Obbedienza e libertà

L’ultima volta che sono stata in biblioteca, per prenotare Zigulì – dovrebbe essere il mio ultimo prestito prima di tuffare definitivamente il naso fra le librerie di casa – ho scorso come sempre gli scaffali all’ingresso, quelli delle novità, e adocchiato Obbedienza e libertà, di Vito Mancuso.
Credo che lì ce l’abbia messo la Provvidenza in persona.
Sinora di Mancuso avevo letto alcuni estratti ed alcune citazioni qua e là, e non era stata la cornice di un post critico ma il contenuto degli stessi a farmi pensare: è un coglione, uno di quei progressisti senza buone idee ma con tanta voglia di esprimerle. Adesso, avendo letto i primi capitoli del libro, so che mi sbagliavo.
Quantomeno posso dire che lo rispetto, e che la lettura che del personaggio e delle sue convinzioni viene data da parte di alcuni di coloro che si autodefiniscono tradizionalisti è debole. Ciò non significa esaltare, per contro, l’autore ed uno dei suoi grandi ispiratori: Martini. Ma mi dà una riconferma di come le idee dure che incontro in talune pagine cattoliche non siano casuali, ma nascano con tutta evidenza da cuori duri.
Alle volte, più spesso quando ancora insistevo a cercare un confronto profondo (sincero lo è quasi sempre, profondo e vivo quasi mai) negli ambienti-blog cattolici che più frequento, mi trovo a chiedermi:
che ci faccio qui? come ci sono finita?
Non perché non mi interessi ciò che in essi viene trattato o discusso, o perché abbia cessato di riconoscervi un elemento importante della mia identità. Ma perché di solito, vuoi per le numerose diatribe che spuntano nei commenti vuoi per la presuntuosità-pretenziosità di molti, costituiscono ormai per me più l’equivalente di un curioso-noioso film che un’occasione desiderata di crescita.

Negli ultimi tempi ero giunta ad uno stop. A messa non ci vado da un po’, pregare è difficile – perché ho smarrito da qualche parte il filo rosso di chi sono, cosa sto facendo e per chi. Ma ho inteso solo stamattina che in realtà non sto declinando, che forse questa apparente aridità è una buona cosa: da parecchio non teorizzo e scrivo qui le mie analisi, ma non ho smesso di agire secondo il bene, con tutte le fatiche del caso. (In effetti la fatica, in alcuni casi e non per definizione, è un buon indice della propria direzione). Le parole delle preghiere mi escono con difficoltà di bocca o dalla mente, però più di prima comunico con tutto il mio essere. Ieri sera, a seguito di un periodo di scarsa convinzione, scarsa fiducia e fede moscia, mi sono fermata in tutta naturalezza di fronte alle foto di mio padre e di mio fratello e li ho sentiti profondamente reali, vivi, presenti. Ero in comunione: con loro, con chi amo, con il mondo.
Detto così sembrerà strano, o patetico. Ma non mi immergevo in questo brodo d’amore da un po’, e pur capendolo non sapevo se era un problema oppure no, quale ne potesse essere la causa e quale la soluzione.

Un’ipotesi nuova, ora, è che stessi male, e stessi rigettando qualcosa; ma per stare meglio e non con il rischio di ritrovarmi senza appigli, senza guide, senza senso – di nuovo!
Ho lavorato troppo di intellettualità e diplomazia, là dove sarebbe stato opportuno essere più chiara e meno disponibile ad accettare anche posizioni enormemente distanti dalle mie – dunque parlare, oppure cambiare aria. A costo della serenità e della semplicità, sacrificando ad uno sforzo eccessivo e spesso inutile di dialogo la mia spiritualità – e le persone alle loro parole.
Non ho cambiato sentire. Sono cristiana oggi come ieri. Ma poiché non ho più avuto uno stimolo a riconvertirmi ancora e ancora, la fede s’era raggrinzita. Poiché i concetti ed i dibattiti divenivano ipertrofici e schiacciavano la verità quanto il dubbio per i quali parteggiavano, la mia ricerca s’era arenata.
Amare la contraddizione, che è insita nella realtà e non nella valutazione che ne diamo, non significa fare i bastian contrari. E’ un riconoscimento dovuto a ciò che, più grande di noi, non teme alcun crollo.
Verità e paradosso, incertezza, ricerca non sono poli opposti ed antagonisti; così Mancuso. E così io.
Io sono una cosa ed anche un’altra al contempo, cristiana senza forse ma più che questo, aconfessionale per natura e necessità senza per questo svilire l’appartenenza ad una confessione ed il valore di una tradizione, dalla quale pure attingo. Accostandomi all’islam ed al suo considerarsi il principio ed il sigillo della rivelazione, idea che col tempo intuisco sempre più veritiera; attingendo dalle tradizioni orientali le pratiche meditative e ricordando, riscoprendo quale immenso valore possano dischiudere, io non perdo la rotta e non mi disperdo, non affondo in un sincretismo senza luce e mi apro invece più strade spirituali non in conflitto fra loro – se non ad un livello esteriore, o nel loro fraintendimento.
Probabilmente si potrebbe spiegare questa cosa molto meglio, ma per ora chissene.
Fatto sta che, per ragioni diverse, io abbraccio sia la tradizione che l’apertura. Ma non ho voglia di spiegare cosa sia l’una e cosa l’altra, e perché siano sorelle e non nemiche. Non ho voglia di circo.
Ho Bibbia, Tanakh e Corano, il CCC e qualche altro strumento non stampato. Dovunque voi vi collochiate sulla mappa della fede andate pure avanti sulla vostra strada: all’arrivo mi troverete comunque, tutti, già là dove siete diretti.

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54 thoughts on “Obbedienza e libertà

  1. Non so se è una coincidenza che tu abbia scritto questo post (alle 6.50 di domenica mattina? perbacco) su Obbedienza e libertà poco dopo il mio commento, comunque non so se rientro nel novero di coloro a cui attribuisci un cuore duro… se sì, dimmelo pure senza peli sulla lingua, non mi offendo.
    Sarò ecumenicamente scorretto e andrò dritto al punto, ovviamente il bene che ti auguro è di arrivare nella Chiesa cattolica; se poi non sarà questo il tuo destino, pazienza. Però mi spiace leggere non tanto del tuo raffreddamento di fede, quanto quella chiusa che – nonostante quello che scrivi sul non affondare in un sincretismo “senza luce” (?) – , da lontano un po’ di sincretismo ci sembra davvero. Ma servirebbero maggiori dettagli per raccapezzarcisi, così per adesso mi limito a perplimermi e un po’ preoccuparmi. La cosa dell’islam come principio e sigillo della rivelazione, comunque, non l’ho capita proprio: sigillo di che cosa?

    Avrei molto da obiettare al concetto hegeliano di contraddizione insita nella realtà, che se ricordo bene è caro a Mancuso, glielo sentii difendere a Otto e mezzo già qualche anno fa, ma vabbè, lasciamo perdere “il circo” (se circo ti pare davvero).

  2. Mi esprimo seguendo i tuoi punti: sempre più – e ancor più dopo quel che è successo in occasione della morte del Cardinale Martini – mi vado convincendo che per farmi un’idea di certi autori e persone che sono sulla bocca di tutti non posso usare scorciatoie: né articoli di stampa né tv o blog, devo leggere quello che hanno scritto/ascoltare quello che hanno detto, insomma andare dritta alla fonte (e non vale solo per le cose religiose ma per tutto). Io sono estimatrice di molti ma “fan” di nessuno; del cardinale Martini ho letto parecchi testi (sono quelli a cui torno spesso quando mi sento fragile e mi aiutano sempre molto a ritrovarmi), inoltre molti sacerdoti della mia parrocchia sono cresciuti alla sua scuola (tra le migliori conseguenze di ciò: una “scuola della Parola” eccellente che ormai da anni si tiene nella mia parrocchia; il sapere dialogare con i giovani, con i “lontani”, con i divorziati ecc. Nel consiglio pastorale della mia parrocchia c’è un ateo, regolarmente eletto, tanto per farti capire). Però il Martini di cui conosco le parole nei suoi libri (e che rimanda costantemente alla Parola) non corrisponde a quello che piace ai media “progressisti” né a quello denigrato da certa parte cattolica. Di queste diatribe per altro non m’importa un fico secco, so solo che esistono. Idem per Mancuso (benché non lo assimilerei a un Martini!). Ricordo quando lessi “L’anima e il suo destino”, ho letto anche qualcos’altro ma ciò che ricordo di più è quel libro. Molto stimolante, per certi versi mi ispirò molto ma per altri versi lo trovai “pericoloso” perché sentivo che metteva in crisi la mia fede: questo l’ho considerato positivo, pur con cautela (non sono di quelli che vogliono mettersi in crisi a tutti i costi). Inoltre ho notato, dalle opinioni di alcuni amici atei che lo leggevano contemporaneamente a me, che in loro invece accendeva la fede o almeno l’interesse o il desiderio di credere; proprio mentre sembrava “perdere” me (ma solo per certe cose). Questo per me è già un segno che c’è qualcosa che vale in questa lettura, oltre al fatto che nel leggerlo ci si sente davvero spinti verso il Bene (anche se questo Bene a volte mi sembra troppo vago). Tutto sommato non mi sento molto in sintonia con questo autore ma lo apprezzo. Sono d’accordo sulle “idee dure che nascono dai cuori duri”; proprio perciò non frequento blog dichiaratamente “cattolici” (cioè quelli che definisco i “cattolici armati”), non ho niente contro di loro e li rispetto ma semplicemente so che anche se alla fine condividiamo la stessa fede, non mi ci sento in sintonia, anche perché la fede per me è una cosa pratica, non ci si arriva coi dibattiti. Ma vale anche con i “blog femministi”, i “blog solo letterari” e così via. Quando si sceglie un unico punto di vista per leggere la realtà e bene o male lo si vuole imporre agli altri (pur con le migliori intenzioni, in quanto ci si crede molto) io non mi trovo bene. Perché la persona è più vasta di un punto di vista. Infatti mi piacciono i blog di Ernesto o di Lucyette non in quanto “blog cattolici” (non li definirei così) ma blog di persone che mi piacciono; sono blog che hanno un chiaro punto di vista ma questo non predomina sul contenuto, è la persona nella sua complessità che emerge e a cui ci si rivolge.

    Una volta un prete del mio oratorio, un uomo meraviglioso che ora non c’è più ma che amavo (ricambiata) come un padre, in un’omelia disse che quando la nostra fede si ammoscia, si inaridisce, si ferma, ci viene spontaneo non andare a messa… un po’ perché andare a messa senza fede e senza voglia è una delle palle più mortali di questo mondo (be’, non si espresse proprio così ma il senso era quello) un po’ perché in buona fede ci sentiamo anche più autentici e sinceri non andandoci. Però secondo lui così facendo non si fa altro che incentivare l’indebolimento già in corso e si entra in un circolo vizioso. Da soli ci si perde più facilmente e la mancanza di senso predomina. Be’, secondo me ha ragione. Questo suo discorso mi ha convinta e io lo metto sempre in pratica nei periodi di “ammosciamento” e mi ci trovo bene (cioè io vado a messa crolli il mondo, anche quando mi suona come vuota pappardella, perché so e voglio credere che non lo è). Però penso che ognuno abbia la sua strada e i suoi percorsi. L’importante è restare in ricerca. Basta leggere la Bibbia per vedere che ce n’è per tutti: tipo, tu hai vissuto quel senso di comunione attraverso quelle foto, ok ci sta! A me piace un sacco il profeta Geremia perché lui era come me o come ti descrivi tu qui. Geremia si è perfino messo a urlare maledicendo il grembo di sua madre e il fatto di essere nato (per fortuna all’epoca non c’erano blogger cattolici in giro), altro che fede moscia o non andare a messa. Però era lo stesso uno che non si tirava indietro e sapeva restare aperto e coraggioso.

    Non so se il tuo è sincretismo. Il sincretismo mi fa un po’ paura. Il cercare e trovare la verità nei modi diversi in cui diverse culture l’hanno trovata o indicata penso invece sia semplicemente naturale. Forse a volte è un confine difficile ma come te sono profondamente convinta che dovunque ci collochiamo sulla mappa della fede, all’arrivo ci ritroveremo tutti, se avremo vissuto in modo autentico e tesi al bene. È del resto ciò che ascoltiamo ogni anno durante le preghiere dei fedeli del venerdì Santo, non sto dicendo un’eresia. È il motivo per cui tante volte ho pensato di cambiare confessione e son sempre rimasta convintamente cattolica perché Dio non guarderà le nostre etichette ma i nostri cuori e i nostri comportamenti. C’è scritto nel Nuovo Testamento, non sto dicendo un’eresia! 😉

    Comunque incuriosiscono anche me le tue letture e il tuo punto di vista sull’Islam (religione che conosco pochissimo, solo per quel poco che si studia a scuola, e che “temo” un po’)!

  3. Una fermata “ritempra” la crescita ed e’ meglio non compiere gesti da sforzati perche’ vuoti dentro.

  4. Rispondo ad uno alla volta, nell’arco della giornata…

    … Claudio:
    coincidenza, sì. Alle 6:50?! O.o No, guarda che è stato pubblicato alle 9:50… però l’ho programmato (il pc ieri l’ho lasciato spento), perciò potevo essermi sbagliata (ma l’idea di essere in piedi, a quell’ora… goish! Ora come ora dormirei l’intero giorno).
    (A proposito: qualcuno è approdato su questo blog cercando te, o meglio il tuo alias, per ben 7 volte. Credo che alla fine ce l’abbia fatta: ha cliccato sul tuo gravatar).

