto, il sogno proibito di ogni bambino potersi ricavare il proprio spazietto dentro l’armadio. Sei veramente una persona originale (e non solo per l’armadio)!

  5. Grazie, gh ^___^
    Però è giusto segnare i credits: senza le manine d’oro e il cervello da falegname del mio papà, col pifferò che adesso avrei una lampada bella tosta dentro l’armadio, attaccata alla parete… forse con la bacheca me la sarei cavata, quattro fori e via, ma la lampada… quasi non riesco più a immaginarmelo com’era prima, cioè con un ripiano a mezza altezza, le scarpe sotto e scatoloni pieni di roba non mia sopra. Agh!

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