    Beh, non so se tu non ti offenderesti, intendo proprio per niente niente. O meglio: più che offenderti, potresti a buon diritto soffrirne – sì, lo so: ritieni però che se pensassi che stai sbagliando, ecc., farei il tuo bene dicendotelo.
    Okay. Ma farti soffrire non è un mio obbiettivo.
    Comunque no, non è di te che penso questo.
    Nè d’altronde penso che l’avere un cuore duro significhi averlo rispetto ad ogni cosa. Ma certamente un cuore che si riveli duro proprio nel trattare con altri uomini, parlando loro di Cristo, oltre ad essere un male di per sè ha buone possibilità di lasciar sconfinare le sue radici di cemento anche altrove.
    Per esattezza, fra tutti i blog cattolici che leggo (e che veleggiano su discussioni impegnative su verità, carità, senso della fede, dottrina e via dicendo – perché ve ne sono anche alcuni che hanno un’impronta diversa) il tuo resta il migliore; ovvero: quello che al netto di tutte le presunzioni, le pretenziosità e le aggressività che pure vi circolano – per esempio, come dicevo nel post – mi lascia qualcosa di buono in più. Spesso non si tratta, non principalmente, di contenuti, ma soprattutto di atteggiamenti (i tuoi e quelli di alcuni altri lettori, caldi senza essere nè tiepidi nè bollenti) e di sentimenti percepibili – dedizione, sincero desiderio di comprensione, correttezza estrema ma non rigidamente formale.

    Mi rendo conto che questo post può lasciare un’impressione strana. In alcuni punti mi appare come un cumulo di banalità poco affinate, e ciononostante le ritengo banali verità – o non le avrei espresse.
    D’altra parte, scrivo che ‘non ho voglia’ di ingegnarmi a spiegare cosa per me sia la tradizione e cosa l’apertura (non mi piace molto il termine progresso), e che significato e declinazioni realistiche abbiano – in particolare non la ritengo una buona idea dentro, o a ridosso, di un post simile – proprio perché parlarne (dialogare?) evitando di (s)cadere subito nel consueto gioco di opposizioni mi pare un evento possibile, ma improbabile.

    E giustappunto, a proposito di opposizioni.
    Hegel viene senz’altro citato nel libro, insieme ad altri filosofi, senza un riguardo particolare. Posto che non ho letto Hegel (anche se me ne sono fatta una minima idea leggendone invece da te), e quindi non so dire se quanto esprime Mancuso (che ad Hegel non lo riferisce direttamente) è un’interpretazione del pensiero del tedesco; l’espressione ‘contraddizione insita nella realtà’ mi pare tuttavia che difetti, per farsi (meglio) comprendere, di un aggettivo: apparente.
    A me risulta evidente questo sotteso. E’ Mancuso stesso, più avanti (quando ho scritto il post ero al capitolo 3) a sottolineare come una lettura manichea, duale della realtà non gli appartenga. Almeno su questo non possono esservi fraintendimenti, a meno di non aver sviluppato un pregiudizio, nel senso più letterale ed etimologico del termine.
    Precisato questo, negheresti allora che la realtà è contraddittoria nel suo farsi e nel suo delineare situazioni complesse, irriducibili ad essere comprese e valutate a priori secondo norme generali, ma non perciostesso meno coerente, dotata di senso e – oso un neologismo – abbracciabile?
    Questo potrebbe essere un quesito per raffrontarsi ai contenuti del libro. Ho intenzione di vedermi dei video, fra cui quello che mi citi; ‘ché anche modo di porsi, tono, cadenza, e poi la scelta di cosa mettere sul piatto e privilegiare raccontano molto.
    Non ho capito però se, e cosa, hai letto di lui (più che O&L, mi interesserebbe conoscere le tesi de L’anima e il suo destino).

    Va altresì detto che, se ho avuto parole dure per tanta parte dei blog cattolici che, loro e nostro malgrado, ritengo sporcati talvolta persino da vera e propria cattiveria; ciò non toglie che la mia fede non s’è ‘ammosciata’ a causa di questi. Non gli imputo nulla di simile, ci mancherebbe (e che fede sarebbe, per altro, la mia?).
    E’ fisiologico, e la mia pigrizia non aiuta.
    Avevo bisogno, fra le altre cose, appunto di recuperare il mio sincretismo. Non è che sembra esserci da lontano: c’è proprio.
    Ma, pur non avendolo precisato qui, ho detto più volte come io ritenga che il sincretismo di cui parla Ratzinger, cioè una commistione superficiale, confusa e contraddittoria (nel senso di inconciliabile, non nel senso mancusiano di dissimile ma integrabile ed integrata nella medesima realtà) di dottrine e pratiche cultuali sia cosa diversa da un sincretismo che è invece un coerente e consapevole partecipare delle / alle tradizioni spirituali che non sono le nostre proprie di origine, avendo ben chiare le distinzioni, perché in esse si coglie parte fondamentale e non collaterale della verità universale (oggettiva, tanto per gradire).
    A mia volta non ho capito… cos’è che non ti torna di quel ‘sigillo della rivelazione’? Saprai, immagino, che per i musulmani Maometto è il ‘sigillo dei profeti’, e che l’islam rappresenta la terza ed ultima rivelazione divina destinata all’uomo, in succcessione dopo quella destinata agli ebrei ed ai primi cristiani. Ma secondo una certa lettura, non so quanto diffusa, l’islam sarebbe anche per apparente paradosso la prima rivelazione, non in senso cronologico ma in senso fattuale: se l’islam è sottomissione a Dio pura e semplice, prima ancora che questi ‘rinfrescasse la memoria’ dell’uomo con i vari profeti (Gesù incluso, dal loro punto di vista) già Adamo, il primo uomo, era musulmano.
    Per carità, detta così, da me, magari questa cosa sembra una minchiata. Acquista un significato diverso se teniamo presente che l’islam è considerato un ritono alla vera religione, senza storture, che ebrei e cristiani condividono ma avendola comunque deviata, deformata.
    Questo significa che condivido in toto questa visione della linearità storica delle rivelazioni divine? No. Penso che l’islam non sia meno errabondo, nel suo dispiegarsi, dell’ebraismo e del cristianesimo reali, terreni e non ascrivibili al solo ideale del nucleo duro del loro credo. Penso però anche che quanto l’islam rappresenta per altre popolazioni ed ha da offrire (non solo ma primariamente) ai monoteisti possa effettivamente far capo non ad un percorso tutto umano, ma appunto ad un ulteriore intervento divino nella storia.

    Se ho tralasciato qualcosa di importante fra le tue note, dimmi pure, e ci torno su.

  5. Serpillo:
    tendenzialmente, la penso così anch’io.
    Anche se l’effettivo ‘sforzo’ compiuto va valutato con intelligenza: sforzarsi per ottenere un beneficio e mantenere un’abitudine che non è un atto vuoto ma uno strumento centrale per la comunicazione e la comunione con il divino, come suggerisce Ilaria, è segno di forza e di maturità.
    Poi uno, carente o eccedente nella pratica, i conti con se stesso tocca che li faccia sempre.

    “Chi cammina verso Dio non si ferma mai, ma va da un inizio a un altro inizio
    attraverso inizi sempre nuovi che non hanno fine”
    .
    (Gregorio di Nissa)

  6. non c’è una riga del vangelo che non sia intessuta d’amore, credo che quel che conta sia questo

    conosco atei duri e puri e anticlericali totali, e debbo dire che in genere detestanol i cristiani progressisti e intelligenti e hanno una preferenza neanche troppo malcelata verso lo stile «radio maria»

    tutti gli intolleranti e gli arroganti sono in fondo alleati, perchè si giustificano a vicenda

    io credo, come insegna il più grande fra i filosofi cristiani e non solo, cioè agostino, che il percorso è individuale, un percorso che evita le scorciatoie delle verità tanto granitiche quanto posticce

    amore, solo questo ci vuole, e brandire la croce come fosse una clava è la peggior bestemmia, il miglior servizio all’ateismo che trova il supporto ideale in certi atteggiamenti integralisti

  7. Ilaria:
    estimatrice di molti ma “fan” di nessuno: un’ottima politica.
    Martini, lo dicevo altrove, non posso dire di conoscerlo bene, ma leggendo i suoi libri (due, dei quali uno che citavo in un vecchio post) mi domando dove sia la malizia e la discordanza con il magistero che gli si attribuisce. Semplicemente, è una persona ben diversa da quella descritta sia da chi lo mette su un piedistallo sia da chi lo critica – una persona che mi piace.
    Qualcosa di simile vale per Mancuso, a mio avviso: mi sono limitata a dire che lo rispetto perché di fatto ne so troppo poco per destinargli già da ora la mia stima, e perché non sono mancati nel libro i passaggi che mi hanno lasciato dubbiosa sulla chiarezza delle sue idee, su quale significato esse hanno, e su quanto realmente sono state ‘macinate’ prima di essere utilizzate per il piatto in questione (inoltre, come scrivevo sul blog di Claudio, trovo che sia scorrevole e chiaro, piacevole ma bisognoso di superare il livello scolastico di costruzione del testo)…
    … per contro, mi spiego meglio: la sensazione che ho provato davanti alle foto, che ‘saluto’ ogni sera, è stata come dire, vivificata proprio dalla precedente lettura del libro.
    Come ebbe a scrivermi un amico riferendosi ad una persona a lui cara, gente come lei mi riconcilia col mondo. Ecco: non trovo Mancuso di un’intelligenza schiacciante, inattaccabile sugli argomenti (tutt’altro), nè alfiere di chissà quale terribile attacco alla Chiesa (al contrario, dichiara e dimostra che gli interessa piuttosto una parziale destrutturazione e ricostruzione della stessa, e non la sua cancellazione o marginalizzazione).
    Ciò che mi ha conquistato, alcuni precisi concetti a parte, è la trasparenza del suo animo, nel quale mi è parso di cogliere onestà – e la virtù della prudenza.

    Capisco quanto scrivi a proposito del duplice effetto (ispirazione / sensazione di pericolosità) del leggere Mancuso (anche se abbiamo approcciato libri diversi, credo che in entrambi si incontri la medesima nota di fondo).
    E non posso che dirmi in sintonia perfetta con le tue considerazioni che seguono, fino al desiderare che nel suo discorso sul bene l’autore fosse stato meno vago, meno sulle grandi linee.
    Forse, proprio per salvaguardare il concetto che – parafrasandoti – ‘la persona e la (sua, ma non solo) realtà sono più vaste di un punto di vista’, o per dirla appunto con Mancuso:
    verità > dottrina;
    dunque verità > Chiesa
    e anche
    verità > cristianesimo
    finisce per dire tutto l’essenziale, ma rimanendo fermo alle premesse.
    Aggiungo che vorrei capire meglio, sempre che lui l’abbia da qualche parte espresso meglio, il concetto di ‘essere-energia’, che non mi sembra necessariamente campato per aria, ma non essendo abbastanza ben sviluppato per i miei gusti mi dà per forza di cose la sensazione di non distinguersi dall’inconsistenza eterea e fumosa di certe concezioni new-age (o peggio: questo tratto, unitamente al discorso sulla materia – ma solo fino ad un certo punto, cioè finché non spiega, questo sì, il legame fra materia e spirito evidenziando come il secondo non sia riducibile alla prima – addirittura, mi ha fatto riaffiorare alla mente l’impostazione di pensiero satanista sul, diciamo, ‘tessuto’ del mondo).

    Sono anche d’accordo su quel che ti diceva quel prete a te caro, a proposito del circolo vizioso che facilmente si instaura quando qualcosa sembra aver perso senso (o semplicemente la sua funzionalità, in un dato momento, per noi).
    Per quel che riguarda me posso dire che senz’altro (non mi ci sono soffermata qui per ragioni sia di contenuto che di economia del post) che non è venuto meno il valore della messa, nè il bisogno che avrei di tornare ad andarci. Probabilmente, rispetto a questo in particolare avevo più bisogno ancora di staccarmi da uno schema che già si stava affermando contro la mia volontà – cioè la pressione dell’avere un appuntamento non solo con Dio, ma pure con altre persone che mi avevano attratto nella loro orbita e nelle loro aspettative. Aspettative non vincolanti ed esigenti, ma implicite. In definitiva ho retto, nonostante un disagio leggero, perché dopotutto averci a che fare e rispettare l’impegno di leggere durante la liturgia della Parola era qualcosa che io stessa sentivo di desiderare; finché poi con la morte di mio padre non ho avuto più risorse per far fronte a questa costruzione sociale tanto bella ed un pochino invadente.
    Rispetto alla preghiera invece hai centrato il punto, ovvero: lo strumento non deve venire a mancare, ma deve ora come ora assumere una forma differente.

    Vedi, frasi come però penso che ognuno abbia la sua strada e i suoi percorsi. L’importante è restare in ricerca; oppure dovunque ci collochiamo sulla mappa della fede, all’arrivo ci ritroveremo tutti, se avremo vissuto in modo autentico e tesi al bene, per quanto non si collochino affatto al di fuori del messaggio cristiano – come del resto sostiene Mancuso – vengono dai più interpretate come una forma di indifferentismo, di sincretismo deleterio.
    Che vivere in modo autentico e tesi sinceramente al bene (mica facile, oh!) sia precisamente ciò che ci garantisce la meta del paradiso, è appunto la tesi di Mancuso.
    E può aver bisogno d’essere espressa in maniera più ricca, certo; ma come la si può considerare frutto di un buonismo qualunquista?
    Tuttavia, accade.
    Mi piace che mi paragoni a Geremia, e sì, mi ci ritrovo un sacco 🙂
    E’ rilevante quel che dici sulle etichette, e aggiungerei proprio – come riflettevo qualche decina di post fa, sollecitata dalla lettura di ‘Islam interiore’ – che almeno di norma è preferibile riferirsi ad una tradizione precisa fra tutte le altre. Io non ci tengo ad essere disancorata da ogni cosa, per la pretesa di essere addentro ogni cosa. Non lo sono. Ma so che, esattamente come le religioni nella loro concretezza storica e dottrinale, anch’io attraverso ‘mutamenti di paradigma’.

    E visto che di islam abbiamo accennato, ti dirò:
    – che pure io lo temo, o comunque temo diverse sue manifestazioni e concretizzazioni (non solo il terrorismo contemporaneo);
    – che se adesso parlo di mistica islamica finisce che mi trovo da una parte gli invasati occidentali che ‘i sufi! belli i sufi!’ e dall’altra i più intransigenti fra i musulmani che mi sputano in un occhio;
    – che forse non sarei in grado di darti un mio punto di vista organico sull’islam, avendone io stessa una conoscenza frammentaria. Però, nel tempo, qualcosa di certò produrrò, anche su queste pagine. Purché sia chiaro che non intendo assolutamente presentarmi come non dico un’esperta, ma neppure un’appassionata con degna cognizione di causa… per ora.
    Sulle letture di saggistica – che preciso non essere la sola fonte a cui attingo, e dalla quale non dipende in tutto e per tutto la convinzione che ho formulato e sto coltivando – ora come ora sto leggendo Küng, il terzo malloppone della serie dedicata ai monoteismi. Un caso, ‘ché l’avevo iniziato prima di incocciare in Mancuso, un po’ perché, povero lui, prendeva polvere sullo scaffale da parecchi anni. L’ho iniziato pensando poi di venderlo, ma credo che invece me lo terrò.
    Ad ogni modo, se dovessi consigliarti una lettura in tal senso, senza dubbio ti indicherei il Corano. Se non ti incuriosisce, stimola ed affascina; puoi risparmiarti i quintali di letteratura, pur interessante e spesso di pregio, in circolazione – che dovrebbe seguire, e non precedere, la lettura del testo sacro.

  8. Diego:
    non ho mai letto Agostino, ma su questa cosa Mancuso non va tanto lontano, anzi.
    Secondo Niels Bohr, da lui citato a pag. 79, vi sono due tipi di verità: le verità semplici, dove gli opposti sono chiaramente assurdi, e le verità profonde, riconoscibili dal fatto che l’opposto è a sua volta una profonda verità. C’è da distinguere tra verità forte e verità granitica, tra caloroso e solerte spirito di servizio ed imposizione.
    Per il resto, nulla da eccepire nè da aggiungere: solo che sostenere il primato della coscienza non conduce […] necessariamente a fare di se stessi e dei propri desideri il criterio dell’agire (pag. 89).

  9. Vi sono parole che nascono innocue e pulite ma che finiscono per ricoprirsi di una patina suggestiva, vuoi repellente vuoi sublime. L’etimologia non aiuta: più forte è quel che le parole finiscono per evocare che non ciò che letteralmente significano, ma il bello delle belle lingue è la proliferazione delle accezioni diverse per meglio sottilizzare, discernere. Allora si potrebbe dire che tu non sia sincretica, con quel che segue, ma eclettica, che è ben diverso?

  10. Acuta osservazione.

    E’ eclettica o sincretica, a tuo parere, una persona che partendo da un base cristiana (non puramente culturale) si accosta (concretamente, non attraverso libri) a yoga e meditazione zen ritenendoli effettivi canali di comunione con il divino non inferiori quanto a valore ad una messa, non si prepara a diventare musulmana ma riconosce all’islam il ruolo di terza rivelazione (dunque non errore teologico pressoché integrale o persino truffa ma tradizione cui fare riferimento, pena la parzialità della visione teologica monoteista), non considera necessariamente in netta contraddizione i politeismi con i monoteismi – e in sostanza, nonostante riconosca la necessità di identificare una tradizione che le corrisponda sopra le altre, ritiene di non poter legittimamente e senza danno rinunciare a quanto la ‘eleva’ delle altre, andando dunque oltre la curiosità conoscitiva e la speculazione?
    Vorresti rispondere esplicitamente alla tua stessa domanda e dirmi cosa vedi in ciò che un po’ maldestramente ho cercato di esporre?

  11. Il mio parere penso valga ben poco, se ne volessimo fare un discorso di oggettività: non lo dico per falsa modestia, è la questione in sé. Proverò.

    L’aspetto lessicale, volendo, può essere depennato come inessenziale, troppo formale, cavilloso. Può darsi, ma proviamo a spostarlo in un contesto più ampio, quello delle “patine” suggestive di cui dicevo. Ebbene, quali significati impliciti, al di là della lettera, evocano eclettico e sincretico? Il secondo, comunque sia nato, vorrebbe suggerire (anzi, si vorrebbe che suggerisca) una ricetta disgustosa, insensata, incoerente, sale e miele per palati mostruosi e stomaci ipertrofici (un hot dog con la panna), forse anche una totale mancanza di stile e misura; il primo, l’accostamente armonico, selettivo e sintetico, un piatto per palati accorti, con materie prime comuni ed esotiche (non serve andare dal gourmet curioso: basta un piatto di penne al sugo di pomodoro, è che l’abitudine ce lo fa dimenticare).

    Detta così, la faccenda pare semplice e pure la scelta fra la più invitante fra le opzioni, anche al netto del paragone gastonomico. Ma è una differenza che può cogliere e apprezzare chi è consapevole che ciò che vuole, la cosa desiderata, va cercata e conosciuta, e non ri-conosciuta, perché il riconoscere è un sapere fin dall’inizio cosa trovare e non acconsente a nulla che diverga dalla prisca idea preformata, l’ambigua purezza precostituita (o precotta?). In parole povere, non avere pregiudizio verso ciò che può apparire come un’eresia (ma eresia per chi, secondo che cosa?): l’eclettico non teme l’eresia, ma sa che serve metodo e non ogni eresia è buona, anzi, che forse solo pochissime fra le tantissime son di qualche valore e, in ogni caso, bisogna stare attenti; il sincretico ama l’eresia comunque si mostri, rutilante, caotica, carnevalesca. E’ un po’ la differenza che passa fra un relativismo ragionante, selettivo, ché non tutto è relativo, ma qualcosa può esserlo, e un relativismo del niente, ché tutto fa brodo e le differenze, anche se ci sono, appiattiscono e comunque anything goes.

    Si capisce, se ho la profonda convinzione che un’ortodossia esista, unica, completa, immutabile, perfetta, sebbene non del tutto esplicita, le due distinzioni di sopra non valgono nulla: esse sono pur sempre una forma di contaminazione inaccettabile, sincretico o eclettico per me pari sono. Posso anche dirmi aperto al dialogo con le diversità, ma più per buona creanza e senso della diplomazia, non già perché mi sorga il dubbio che qualcuno venuto dai confini del mondo possa insegnarmi qualcosa di buono e giusto che non sia, comunque, già contemplato nel mio deposito di riferimento di sapienza, bontà e virtù. Tanto vale, allora, spendere tempo a ri-cercare le cose celate in questo che andarle a cercare altrove, nella persuasione – preconcetta? – che tutto il buono si trovi solo lì.

    Metto le mani avanti: il paragrafo precedente, mi si obietterà, è un’iperbole, una caricatura dell’integrità dottrinale. Può darsi che lo sia, può essere che il modo corretto d’essere integri sia diverso. Bene, non è del modo corretto e ideale che parlo, ma di quello che a me pare il più facile, e perciostesso, il più diffuso fra i modi di perseguire l’integrità, alla lettera, senza importanti concessioni.

    Siccome non la penso come l’ortodosso di sopra, la commistione non mi spaventa, piuttosto temo dell’assenza di metodo, della mancanza di poche ma essenziali idee chiare, dell’irragionevolezza. La coerenza è cosa buona, ma dipende dal livello cui fa riferimento e dalla sua estensione: se il mio orizzonte è assai limitato, sarò coerente sì, e vinco facile, ma potrei essere incompleto (a meno di credere fermamente che il mio territorio esaurisca tutto il necessario). E se, perlappunto, il mio orizzonte fosse incompleto? Non sarei incoerente a cercare altrove, perché stavolta la coerenza la cerco ad un livello più ampio, più generale, pur senza ambizioni totalizzanti, perché non tutto è vero, non tutto è accettabile, non tutto può armonizzarsi col resto di tutto. Ci vuogliono, come al solito, metodo e accortezza, che non danno garanzie ma aiutano.

    Dopo tanta prolissità, vengo al dunque: Cecilia, non sei certo una matta in cerca di sé stessa in qualche stramba dottrina o dell’ultima grande rivelazione universale, mostri un’idiosincrasia per l’eccesso, non sembri facile alle suggestioni eclatanti e la tua curiosità è misurata. Al postutto, per me fai uso di buon senso. Se il sincretismo è un po’ ridicolo, stando alle parziali e opinabili definizioni date poco sopra, non penso che abbia a che fare con i tuoi modi. Che il tuo sia eclettismo, può ben essere. Ma, forse, non sei né l’una né l’altra cosa, sei consapevole che l’arredo del mondo è vasto e vario, che vale la pena conoscerlo un po’ e che, vedessi mai, ne potrebbe venire fuori qualcosa di buono e, con questa disposizione d’animo, ti prepari a vagliare quel che si squaderna sul tuo cammino, oltre un orizzonte abituale.

  12. Ilaria, uh… ti assicuro non ho nessun intento polemico, ma sono davvero curioso di capire… posso sapere di che si occupa l’ateo nel consiglio pastorale??
    (cioè, effettivamente ci sono svariati ambiti in cui non è necessaria la fede: magari fa consulenze archivistiche, giuridiche, architettoniche, vattelapesca, di cui c’è gran bisogno!)

    Avevo letto male io, visto il 9 alla rovescia.
    Ti ringrazio dei complimenti (immeritati: esistono blog ben migliori del mio), ma se qualche volta mi giudichi eccessivamente duro, dimmelo pure, sai come la penso sulla correzione fraterna. Peraltro il cuore duro ce l’ho davvero nel senso che, essendo stato offeso moltissime volte in vita mia e in modi ben più diretti di qualche parola indelicata, ormai ho fatto la scorza, è difficile che qualcosa mi faccia sentire oltraggiato.
    L’aggiunta dell’aggettivo “apparente” già aggiusta il tiro: infatti, nego precisamente che la realtà sia “contraddittoria nel suo farsi etc.”. Ritengo anzi che giudicare la realtà contraddittoria sia proprio come se un marziano, ignaro dei nostri costumi, venisse in casa nostra e giudicasse contraddittorio il fatto che noi facciamo pipì nel water e ci laviamo le mani nel lavandino, e pretendesse coerenza chiedendo che considerassimo wc e lavabo assolutamente fungibili quanto a funzioni igieniche- escretorie, visto che dopotutto sempre di acqua si tratta, e in mancanza considerasse il nostro comportamento “non valutabile a priori secondo norme generali”: come si comporteranno allora questi bizzarri bipedi di fronte a una doccia, un bidet, una fontana, un fiume/lago/mare (in effetti, alzi la mano chi non ha mai urinato in mare…), eccetera? Mah! Mistero! Contraddizioni!
    Povero marziano, come biasimarlo.
    Non è contraddittoria la realtà: siamo noi che, ignoranti, la vediamo per speculum in aenigmate.

    Comunque, a questo punto non mi resta che procurarmi in biblioteca questo libro (oppure L’anima e il suo destino) e leggerlo e giudicarlo nella sua interezza. Altrimenti non riesco a seguirti.

    Non obietto certo alla pretesa musulmana di porsi come religione “definitiva” dell’uomo, ma il fatto è che, mentre vedo una forte continuità tra ebraismo e cristianesimo, non ne vedo nessuna tra cristianesimo e islam: qui il Dio vicino, lì il Dio lontano; qui l’onnipotenza autolimitata nella razionalità, lì l’onnipotenza nel totale incomprimibile arbitrio; qui Gesù perdente che muore innocente di morte infame, lì Maometto capo militare che guerreggia e conquista. Naaa, troppo diversi (e il Corano l’ho letto, sì).

    Eclettismo e sincretismo? Uh. Anche se la domanda non era rivolta a me, con la mia peculiare delicatezza da elefante in cristalleria mi intrometto e rispondo comunque: anche perché io stesso sono fortemente eclettico, ben lieto di esserlo, e mi considero tale proprio in virtù del mio cattolicesimo “integralista” (nel senso che lo voglio integro, non mutilato).
    Nel mio linguaggio, eclettico è chi ha vaste curiosità e si interessa di altre tradizioni, altri pensieri, altre modalità; e ne apprezza anche determinati tratti, frammenti, porzioni, giudicandoli positivi, ma sempre in riferimento a un “sistema” di partenza, a cui quei frammenti possono essere ricondotti. Eclettismo è cercare i semina Verbi, sapendo che c’è un Verbo; è applicare il “crivello” di San Paolo, quel “vagliare tutto e trattenere il valore” che non a caso campeggia nel mio blog; è cercare altrove le scintille di verità, sapendo che c’è un luogo dove tutta la verità si comunica nella sua pienezza organica.
    Sincretismo è assimilare frammenti da tutti i “sistemi”, ma senza averne uno proprio; ovvero costruirsene uno personale, che però, in quanto personale, è estremamente piccolo e rudimentale; ovvero ancora (penso es. al sincretismo fascista) farsene uno di comodo, volubile a piacere secondo l’utilità del momento, che prende da tutto perché in realtà non crede in niente.
    L’eclettismo implica un’ortodossia, un “dentro” rispetto al quale si cerca ciò che di buono c’è “fuori”, un aggancio cui ancorarsi per non andare troppo lontano e perdersi. Il sincretismo non ha ortodossia, né dentro né fuori, e l’unico baricentro del sincretista è sé stesso (con le migliori intenzioni, magari, con tanti buoni propositi di arricchimento spirituale; ma di buone intenzioni è lastricata la strada…).
    Finora ti ho sempre considerata eclettica, ma con questo post intravedo un sincretismo incipiente. E ho paura per te.

  13. Cara Cecilia,
    su Mancuso ho scritto qualcosa tre anni fa:
    http://locchiodirovereto.wordpress.com/2009/03/26/vito-mancuso-su-san-paolo/
    E’ un autore che ho seguito, adesso mi sembra troppo di moda e troppo pieno di sè.
    Un’attenta e critica analisi di Mancuso è stata fatta da Piergiorgio Cattani sulla rivista Il Margine. Purtroppo non è disponibile online. Magari si può recuperare contattando l’autore. Fammi sapere se può interessarti.
    Un saluto cordiale
    Francesco

  14. @ Sho:
    forse volerne fare un discorso oggettivo (che non si limiti a definizioni ed etimologie, ma peschi nelle diverse connotazioni e nei colori dati ai due concetti lungo la storia) è troppo, in questa sede.
    Io in ogni caso non sarei in grado di approntarlo; mentre tu qualcosa hai giustamente suggerito – ma limitandoti a quanto raccolto in un preciso ambito.
    Però, siccome con l’etimologia e le parole in genere sono fissata; dal mio punto di vista la descrizione che dai di ‘eclettico’ e di ‘sincretico’, sul finire, va semplicemente ribaltata.
    Almeno per il nostro uso contingente: in effetti, la parola ‘eclettico’ mi fa immediatamente pensare a tutt’altro, cioè ad una semplice quanto estrema varietà sì, ma in campo artistico. Come qualità positiva: capacità di spaziare, non incapacità di mantenere un interesse per più di due minuti consecutivi; per intenderci.

    Sarebbe forse interessante sviluppare quest’idea, che la ‘cosa voluta’ – per me inscindibile dalla ‘cosa adatta, destinata’ ad una persona dalla sua natura, sia essa concepita come struttura per intero immamente o anche trascendente, e so che non ami il termine – vada non ri-conosciuta, ma cercata e conosciuta.
    Io opererei – già che ci sono – una piccola commistione anche qui, per chiarire come la penso: la verità, ‘ché di questo parlavo, va sicuramente cercata per essere conosciuta, okay, affinché conoscendola noi la ri-conosciamo.
    Non è mai, per me, una cosa del tutto nuova – lo è senza dubbio, intellettivamente, per quanto concerne la sua forma esteriore, o se preferisci la sua conformazione concreta (storica, sociale, dottrinale, rituale, ecc.), ma non dal punto di vista sostanziale, che dovrebbe apparirci, se non in prima battuta più avanti, come… ciò che è sempre stato. E che, diciamo pure, era in nostra attesa.
    Con questo ho inteso dare un input in più, non contestarti una frase di cui ben si coglie il senso, leggendo anche oltre.
    Non voglio fissarmi sui vocaboli: per me, una volta compreso come li intendi, che in questa sede (perché altrove le carte e le reazioni cambiano) tu mi chiami eventualmente eclettica o sincretista sta bene allo stesso modo, sempre che ve ne sia bisogno.
    Da lì partiamo.

    Per il resto, mi piacerebbe non fermarmi al solito ‘sottoscrivo’, ma per quanto concerne:
    – il discorso sulla non disponibilità di certa ortodossia a contemplare come veritiero altro che il proprio credo, ed in particolare quello già dato così com’è, nonché la sua diffusione non irrilevante;
    – la necessità di metodo (non dico: il miglior metodo, ma un metodo, rivedibile), di poche idee stabili e chiare da cui muoversi restando più flessibili su quanto da esse deriva, del così difficile buon senso (che ti ringrazio di attribuirmi);
    – la differenza tra coerenza stretta, timorosa di incepparsi e coerenza… morbida?, nonché quella tra il relativismo che ti scoppia in mano come una bolla di sapone (un tale, un certo Joseph, ne parla un giorno sì e l’altro pure) e relativismo come metodo (neppure universalmente applicabile, che però in specifici ambiti è l’unico accettabile)
    sono d’accordo, e la cosa non mi sconquassa più di tanto. In parte ho la sensazione di essere tornata sui banchi di scuola (elementare, oggi primaria): torno alle basi, però con qualche cognizione, che non è nozione, in più. Vecchi discorsi, ma più efficienti ed efficaci.

  15. @ Cla:
    così come il parere di Shostakovich ha valore perché io ho specificatamente chiesto di conoscerlo, così il complimento è del tutto meritato, perché nasce dal mio incontestabile sentire. Tiè :p 🙂
    Comprendo la ‘scorza’, ma – fissazione mia, che ti attribuisco involontariamente – la maggior offesa per me è l’insincerità, o meglio: la slealtà. Dal momento che ti stimo e che non reputerei normale far mostra di cambiare non solo atteggiamento, ma proprio idea su di te di punto in bianco; sarei la prima a leggere un ‘oltraggio’ in questo.
    Diverso discorso vale per coloro che non sono mai stati oggetto della mia stima, o che l’hanno persa più o meno gradualmente ma non ne sono a conoscenza per il fatto che non erano a conoscenza nemmeno della mia (alta) attenzione per loro. Eccetera.

    Il tuo marziano (proprio coi gabinetti doveva prendersela?) mi ha esterrefatto, e manca un ‘non’ nella tua frase, ma s’è capito.
    Se leggerai, casomai, ne riparleremo – intanto proseguiamo, qui non ho recensito Mancuso, ma me stessa.

    Sai cosa ho pensato poco fa (guardando la TV, senza agganci particolari)?
    Una piccola metafora che potrebbe anche lasciare il tempo che trova, essendo fiorita così d’amblè, ma che – chissà – potrebbe anche invece essere più azzeccata di quanto io stessa la ritenga.
    Dopotutto, l’intuito lavora così: genera d’amblè costrutti che sembrano venire dal nulla e non significare nulla, eppure sono stati elaborati e prodotti, per quanto in sordina, con i consueti meccanismi razionali.
    La metafora è questa: l’ebraismo come espressione storica della speranza, il cristianesimo come espressione della carità, l’islam come espressione della fede.
    Si può discutere di quale sia il reale e corretto ordine delle rivelazioni, e perché, ma vedo in questa banalissima comparazione un senso.

    Ora, caro elefante.
    Valuto ingiusto il tuo ridurre il sincretismo ad un calderone di pietanze mezze crude e mal combinate, senza costrutto: oggettivamente, per tornare al discorso fatto più su, denotativamente non ha il carattere negativo che oggi va per la maggiore cucirgli addosso.
    Brevemente, posto come già dicevo che del sincretismo non ho un’idea negativa ma piuttosto affine a quanto scriveva Shostakovich dell’eclettismo; una (grossa) precisazione.
    Vedrai poi tu se quanto penso possa sovrapporsi in qualche misura a quanto hai delineato.
    Non ritengo, pur riferendomi attualmente ad un sistema preciso cioè il cristianesimo, che il sincretismo (positivamente inteso) necessiti di un sistema dal cui interno muoversi verso l’esterno, nè tantomeno di un’ortodossia prestabilita (la verità, e non l’ortodossia, è la meta. L’ortodossia è invece uno strumento, e va individuata, non presa a modello). Il sistema, cioè la tradizione specifica, che vorresti rappresentasse il centro della conoscenza dal quale ‘partire in ricerca’, non è un centro ma una periferia, per quanto illuminata dal suo astro come la Terra è illuminata dal Sole (non lo ricordo mai: i pianeti e gli astri vogliono la maiuscola? Mi sa di no, eh). Il vero sistema è… un sistema di sistemi. E’ sovra-dottrinale, sovra-confessionale e sovra-tradizionale (nel senso di: superiore alla tradizione religiosa particolare). Appartenere ad una tradizione e da essa muovere i passi non è in sè limitante o fuorviante (non sono fessa, ed avevo di recente ben sostenuto il contrario, cfr. il commento ad Ilaria), a patto però di desiderare il confronto (= dialogo) con le altre tradizioni, un dialogo non eternamente protratto ed inconcludente ma fruttifero, e di non cercare invece una riconferma o un confronto allo scopo di incastrare una diversa visione del mondo nella propria, disconoscendone la strutturale particolarità (relativismo come metodo). Appartenere ad una tradizione è di norma un bene, ma non è una conditio sine qua non per operare un sincretismo, o eclettismo, o vattelapesca, ‘sano’. Perché no? E’ presto detto: perché essere, comportarsi in modo sincretico non equivale a non avere tradizione, ma a cercare di penetrare nel livello comune a tutte le tradizioni. Che è assai diverso dal pretendere di poterle comprendere, ed incarnare, tutte quante nella loro concretezza.
    Neppure ritengo che un ‘sistema personale, in quanto personale’, sia perciostesso piccolo e rudimentale: perché mai? Proprio perché si estende su più tradizioni, a patto di non farne un giocattolo ma di prenderle seriamente, non è piccolo ma ampio. Proprio perché deve confrontarsi con qualcosa di strutturato e profondo, e per di più spesso sconosciuto se non per tratti fondamentali, non può essere rudimentale ma misurato e preciso, e deciso.
    Non manca affatto un aggancio, un’ancora: sta proprio là nel cuore (che bella, e sprecata parola) del ‘sistema di sistemi’. L’aggancio è la fonte stessa di ogni singolo ‘corpo di fede’.

    Un’ultima cosa.
    La mia chiusa, è vero, è orrida: dolciastra. E non si fa capire abbastanza.
    Ma dacché non mi pare d’aver mai sostenuto che chiunque, qualunque scelta di fede faccia e vita conduca, alla fine verrà in ogni caso ammesso al regno dei cieli; e dacché ho detto in diverse occasioni e molti modi che non ogni scelta ed insegnamento hanno uguale valore – e lo sai, perché ne abbiamo discusso qui come pure sul tuo blog – non vederci del qualunquismo, vedici piuttosto quanto scrive Ilaria: sono profondamente convinta che dovunque ci collochiamo sulla mappa della fede, all’arrivo ci ritroveremo tutti, se avremo vissuto in modo autentico e tesi al bene.
    Il requisito è questo, non altri, se inteso seriamente e non come un grattarsi le ascelle (sorridendo bonari al prossimo).

  16. @ Fra:
    magari più avanti. Comunque grazie.
    Sto leggendo i commenti (terminerò domani) al post che mi hai linkato.
    Non so se, fuori dalle pagine e calcando le scene, Mancuso sia pieno di sè (non me lo figuro, ma è anche vero che il libro da me letto non ricordo in che anno sia uscito e non so quanto si distanzi dai precedenti e dagli eventuali successivi, perciò…).
    In ogni caso, senza mascherarmi di modestia dirò che secondo me ha ancora parecchio su cui lavorare, o così mi sembra: non saprei dire se la percentuale variabile di vaghezza (che non corrisponde a fumosità) sia programmatica – e se lo è, che peccato! – ma dà adito ad una spiacevole incertezza sulla sua preparazione ad affrontare certi argomenti, a discapito della pur stimabile impostazione.
    Proprio perché tiene molto a questo concetto della contraddizione non oppositiva, non reciprocamente escludente, di elementi di realtà; mi aspetterei che non veda affatto un’incongruenza tra quanto affermato da san Paolo e quanto riportato nei Vangeli o nell’AT che tu chiami in causa – a patto, come mi sembra lui faccia, di propendere per una lettura della figura di Gesù come profeta, e non persona divina. Mica pizza e fichi, no?

    Buonanotte.

  17. @Claudio: l’ateo (che si chiama Giovanni, poverino, chiamarlo “l’ateo” mi suona riduttivo!) è un membro come gli altri e quindi vota su tutto quel che c’è da decidere. L’unica differenza è che quando all’inizio della riunione ci si alza e si recita il Padre Nostro, lui si alza ma coerentemente non lo recita 😉
    Credo che il suo “caso” rientri nella descrizione che lo storico del cristianesimo Giovanni Filoramo ha dato parlando della religiosità nella nostra Italia secolarizzata: esistono “credenti senza appartenenza” e “appartenenti senza fede” (ovviamente queste sono solo due categorie presenti all’interno della vasta schiera dei credenti, che evidentemente non si esaurisce nell’una o nell’altra; sono, secondo lui – e io concordo – due categorie “nuove” in quanto appunto sviluppatesi in un contesto secolarizzato come è la nostra realtà contemporanea). La prima categoria comprende per es. quelli che dicono: “Io credo in Dio però non mi riconosco in una religione”, oppure “Credo in Dio ma non sono praticante” ecc. La seconda categoria è quella di Giovanni, cioè di chi non crede in Dio ma si sente di appartenere alla comunità parrocchiale… magari perché fin da piccolo ha sempre frequentato l’oratorio e lì continuano a esserci tutti i suoi amici; magari perché i suoi figli frequentano il catechismo o anche senza andare a catechismo frequentano l’oratorio perché lì ci sono i loro compagni di scuola o vanno a calcio lì e così via. Alcuni di questi “usano” la parrocchia come fosse un luogo come gli altri: c’è il bar, i campi di calcio, tennis, pallavolo, la piscina, il biliardino, i videogames ecc. (siamo un oratorio salesiano). Ma gli “appartenenti”, come Giovanni e altri, si sentono anche parte della comunità. Giovanni per es. esce dal lavoro e va al bar dell’oratorio tutte le sere, si rilassa, vede gli amici, mentre i figli giocano. E vuoi non affezionarti al posto e alle persone (preti compresi)? E allora ecco che, essendo lui imbianchino e “tuttofare”, lui assieme ad altri uomini bravi nelle cose pratiche, ha costituito una “squadretta” che, nel tempo libero dal lavoro e gratuitamente, sistema i lavandini che perdono, i termosifoni, restaurano tutto quel che ne ha bisogno, tengono (letteralmente) su la nostra chiesa che ha solo 40 anni ma non avendo mai ricevuto fino a poco fa una manutenzione appropriata aveva le sue belle magagne che ora loro stanno sistemando. E poi viene a messa, partecipa in tutto alla vita della parrocchia. Quando c’è stato da eleggere il consiglio pastorale lui ha avuto un sacco di voti ed è stato eletto. Probabilmente molti non sapranno neanche che lui è convintamente ateo, dato che lo vedono sempre in parrocchia! 🙂 E come lui ce ne sono tanti… ti dirò che io preferisco costoro a quelli che ti liquidano con l’ormai “frase fatta”: “Credo in Dio ma non sono praticante” (che cavolo vorrà mai dire questa frase, io non l’ho mai capito, la trovo tanto frequente quanto intrinsecamente insensata). Forse perché penso che sotto sotto, anche se Giovanni sostiene di non credere, in realtà crede e il suo modo è quello…

  18. P.S. ho sbagliato, volevo dire che in fondo penso che quello è il suo modo di credere… come l’ho scritto sembra che io sostenga che lui creda senza saperlo.

  19. Grazie per la precisazione, Ilaria. Dopotutto una persona può anche, senza esserne molto consapevole, avere una sua forma di fede anche se rifiuta ogni appartenenza oppure organizzazione particolare (spesso è a questa situazione che, come scrivevi, fa capo chi non si trova a suo agio nelle diverse chiese e si dichiara non praticante: non perché magari pensi che la fede basta a se stessa e non ha legami concreti con il quotidiano, ma per ragioni… logistiche?). E così pure se rifiutando l’idea di Dio in realtà mostra un disagio per la ‘traduzione’ concettuale di Dio, e non tanto per la sua esistenza tout-court.
    Bando alle supposizioni ed alle esemplificazioni, comunque, confesso che il tuo racconto mi sembrava più lineare nel tuo penultimo commento. Mi spiego: non capisco come possa un ateo, se è veramente tale, avere una qualsivoglia forma di fede, intesa propriamente come fede nel trascendente prima ancora che in una precisa divinità e non come credenza in una data cosmologia, o che so io.
    Anche il fatto che venga a Messa mi piacerebbe che me lo spiegassi meglio, se puoi: perché – ne ha mai parlato? Non sto dicendo che fa male, eh. Ma ci viene per curiosità personale o, diciamo, culturale? Per la vostra compagnia (anche se, magari, io lo farei ma non per abitudine: non è esattamente come essere al bar, pur con tutto l’interesse ed il rispetto che uno può metterci)? Perché prova un senso di pace, al di là del credere o meno?

  20. M’è piaciuto un sacco Ferrara, più o meno sul 19simo minuto, quanto fa Eh beh, qualcuno doveva [pur] essere sbudellato… eheh: http://www.la7.it/ottoemezzo/pvideo-stream?id=392665 Mai andare ospiti da Ferrara, se non si è pronti a mettere insieme qualcosa più di un pensierino 😉 Più lo sento, più trovo che Mancuso ha delle idee interessanti, ma non le ha dentro la mente, ultimamente definite e ‘distribuibili’. Le ha davanti a sè, come il ‘codino’ che i bambini cercano di strappare alle fiere sul calcinculo. E meno riesce ad approfondirle, più ci si fissa – cosa che di per sè, l’insistere su alcuni concetti, non sarebbe nemmeno un male.

    Mi incuriosisce quell’aggettivo, simmetrico, che usa più volte: che intende?
    Sul discorso di peccato, poi, s’è fatto un bel pasticcio.

    La mia angosciata domanda, dopo aver visto il video, è in realtà questa: ma quanto gli somiglia, Mancuso, a Rat-Man?! Tanto tanto! 🙂

  21. Ilaria, che bella storia… questo tipo mi sta simpatico ^_^
    Adesso capisco meglio quel che volevi dire. Ora non ho tempo di commentare come vorrei, ma ripasso prossimamente.

  22. Cecilia, permettimi due chiose:

    Non voglio fissarmi sui vocaboli: per me, una volta compreso come li intendi, che in questa sede (perché altrove le carte e le reazioni cambiano) tu mi chiami eventualmente eclettica o sincretista sta bene allo stesso modo, sempre che ve ne sia bisogno.

    Sta bene, “l’uso contingente” di cui dici può ben originarsi passivamente: se “eclettico” lo leggo più spesso in espressioni un po’ fatue ed abusate come, per esempio, “artista eclettico”, finirò per associare a quella parola- quasi per riflesso pavloviano (e non c’è da vergognarsene, la nostra mente economizza i suoi processi) – quello stesso contesto emozionale in cui la ritrovo: eclettico è cosa da artisti un po’ fatui, la parola non mi piace molto. Credo sia proprio il contesto in cui mi sono più volte imbattuto nel termine “sincretico” a farmelo apparire secondo quella definizione che ne ho dato sopra, a farmelo connotare oltre il significato nudo, finendo per assegnargli varie categorie valoriali. Sarebbe un bell’esercizio domandarsi perché la tal parola ci suscita certe reazioni e come siamo arrivati ad incrostarla di sfumature.
    Comunque, ci siamo ben intesi.

    la differenza tra coerenza stretta, timorosa di incepparsi e coerenza… morbida?

    Uhm, più che in questi termini, la coerenza di cui parlavo va intesa come hai giustamente detto qui:

    Il vero sistema è… un sistema di sistemi. E’ sovra-dottrinale, sovra-confessionale e sovra-tradizionale (nel senso di: superiore alla tradizione religiosa particolare).

    Cercarla, cioè, nel livello che le è proprio, che di solito è il più generale. Se la verità, il vero sistema, è sovra-dottrinale ecc., non c’è immediatamente incoerenza nella commistione in sé, a meno di credere che la verità salvifica parli una sola lingua e si manifesti, schizzinosa e circospetta, entro un panorama strettamente recintato; tuttavia, se la coerenza è una proprietà necessaria e desiderabile in un sovra-sistema, la commistione ne è presupposto ma non garanzia: la differenza fra un relativismo ragionevole e prudente e la sua caricatura-mantra si rileva pure nella consapevolezza, per dirla con le parole di prima, che non ogni sincretismo è garanzia di verità, ma questo immagino ti sia ben chiaro.
    —–
    Nell’intraprendere questa tua ricerca, non hai paura di sentirti mancare, improvvisamente, la terra sotto ai piedi? Se tu percepissi, in un certo momento del tuo interrogarti e interrogare, che il tuo viaggio ti sta portando verso una verità che non è solo destabilizzante, come si dice che debba essere, ma decisamente sgradevole e sconfortante, avresti ancora modo di non soccombere alla disperazione? O forse sei intimamente persuasa che una verità che non salva, sia pure a costo di grandi sacrifici, non è una verità?

    Son sicuro che queste domande tu te le sia fatte da tempo e le risposte che hai dato indirizzeranno anche la tua quête spirituale. Se Dostoevskij preferisce in ogni caso Cristo alla verità, non è forse perché il primo, se anche fosse meno vero o persino falso, gli ha offerto una prospettiva esistenziale, di vita in questo mondo, più accettabile e congeniale? La sua è una scelta molto pragmatica: se davvero non c’è salvezza, conviene continuare a sperarvi, anche illudendosi, poiché su questa terra gran parte degli uomini vivono meglio così. Bada, non è un argomento così superficiale: è in gioco anche la tua serenità.

  23. Credo sia proprio il contesto in cui mi sono più volte imbattuto nel termine […] a farmelo apparire […], a farmelo connotare oltre il significato nudo, finendo per assegnargli varie categorie valoriali. Sarebbe un bell’esercizio domandarsi perché la tal parola ci suscita certe reazioni e come siamo arrivati ad incrostarla di sfumature.

    Ah, sì. Potrei sbagliarmi ricordando male ma, ad esempio, io credo di essermi imbattuta la prima volta, consistentemente, nel termine ‘sincretismo’ in libri ed articoli che trattavano il fenomeno new-age nelle sue varie forme. Alcuni (pochi) erano addentro quelle correnti e veicolavano un modello di pensiero conseguente, altri (la maggioranza) erano studi sociologici e simili, o manuali tematici con pagine di storia della tale o talaltra religione e dal carattere molto più neutrale, descrittivo, o analitico di alcuni processi particolari – ma non dottrinale.
    Si parla di un periodo circa tra i 15-18 anni fa, alle medie e poco prima. Di etica avevo una cognizione puramente esperienziale, mentre sulla verità riflettevo, anche a livello di costruzione-identificazione della stessa, ma forse la differenza fondamentale – più che nelle fonti – stava nel fatto che elaboravo ogni cosa pressoché in solitudine. Da allora in avanti non più: ho ricevuto altri stimoli e integrato mezzi di comprensione che prima non avevo. Però l’impronta era stata data.

    No, in effetti è chiaro che per me la verità non parla una sola lingua – ma questo si può dire anche di chi ha una specifica dottrina, che la ritenga più veritiera di altre o loro pari quanto a ‘misura di verità’, purché appunto non arrivi all’estremo di declassare ogni altra prospettiva al rango di ‘lucina tremolante’ e, in fin dei conti, irrilevante.
    Concetto generico ma sempre valido. D’altronde, ci accorgiamo di come alle volte una dottrina tendenzialmente aperta e possibilista generi applicazioni pratiche castali o quasi, e viceversa. Forse perché la dottrina è già una traduzione della verità, e può comunicare più o meno bene il germe di un credo.
    Un aspetto che forse non sarà mai abbastanza sottolineato – e di fatto la mia tentazione è di non cominciare nemmeno – è che se un certo tipo di sincretismo può utilmente configurarsi sia come metodo di ricerca, chiamiamolo così, sia come qualità di un dato sistema di idee – per quanto dinamico – e di rappresentazione del mondo; non può e non deve tradursi in una bandiera. O in un idolo, per restare in tema: tralasciando il fascino che può esercitare su alcune menti / personalità deboli, per le quali diventa un marchio dell’essere brillanti (c’è anche questo, all’opposto del disprezzo), si può banalmente confondere metodo e obbiettivo. Per cui cercando in ogni dove, anche senza criterio, di per sè uno si sente arrivato ed illuminato. Basta raccogliere tre idee ed accostarle (neppure unirle).

    Sulle domande che seguono, torno poi.

  24. per quanto ognuno cerchi una verità universale, troverà sempre e soltanto la propria

    chi ha una mente ampia, un orizzonte di pensiero ricco e dolcemente arabescato, troverà una sua verità ricca, feconda, quasi esagerata

    chi ha una mente angusta, troverà una verità banale, ma è il grembiule della sua misura

    ogni verità è degna di chi la trova, e tu, cara denise, stai nella parte pregiata dell’umano pensare

  25. Diego:
    ti ringrazio per il costante, e gradito, apprezzamento.
    Naturalmente non condivido la tua visione delle cose, ma dovessi aver torto mi sto pur sempre garantendo una ‘condanna alla vita’ comoda e lussuosa 😉 E’ più di quanto molti possano aspirare ad ottenere.

  26. Sho:

    Nell’intraprendere questa tua ricerca, non hai paura di sentirti mancare, improvvisamente, la terra sotto ai piedi?
    Non proprio, perché è certo che mi mancherà la terra sotto i piedi (ma per quanto proviamo ad evitarlo, accade a tutti, in diversi momenti e modi), ciò che può far davvero paura è solo l’impossibilità di conoscere la verità. Impossibilità, però, alla quale non do credito. Parlando di verità, qui, parlo anche dell’eventualità che non ve ne sia, ovvero: dello scoprire, o se preferisci arrivare a credere, che non sussista una verità fondamentale ed eterna, che non esista un principio divino, eccetera. Se così fosse, sarebbe pur sempre una verità – a prescindere da come noi la trattiamo e presentiamo, senza chiederci per ora se sia davvero possibile entrarci dentro e capire di più di questo mero dato.

    Se tu percepissi, in un certo momento del tuo interrogarti e interrogare, che il tuo viaggio ti sta portando verso una verità che non è solo destabilizzante, come si dice che debba essere, ma decisamente sgradevole e sconfortante, avresti ancora modo di non soccombere alla disperazione?
    A questo non posso risponderti con (relativa) sicurezza.
    Mi è già capitato, proprio scivolando nell’ateismo, ma la disperazione di allora non è paragonabile a quella provata in certi vissuti di sofferenza precedenti. Va anche detto che, a quella disperazione che a fronte di una vita pur serena e piacevole culminava nel senso dell’assurdo e dell’inutilità, non avevo da opporre un’interiorità salda come quella che ho oggi. Ne avevo certo una vivace e ricca, ma non principalmente solida e salda, e questo potrebbe fare una notevole differenza.

    O forse sei intimamente persuasa che una verità che non salva, sia pure a costo di grandi sacrifici, non è una verità?
    Sì e no.
    Sì, perché la verità deve necessariamente salvare, è la qualità intrinseca nella quale si esplica – se la verità è quella di Cristo o di alcune altre fedi, salverà la mia anima sempre che la abbracci, se è invece, estremizzando, la verità della materialità e del non-trascendente mi salverà (se sono in grado di sopportarla) da false cognizioni e speranze, almeno quelle più rilevanti, permettendomi di sviluppare quel che ne resta in maniera migliore; sia pure ‘con la morte nel cuore’ per un di più che manca (lo devo precisare, perché quella mancanza non l’ho mai reputata e non la reputo un semplice stridore psichico, ma ciò che rende non solo difficilmente tollerabile ma anche foriero di incessanti corto circuiti l’ateismo).
    Non so se mi sono spiegata.
    No, perché anche se la verità c’entra e non marginalmente in questo discorso; vorrei sostituire il concetto di ‘ricerca della verità’ con quello di ‘ricerca della felicità’. In un certo senso sono poi la medesima cosa, ai miei occhi, proprio per la ragione che ho appena riportato nel paragrafo sopra; anche se è chiaro che non sono sovrapponibili, ed anche che qualunque via seguiamo e qualunque verità (più o meno aderente al reale!…) raggiungiamo, ci costerà del dolore. Non perché sia una verità sadica, ma perché l’uomo in sè e per sè ha limiti e meccanismi che non è gratuito superare. Tutto qua – si fa per dire.
    Felicità, dunque. Mica pizza e fichi – non perderei tempo a parlare di una felicità riconducibile al benessere fisico, psichico e sociale, alla soddisfazione peculiare dell’animale uomo; per quanto indispensabili e preziosi siano questi fattori-premessa. Il tutto è maggiore della somma delle parti, no? E non a caso parliamo di un ‘tutto’ elastico, non di un ‘totale’ matematico.

  27. Sono stata assente un po’ di giorni e mi accorgo che ti devo una risposta! Allora, tu chiedi:

    non capisco come possa un ateo, se è veramente tale, avere una qualsivoglia forma di fede, intesa propriamente come fede nel trascendente prima ancora che in una precisa divinità e non come credenza in una data cosmologia, o che so io.
    Infatti lui non ha nessuna fede in alcunché di trascendente. La mia precisazione riguardava una mia convinzione che ho mutuato in particolare dalla “Lettera ai cercatori di Dio” (conosci? E’ un documento scritto dai vescovi nel 2009. Io ho il librino cartaceo ma qui c’è il testo integrale online: http://www.avvenire.it/shared/Lettera_ai_cercatori_Dio.pdf) nella quale si dice di non abbattersi anche se a volte ci sembra di essere immersi in un mondo nichilista e senza Dio, poiché anche coloro che non credono ma che ogni santo giorno si alzano e col loro lavoro, sudore e amore “mandano avanti la baracca” (ehm, i vescovi non usano esattamente questa espressione…) – i genitori che mettono al mondo e curano quotidianamente i figli, tutti noi che ci alziamo e andiamo a lavorare/studiare ecc., gli innamorati, chi cura i genitori anziani e così via – testimoniano in questo modo con i fatti una “fede”, una “speranza” nella vita e nel fatto che questa abbia un senso e un valore alto, il che a sua volta rappresenta la nostra costitutiva apertura di noi uomini e donne a Dio. Mi piace un sacco questa idea, perché porta a vedere la nostra realtà molto in positivo, anziché indurci a puntare il dito sui pochi che credono, come spesso si fa. E io la applico in particolare agli “appartenenti senza fede” come Giovanni. Lui non crede in Dio, ma col suo esserci e partecipare della vita della comunità, col suo lavorare nel tempo libero per sistemare la chiesa e l’oratorio anziché andarsi a divertire, testimonia un credere, che non sarà credere in Dio ma è comunque un credere che questa comunità e questa “casa vuota” (la chiesa, nel senso di edificio) abbia un senso per il quale vale la pena spendere tutto quel tempo…

    Anche il fatto che venga a Messa mi piacerebbe che me lo spiegassi meglio
    Mio padre glielo ha chiesto, perché viene anche a messa. Lui ha detto che ci viene perché anche se non crede a una parola gli piace vivere come se credesse e quindi anche andare a messa, la sente come una specie di “questione di principio”. Anche un altro nostro parrocchiano, che tra l’altro è un fotografo importante perlomeno in città, ha dato una risposta identica: “Non credo ma sento dentro me che ogni domenica ci tengo ad andare a messa”. Adesso non vorrei che si pensasse che la mia è una parrocchia tutta di atei, eh eh, sta di fatto che almeno questi due la pensano così! ;-))

  28. Credo di capire cosa vuoi dire.
    Non è da tutti, nè atei nè credenti, saper albergare una speranza per l’uomo e per il futuro (che essa abbia anche una matrice religiosa oppure si fondi esclusivamente sulla propria esperienza del mondo).
    Tuttavia, per l’appunto, la ‘fede’ di un ateo – che definirei piuttosto fiducia: la radice è la medesima, ma si esplica diversamente – nel fatto che questa [vita] abbia un senso e un valore alto, a prescindere da cosa seguirà ad essa, non può propriamente rappresenta[re] la nostra costitutiva apertura di noi uomini e donne a Dio. Non contempla questo dato, o convinzione: altrimenti, è di fatto una fede nel divino, e non solo nella significatività e nel valore dell’esistenza materiale e sociale per come essa si presenta.
    E’ proprio in questo ‘dato mancante’, in questa assenza di legame col divino (la prima, naturale e diretta, religione) che ha sede, per me, l’insensatezza dell’ateismo; la sua incapacità di dar senso in modo pieno alla vita (e non solo di dar conto dei suoi meccanismi).
    E bada bene che non potervi cogliere un senso di fondo non equivale a non poter vivere con un valido criterio di condotta, traendone più che la mera soddisfazione dell’aver placato fame e sete (dunque attribuendo al vivere un significato).

    Insomma, sta bene che un ateo abbia fede / fiducia non solo nell’opportunità, ma anche nel valore pur effimero del coltivare una comunità, magari che vada oltre il tempo della sua esistenza.
    Ma a questo punto, considero che nel caso di Giovanni forse:
    a) la fede c’è, ma non la cognizione che di fede si tratta (e non dev’esser per forza nel dio unico, immediatamente riconoscibile, o un afflato definito e chiaro)
    oppure
    b) il fatto che la comunità che gli piace coltivare sia una di credenti è una casualità poco significativa. Conta il gruppo ed i rapporti che con esso si sono instaurati, l’atmosfera più del cosa la crea; perciò anche ciò che non ci appartiene viene vissuto insieme per rinsaldarli e per curiosità, perché no.
    Io ho seguito per un sacco di tempo le cronace e i dibattiti calcistici pur non amando affatto il calcio e non facendo parte di quell’ambiente in nessuna misura; ma solo perché mi ero legata ai volti degli ospiti di certe tv ed al clima familiare, condiviso che in esse si creava.
    Tu stessa avvalori, con quanto scrivi di seguito, questa seconda ipotesi. Anche se non mi è comunque chiaro cosa voglia dire che per lui è una questione di principio, e non può esserlo perché dovrei conoscerlo per leggere questa frase nella giusta luce.
    Che gli piaccia vivere come se credesse è un’altra cosa che andrebbe compresa meglio: può voler dire che ha un desiderio vivo di credere dentro, come anche che semplicemente abbia stabilito un suo rituale sociale che lo accomuna a chi ha intorno – ma di nuovo, in questo caso non ha importanza che si tratti d’andare a messa piuttosto che di giocare a bridge ogni domenica.

  29. Non lo posso sapere cosa c’è dietro alle sue parole e comportamenti. Comunque, al di là del caso di Giovanni, non penso che l’ateismo sia insensato e non riesca o non possa dare un pieno senso alla vita. Penso che si possa fare a meno di una qualsiasi contatto o fiducia o legame col divino per vivere e che questa mancanza non determini una vita meno piena o meno sensata…

  30. Ilaria, io ho distinto la significatività di una singola vita, un’esistenza dal riuscire a dare senso alla vita in sè, che tutti come esseri umani sperimentiamo.
    Posto che ovviamente puoi avere un’idea diversa dalla mia in merito, io non ho mai sostenuto che non credere nel trascendente porti a vivere la propria vita in modo meno ricco, significativo e p(ro)positivo; sostengo però che per la sua stessa natura l’ateismo non sia in grado di cogliere il senso ultimo dell’esistenza, e che pur asserendo che essa non deve necessariamente averne uno l’ateo si trova con ciò non ad avere questo nodo sciolto ed il problema di senso risolto, ma al contrario si trova incastrato in un bisogno profondo, irriducibile ma insoddisfacibile.
    Ripeto: l’insensatezza strutturale dell’ateismo, di cui io parlo, non implica che un ateo butti via la sua vita nell’inutilità e/o non possa darle una direzione, una connotazione che la motivi e ne faccia pure un modello da imitare; ma la motivazione in sè non costituisce e non basta a garantire l’esperienza della pienezza, della compiutezza del proprio essere.

    Non facciamo che un’asserzione concettuale (ancorché non astratta) si trasformi in un’offesa;
    perché non lo è.

  31. Ma io non ho mica interpretato la tua frase così, cioè non ho mica pensato che tu stessi insinuando che chi non crede butta via la sua vita (?). Dico solo che secondo me si può cogliere il senso ultimo dell’esistenza anche essendo atei. Cioè tu parti (mi sembra) da un dare per scontato che Dio esista e che dunque il senso ultimo vada collegato a lui, giusto? Per un ateo Dio non esiste e questo non esclude che lui sia convinto di afferrare comunque l’essenza della vita. Non ho letto nessuna offesa, comunque!

  32. Beh, così mi pareva. Tanto meglio, allora.

    Rispondo all’ulteriore precisazione.
    No, non do per scontato che Dio esista e che il senso ultimo, o ‘di fondo’ della vita vada ricollegato a Lui, comunque lo si intenda (anche se naturalmente, aderisco a questa visione delle cose).
    Do per scontato che, dal momento che un ateo non crede in alcunché di trascendente – altrimenti ateo non sarebbe – non può trovare nella divinità questa ragione e questo senso della vita.
    Detto ciò, si può credere allora che l’essenza della vita stia tutta nell’arco delle nostre esistenze biologiche e sociali; ma se questa è l’essenza dell’esistere, ammettiamo anche che l’esistenza non ha alcun senso, che è una concatenazione di variabili dietro le quali non vi è un perché, solo il caso, piacevole o meno.
    Il nostro essere animali evoluti, finemente consapevoli del nostro esistere e del nostro destino (almeno biologico) ci impedisce di venir saziati ed appagati profondamente da quest’idea; che la si creda vera oppure no.
    Ritengo non esista un ateo che, avendo questa convinzione / consapevolezza, se ne senta realizzato pienamente e profondamente come uomo. Più su dicevo che di certo, se le cose stanno così preferisco vederle per ciò che sono. Ma questo non è dare senso alla vita, di nuovo, è comprenderla, accettarla, anche divertirsi e soddisfarsi nell’indagarla – non dare risposta al bisogno di senso.
    E conosci tu forse qualcuno che non abbia questo radicato bisogno?
    Lo si può acquietare in molti modi, ma eliminare no.
    E una persona che non vi dia risposta, può essere umanamente, estremamente soddisfatta, ma realizzata…?
    Se ciò che definisce l’essere umano è la casualità, l’incontrollabilità e l’effimero – per quanto arabescate queste cose siano nella nostra storia, nell’arte, nel prodotto dell’ingegno e della speculazione; si può ancora dire che l’essere umano può realizzarsi in qualcosa?

  33. Ma sai che il cardinal Ruini la pensa un po’ come te? Sull’Islam per esempio. Ho seguito il suggerimento di Ernesto e seguito le puntate su tv2000 (le puoi vedere anche online, sono sul sito e su YT), mi ha così colpita questo Ruini un po’ diverso dal cliché mediatico che ho acquistato il libro e lo sto leggendo e be’, si interroga su cose simili alle tue qui e non dà risposte scontate. Interessante!

  34. Uhm, interessante senz’altro.
    Parli del libro scritto con Andrea Galli (curiosa quasi-omonimia con Andrea Gallo), Intervista su Dio, giusto? Ho visto che ci sono diversi video su YT, sì, lascio la scheda aperta e ascolterò 🙂 Vale la pena che mi legga il libro, e ne riparliamo.

  35. Sto guardando la terza puntata, terza e ultima parte dell’intervista:

    Al minuto 26:15 si parla appunto di dio unico e in particolare di comunanza e differenza tra cristianesimo e islam.
    Ruini nota giustamente che a fronte di un dio ‘oggettivamente’ unico e medesimo per tutte e tre le tradizioni, la nostra conoscenza di Lui è differenziata.
    Aggiunge che la differente concezione di Dio non riguarda un’impostazione filosofica, ma direttamente la rivelazione che Dio fa di sè, e pertanto risultano inconciliabili.
    Ma io su questo non sono d’accordo, poiché se è vero che Dio ci si è rivelato, è anche vero per ciascuna di queste religioni che la rivelazione ricevuta è tuttavia mediata – accolta, raccolta, interpretata e trasmessa – dall’uomo nei modi tipici dell’uomo, non è mai una pura ‘scienza (di Dio) infusa’ nell’uomo senza subire traumi, alterazioni, necessarie traduzioni. Ovviamente io non credo, per logica, analogia con gli altri testi sacri e analisi storica; che il Corano ad esempio sia ciò che è creduto e professato da molti, cioè un testo dettato direttamente da Dio nell’esatta forma in cui si presenta.
    La rivelazione, insomma, è soggetta pur sempre alla lettura e diffusione che noi ne abbiamo fatto e facciamo, e le diverse tradizioni sono sicuramente inconciliabili solo se assumiamo che veicolino in tutto e per tutto esattamente ciò che Dio stesso ha voluto comunicarci – ma mi sembra un po’ esagerato… se andiamo a chiederci cosa davvero accomuna le tre, ed è ineliminabile, al di là del gran lavoro in cui ci addentriamo tendiamo ben presto a fermarci e sospendere il giudizio di essenzialità su quasi ogni affermazione inerente ebraismo e islam che siamo abituati a rimandare.
    In realtà credo che l’essenziale, ed il comune, alle tre tradizioni abramitiche sia sì denso e potente ma al contempo così scarso e scarno se semplicemente enunciato ed elencato; che a voler compiere una ricerca su questo potrebbe non doversi neppure porre il problema.
    Non dico che le contraddizioni, non solo interne alle singole religioni ma anche fra le stesse, cadano come un castello di carte; ma certamente che uno sguardo più ampio mi porta a intravvedere più unità fra le cose di fede di diverse tradizioni di quanta me ne aspetterei da un simile confronto; e che tendo a considerare gli attriti fra di esse più causati dall’approccio e dall’apporto umano alle stesse che intrinseci.

  36. Forse, l’irriducibilità del “cristianesmo”, rispetto alle altre fedi abramitiche, sta nel “fatto” cristiano, cioè nell’evento storico della Pasqua Gesù, di cui il testo evangelico, caratterizzante la “Bibbia cristiana”, è narrazione e insieme riproposizione. Interessnte ricordare come il cosiddetto “Nuovo Testamento”, al fondo, non sia un testo, ma un evento. E non dimentico ciò che mi è stato insegnato, e cioè che il Verbo eterno del Padre, nonché il senso delle Scritture, è Gesù Cristo. Affermazione un po’ apodittica, riportata così, capisco; ma, forse, feconda di suggerimenti.

  37. Evento, relazione, e non solo testo: certo.
    In risposta al tuo commento da Claudio (fra le altre cose) ti scrivevo questo:
    […] ciò che davvero appartiene solo al cristianesimo e non alle sue due sorelle, ciò che è caratterizzante e soprattutto decisivo per la scelta di fede, è l’offerta non più e non ancora della parola, ma del sangue divino.
    Il punto su cui vorrei ci trovassimo d’accordo, e che sarebbe bene evidenziare subito, è la questione dell’irriducibilità – che a me, ma forse soltanto perché sono reduce da quell’altra discussione, qui e ora suona irritante. Non so se ho capito il tuo pensiero.
    Sostenere che: ebraismo ed islam sono idealmente contenuti nei loro tratti aderenti a verità nel cristianesimo, il contrario non si dà poiché il cristianesimo fuoriesce dai margini di ebraismo ed islam a causa dell’incarnazione e resurrezione; è per me vero a metà. E’ vero senz’altro che incarnazione e resurrezione non appartengono alle due religioni adiacenti, sono peculiari dell’evento cristico e costituiscono un fatto irrinunciabile per la fede; privo di analogie e ‘punta massima’ della rivelazione – anche l’incarnazione è rivelazione, ciò non va a detrimento della sua specificità!
    E’ anche vero, dal mio punto di vista, che ebraismo ed islam presentano caratteristiche ed accentuazioni, approfondimenti di altri aspetti della medesima storia del rapporto fra uomo e Dio che il NT raccoglie in sè ed anche compiutamente, ma delle quali non è espressione per eccellenza.
    Affermare che quella incarnata da Cristo è una logica di rapporto del tutto nuova, e con conseguenze nuove ed uniche; non esenta dal riconoscere la concomitante, e contemporanea necessità di acquisire ognuna delle tre tradizioni come, anch’esse, specifici eventi rivelativi; non secondari e ‘di scarto’, seppure possano avere un ruolo preparatorio o sancitorio nei confronti dell’evento cristiano.

    Mi scuso per l’utilizzo di commenti già scritti altrove – e tuttavia adeguati a dire quel che voglio dire – ma vorrei ribadire che non è neppure errato parlare di religione (e religioni) se, […], il portato delle stesse è di natura non solo culturale (etnica, sociologica, istituzionale, ritualistica e liturgica; ecc.) ma anche, e pienamente, spirituale.
    Ogni religione prima di essere un sistema umano di idee e riti è in tutta semplicità legame con il divino.
    In tal senso, ‘religione’ non è astrazione ma per l’appunto esperienza e vita; niente di diverso. Ed in questo preciso senso io parlo di accostare e fin dove possibile penetrare altre religioni.

    Sia chiaro insomma che rigetto la differenziazione netta tra religione e fede / relazione con Cristo, e soprattutto mi fa venire le bolle una frase, letta spesso, come: ‘il cristianesimo non è una religione, ma un’evento, una relazione’.
    E’ giustissimo – è il cuore della nostra fede – annunciare l’incontro con Cristo, e non una nenia di regole di vita. Ma il cristianesimo è comunque a tutti gli effetti anche una religione, sia nel miglior senso su esposto che è appunto questa relazione, sia nell’accezione di sistema di idee sul divino e il trascendente e conseguenti dottrine e precetti; sistema soggetto in ogni suo elemento concreto alla natura umana.
    Uno dei modi più riusciti per allontanare dalla Chiesa quante più persone sarebbe stato possibile acquisirle, è far passare (accade in diversi blog cattolici) l’idea che letteralmente il cristianesimo è una religione… meno religione delle altre. Non insistere sul ‘di più’ che è Cristo, quasi, ma sul ‘di meno’ che si vorrebbe non macchiasse come invece fa la sprezzante fantasia di certuni.
    Dire che il cristianesimo è più di una religione rituale, civile, normativa è corretto; senza entrare nelle sfumature sue proprie e di quelle, ad es. dell’ebraismo che è estremamente normativo e comunitario, etnico ecc.
    Dire che ‘non è una religione, ma…’ è errato, e – perdonami – un tantino infantile, come se ogni altra religione fosse proprio soltanto un’accozzaglia di versetti, abitudini e credenze qualunque e privi di alcun potere trasformativo in quanto non mediati da Dio in persona. Esagero, certo. Ma quanto facilmente si arriva a questo, eh?

  38. Inutile, non riesco ad esprimere quest’ultima critica come vorrei.
    Temo anzi d’essere stata tutt’altro che chiara.
    Ad ogni modo, non voglio che sull’onda di altre incomprensioni io reagisca con suscettibilità, o che considerato il carattere controverso che ha preso questo post legga ogni commento come una tesi contraria a quanto vado sostenendo, per cui sono tenuta ad argomentare in risposta. Se ti sembra sia così, ti prego di dirmelo.

    ‘notte.

  39. Sono gratificato dalla tua impegnata attenzione, dalla constatazione che mi prendi tanto sul serio (a me che sono così leggero, superficiale ed anche un po’ ottuso) da lanciarmi queste riflessioni così impegnative, che sono contento quando riesco a capirci qualcosa. Ma, appena finito di leggere, mi piace rileggere, per capire un po’ meglio, praticamente sicuro che c’è così tanto di vero in ciò che affermi da convincermi anche a pensare di cambiare alcuni miei vezzi “teologici”… (tipo “non è una religione”, anche se la fonte cardinalizia – Biffi – mi rassicurava; e il senso che spesso attribuisco alla parola “religione”…). Addirittura… Come se valessero qualcosa. Mi piace capire come la pensi. Non so se mai arriverò a ritenere che ti sbagli in qualcosa. Forse sarà più facile il contrario… Ma il livello è tale da obbligarmi a far muovere il mio cervello un po’ anchilosato. Lo so che non lo fai apposta, ma ti sono grato di questo.
    Mi dicevo, poco fa, “Ci penso domani”. Poi ho pensato di scrivere comunque queste due righe, anche perché è molto tardi. Qua e là, nei tuoi pensieri, trovo spunti sui quali vorrei subito chiarire qualcosa, ma veramente penso che sia meglio che io provi a capire qualcosa della loro linea profonda, e mi ci vorrebbe veramente un po’ di impegno. Vorrei farlo. Sii paziente. Ci proverò, Ma, ora, ‘notte.

  40. Quell’affermazione di Ruini mi ha colpita perché, al di là delle distinzioni che poi tu giustamente fai, lui riconosce che il Dio adorato da ebrei&cristiani e idagl islamici è lo stesso. Non tutti la pensano così. Credo mi abbia impressionata perché mi ha fatto rivivere un mio flasback: anch’io infatti ho sempre pensato che c’è un unico Dio, che però gli uomini di differenti luoghi e culture “interpretano” o conoscono in modo diverso. Ma una volta, riflettendo sugli islamici mi sono resa conto che probabilmente per loro (o per alcuni di loro) noi non è che crediamo nel loro stesso Dio pur chiamandolo con un altro nome, ma semplicemente crediamo in qualcosa che non c’è! Questa cosa mi ha dato una vertigine. Poi tra l’altro non so neanche se sia vero o no!
    Concordo con te sul fatto che alcuni dicendo che il cristianesimo non sia *semplicemente* una religione, sminuiscano (implicitamente o meno) con questo le altre religioni sorelle.
    Io sono una persona semplice, non mi lascio molto prendere dai dibattiti religiosi, quindi non so se ho ragione: ma penso che (come a te) non m’interessa fare la gara tra chi ha la religione migliore o più vera, anche perché la religione di per sé non mi dice molto; guardo più alla fede delle persone e ai frutti concreti che questa opera in loro. E dietro questo sì vedo *semplicemente* una risposta che ognuno di noi (a volte anche inconsapevolmente come Giovanni) dà a quel senso di apertura al divino che abita in noi quando non decidiamo di soffocarlo a tutti i costi.

  41. Dopotutto, nonostante i miei scazzi e i miei dubbi, questo intervento a qualcosa ha portato e ne sono felice.
    E’ per questa forma di condivisione, e non certo per mettere carne al fuoco di dibattiti ai quali non saremo certo noi a dare una svolta; che si riscopre ogni volta che ne vale la pena.

    Magis, sono sollevata di vedere che non sono stata brutale e non te ne sei risentito.
    A volte mi faccio prendere la mano quando basterebbe dir molto meno, senza cercare di sciogliere ogni nodo nella conversazione – e ti invito anche a tener conto del fatto che, profonda o meno che io sia (mi sento sempre molto meno profonda di come gli altri mi vedono…) sono anche, indubitabilmente, una logorroica pasticciona 😉
    Perciò vediamo se anche in quest’occasione ho messo avanti ipotesi che meritavano di stare a sedimentare di più. Lascio il post in evidenza per un po’, visto che sta dando frutto.

    Ilaria, sì, anch’io credo e temo che in ambito islamico, che per ovvie ragioni incute una certa preoccupazione, la convinzione della falsità o almeno erroneità delle altre fedi sia centrale come lo è per il cattolicesimo la dottrina che vuole la fede integra ed esatta solo entro la Chiesa.
    Credo che sia, o sia diventata, argomento di insegnamento ufficiale nell’islam odierno o in parte di esso (ma l’accusa di idolatria e di ‘sviamento’ non è sempre stata tanto forte), mentre non mi risulta (ma non sono nè così addentro nè più tanto ‘aggiornata’) che nell’ebraismo il rifiuto della divinità di Cristo abbia dato luogo a niente di più che ad un rifiuto, appunto.
    Secondo me, e riprendo quanto scrivi di te stessa, Ruini centra il punto… al contrario. Non è la rivelazione in sè ad essere inconciliabile nei suoi tre momenti, ma ciò che ne facciamo – proprio la filosofia, in senso lato, e la teologia che ne ricaviamo; che io assumo possa essere anche molto distante dall’originaria volontà e verità divina. Così per forza di cose, se com’è giusto fare muoviamo da una lettura non astratta e ideale ma prima di tutto concreta e minuta delle realtà religiose; la conclusione necessaria che ne traiamo è che esse, per come sono formulate e vissute, fanno capo a un’idea di Dio diversa. Perciò una di esse, o due, o tutte in modo e misura diverse, devono essere in errore: non tanto rispetto alle altre, quanto alla propria stessa rivelazione che è a loro fondamento.
    E’ chiaro che, pur riconoscendo il dio unico – veramente il medesimo – alla fonte di ebraismo, cristianesimo ed islam e ritenendo che queste tre religioni debbano viaggiare insieme in modo inscindibile, non posso non constatare che questa unità radicale dà al termine del tronco e dei rami frutti non solo diversi, dissonanti. La rivelazione, per quanti siano i nostri tentativi di eternizzarla nella sua purezza, vive la nostra stessa vita e subisce come ogni nostra cosa la corruzione.
    Se ci limitiamo a pensare che in fondo il dio adorato e che si è comunicato è lo stesso per tutte e tre le religioni, non faremo che affermare un fatto senza però – come direbbe una persona che conosco – immischiarci nella fede e nelle sue complessità reali, alla fine speculando; se ci limitiamo a notare che così come vengono proposte le decine di dottrine monoteiste esistenti non uniscono affatto ma dividono il concetto di dio – e spesso non solo quello, ma anche i fedeli – siamo nel giusto, ma leggiamo solo una parte, la più superficiale, della realtà.
    E forse è normale per Ruini non stare tanto a soffermarsi su questa possibile molteplicità di livelli di lettura, perché dopotutto il cattolicesimo parla esplicitamente di depositum fidei, ritiene di avere la funzione specifica e tutelata per così dire da Dio stesso di conservare intatto nella sua essenzialità tale deposito; non può perciò accordarsi con questo la mia idea che ogni rivelazione, invece, vada incontro ad alterazione.
    Naturalmente, ciò vale in modo simile anche per l’islam, con l’idea – non so se condivisa da ‘tutti’, non lo credo – che il Corano sia letteralmente e senza fallo parola di Dio, da non interpretarsi (!).

  42. Vorrei dire che noto con una certa sorpresa l’accostamento che fai, nel loro essere in rapporto col cristianesimo, fra ebraismo e islamismo. A me appare come un accostamento molto delicato e problematico. E questo perché io percepisco il loro rispettivo rapporto col cristianesimo come estremamente diverso. L’ebraismo è una religione “intrinseca” al cristianesimo. Cristo è l’adempimento delle Scritture ebraiche. Spesso sento parlare della rivelazione come rivelazione ebraico-cristiana. Con l’islam, di cui non so nulla, mi pare evidente, perciò, che le cose stiano in modo molto diverso. Per questo ci tenevo a dirti quanto mi sembra strano l’accomunare le due fedi, ragionando del loro rapporto con il cristianesimo.
    Un inciampo che trovo, nel seguirti, sta nella mia convinzione che in Gesù Cristo stia “la pienezza” della rivelazione. Un assunto che ricevo dalla Chiesa e che non so spiegare. Forse è un’affermazione che, bene compresa, non contraddice il tuo pensiero, ma non so bene.
    Un’altra osservazione che potrei fare riguarda la questione dl “non è una religione”. Vorrei precisare qualcosa, perché credo che precisare aiuti sempre a capirsi (per poi eventualmente distanziarsi; ma almeno capendosi). Il cristianesimo è (o è anche) una religione. Ma qui, per provare a dire un po’ come la vedo, nei miei pensieri così poco approfonditi, potrei metterci un bel “purtroppo”. Perché, in realtà, credo che la rivelazione biblica sia Parola di Dio (ci mancherebbe; non sarei cattolico), provo rispetto e stima per la grande tradizione religiosa islamica, che certamente contiene tante cose buone e vere, ma, come dire, ho come l’idea che l’evento cristico, “pienezza della rivelazione”, superi in modo radicale la “religione”, inchiodandola definitivamente nel suo universo circoscritto. Credo, anzi, che San Paolo abbia spiegato molto bene questo passaggio, questo “superamento”.
    Spero che tu possa capirmi. In questa chiave, anche le parole si potrebbero chiarire. Io non credo nel “cristianesimo”, in una religione; non sono “cristianista”. Io credo in Cristo, Figlio di Dio, morto e risorto, in una persona; e sono cristiano. Non mi interessa la religione (sto estremizzando in modo provocatorio; sono sul limite, lo so), mi interessa Cristo.
    Scusami, le ho dette grosse, e mi sarò anche sbagliato. Avrò preso dei granchi. Avrai pazienza? Correggimi. Ci tengo al dialogo con te.
    E mi dispiace che la mia capacità di scrittura e di esposizione sia di corto respiro. So dire solo poche cose alla volta. Così però sono breve, il che non è un male. Ciao.

  43. Provo a risponderti.
    Credo che in entrambi i casi siamo fondamentalmente in accordo, salvo magari esprimerci diversamente, o porre l’accento su aspetti diversi.

    Il mio accostamento di ebraismo e islam non vuole essere totalizzante, si limitava al giudizio, o se vogliamo alla valutazione, che essi danno in via generale del nostro credere alla divinità di Cristo – per altro, entrambe volendo salvaguardare la ‘ vera religione ‘.
    Ma questo non è tutto.
    Senza dubbio l’ebraismo è intrinseco al cristianesimo, ed anzi mi fa non sai quanto piacere leggere questo: perché al contrario spesso ho la sensazione che l’ebraismo i cristiani lo tengano in conto per le letture e poco più; mentre io sempre auspico che possa non essere semplicemente relegato al ruolo di ‘illustre predecessore’, quando è una radice viva dalla quale attingere.
    E’ anche vero che Cristo è venuto a ‘portare a compimento’, come si dice, la promessa fatta appunto al popolo ebraico (ma, questo va anche detto, perché tale popolo fosse sacerdote del mondo e non unico, geloso depositario della salvezza). L’islam in tutto questo può sembrare – e per certi versi è diventato – estraneo e molto più distaccato; a prescindere dal suo annoverare Abramo, Gesù, Maria tra le figure capitali del testo sacro.
    Ma da un certo punto di vista, che non voglio azzardare essere l’unico ma che mi pare rilevante, un musulmano probabilmente sente tanto quanto noi l’importanza del legame sia con la rivelazione ebraica sia – in particolare – con la predicazione gesuana, tant’è che il motivo di furore sta proprio nella convinzione che il cristianesimo (… religione) abbia snaturato il suo messaggio facendo del messaggero un idolo. L’islam ritiene di aver ricevuto il Corano per purificare le religioni e riportarle sulla retta via. E se di certo non è pappa e ciccia col mondo ebraico, tuttavia condivide con esso, oltre ad una matrice etnica più affine che nei fedeli al cristianesimo si è presto diluita e perduta, una concezione monoteistica stretta. Anche questa divergenza tra monoteismo ‘stretto’ e questione della trinità non è a mio parere irriducibile (altrimenti non me la menerei tanto). Ma di certo, come tu scrivi, è delicata.
    Al contrario, l’afflato universalistico accomuna cristianesimo ed islam, che considerano ciascun fedele responsabile altrettanto per il prossimo quanto per sè e parimenti chiamato a vivere secondo la fede, mentre nell’ebraismo il ruolo del popolo eletto è precisamente quello di occuparsi della relazione con Dio per conto dell’umanità intera.
    L’islam ritiene, o pretende, di costituire la terza e ultima rivelazione (dunque non ignorando le prime due) in ordine cronologico, ma al contempo di rappresentare la ricostituzione della fede originaria di Abramo, e prima ancora di Adamo, in un tempo assai lontano da loro. Ultima per tempistica, ma prima in quanto aderente in maniera perfetta alla primissima adesione del primissimo uomo al progetto di Dio.
    Per questo l’evidente maggior distacco che esso assume nella nostra immaginazione: l’islam in fin dei conti ‘contende’ al cristianesimo il valore di ‘sigillo’ della rivelazione. Non perché Maometto si sostituisca a Cristo, eh, tutt’altro, ma per la funzione redentiva che svolge (anche, sì, nei confronti dell’elevazione di Gesù, profeta prediletto di Dio, a Dio stesso).
    Ammetterai che, per quanto quest’ultima idea faccia giustamente sobbalzare un cristiano; la natura della contestazione è la stessa che fece incazzare Mosè quando scese dal Sinai e beccò i suoi correligionari col vitello. Per un musulmano, un cristiano è innanzitutto un musulmano come chiunque proclami la sua fede in Dio e si ‘sottometta’ a Lui, un musulmano che però è cascato in un’illusione pesante e diabolica.

    In realtà, credo anche che – già accettandolo come profeta, forse avendone assorbito l’insegnamento per contatto prolungato ed interessato ad ebrei e cristiani nelle epoche della formazione del primo nucleo di dottrina – l’islam abbia acquisito da Gesù e dal vangelo (non come testo, ovviamente, ma come narrazione di una vita) il concetto di purezza di cuore, di retta intenzione, di superamento, appunto, della norma in sè e per sè a favore del primato della comunione intima con Dio; che viene prima e a fondamento di qualsiasi azione rituale, non a caso ridotta ai minimi termini.
    Quando il Corano ammonisce contro coloro che ‘si sono fatti la loro religione’ non indica tanto o soltanto un gruppo di fedeli in qualcosa di differente da Allah (che non è un nome proprio, ma significa semplicemente ‘dio’, sempre quello), piuttosto accusa i beneficiari di precedenti rivelazioni, doni divini (noi…) di dedicarsi con maggiore impegno a alla speculazione che all’adorazione, di aver in fin dei conti lasciato Dio in secondo piano, volendo forse pretendere di conoscerlo meglio di quanto Lui stesso abbia concesso all’uomo.
    La domanda su chi sia Gesù per noi diventa ancora più cruciale – perdonami il giochino di parole.
    Eppure nasce dalla medesima volontà di restituire a Dio quel che gli è proprio, identificando nella religione come atto pratico ciò che è via, verità e vita – ciò che fa della creatura che la segue un uomo, vivificato dal rapporto con Lui.

  44. Mamma mia. Grazie. E’ un commento denso e anche piuttosto chiaro… Una lezione breve ed efficace sull’islamismo.
    Però la sostanza della fede cristiana sta nella divinità di Gesù. Io penso che, tenuta ferma questa fede, si possa attingere, con sapienza, alle molte cose buone e vere che senz’altro ci sono nel Corano. Per l’ebraismo è diverso. Gli ebrei-cristiani, dal canto loro, ci sono, anche se l’ebraicità in questo caso rimane come attributo etnico, sennò ci sarebbe contraddizione insanabile.

  45. il tema della molteplicità delle religioni mi ha sempre affascinato

    perchè le religioni sono diverse eppur simili?

    quanto c’è di storico che determina le differenze?

    quanto c’è di innato nell’uomo che determina le somiglianze?

    sicuramente la religione cristiana ha appunto la sua caratteristica più importante in gesù, uomo e dio nel contempo, frutto d’un superamento della dialettica fra un dio ed un uomo distinti e in qualche modo lontani

    certamente poi c’è la storia, il legame fra il trono e l’altare, e, fatto importantissimo per l’ascesa della borghesia occidentale, la riforma protestante

    credo però che la fede, il nucleo magmatico e vivo che brucia dentro, non si possa spiegare, storicizzare, raccontare in modo oggettivo, essendo al di là di una cultura occidentale intrisa della razionalità aristotelica

    la fede si testimonia vivendola ed esprimendola senza spiegazioni che sono impossibili

    conosco persone che hanno fede, mi garba la loro luce interiore, ma non pretendo che me la spieghino, perchè non è possibile spiegarla, se non in termini poetici

    sicuramente i grandi pensatori credenti, da agostino di ippona al non troppo compreso (e messo in ombra dai cattolici integralisti) paolo VI, per giungere ai filosofi italiani attuali come mancuso e il mio amico augusto cavadi, sono in grado di offrire pagine molto interessanti

    ma la fede non si spiega, si diffonde solo per osmosi

    vedi sono stato lungo stavolta, perdonami

  46. Il che non è strano, magis, poiché il carattere ebraico è pensato e sentito dagli stessi ebrei in primis proprio come identità etnica o quantomeno comunitaria, solo poi come particolarità religiosa (che non è praticamente mai un tratto puramente personale).
    Si usa prosaicamente dire, infatti, che un ebreo è tale a prescindere dal suo credo e dal suo frequentare sinagoghe e funzioni, mentre nel ‘900 è fiorita tutta l’anedottica sui cosiddetti ebrei ‘assimilati’, che tentavano cioè di fuoriuscire se non dalla comunità di origine dalle sue stringenti tradizioni, ricreandosi metropoliti e moderni… e quelli sì, che erano malvisti!
    Con Cristo è, anche questo, un aspetto che viene superato; e forse è fonte di maggior contrasto la priorità data da un ebreo cristiano alla fratellanza col prossimo, che non il suo credere a un dio uno e trino…

    Diego, fai domande necessarie, per quanto prive di una risposta definita ed univoca.
    In effetti l’espressione di una fede, qualora la si reputi generata da altro che da meri meccanismi psichici e neurali, si racconta attraverso un percorso – sia intellettuale sia no – e se lo si spiega è per permettere il più possibile ad altri di capirne il senso e magari di usufruirne; non per convalidarlo come dimostrativo di qualcosa; non in senso stretto almeno.
    E’ giusto secondo me, per chi ne è convinto come lo sono i cattolici, tentare di mostrare (e non dimostrare) la ‘ragionevolezza della fede’ in modo anche razionale e non solo attraverso la testimonianza personale o collettiva.
    Però, questo è certo, si incontrano talvolta abili o abilissimi ragionatori che pur avendo magari una gran fede la seminano poco. Così il ‘saper rendere ragione della speranza’ che è in loro, per citare Pietro, rischia di mutare in una gara alla ricerca di risposte inattaccabili a chi quella speranza la contesta.
    Se la fede si assorbe e comprende soprattutto per osmosi, ci vuole omeostasi perché arricchisca il terreno di una vita anziché inaridirlo.

  47. Una precisazione – riprendo un commento scritto più su, in cui delineavo una metafora che mi sembra plausibile e potenzialmente valida, ma senza pretese.
    La metafora è questa: l’ebraismo come espressione storica della speranza, il cristianesimo come espressione della carità, l’islam come espressione della fede.
    Pensando al discorso sull’ordine cronologico e non delle rivelazioni; se assumessimo ed accettassimo che davvero l’islam precede, per la struttura semplice e la natura essenziale del credo, ebraismo e poi cristianesimo (in questa sequenza), allora avremmo precisamente l’ordine più logico delle tre virtù:
    fede > speranza > carità; dove la carità è anche il momento conclusivo (non in ordine temporale, ma in ordine di senso e di potenza insita nella rivelazione-evento specifica).
    Al mio ipertrofico ragionamento mancava, in fondo, questo tirare le fila.

    Mi dileguo, ora. E prego, eh. Ti ammiro per esserti sciroppato tutte le mie sbrodolate 😉

  48. Prrr 😉
    Penso anch’io sia più opportuno sospendere il discorso(ne): non perché sia stato sviscerato a fondo, tutt’altro, o perché non intenda più rifletterci; ma perché siamo entrambi pieni di idee, ora, e va benissimo – ma non è di idee che voglio nutrirmi.
    In un passato post, che mi è ricapitato sott’occhio ieri, ho ritrovato una citazione di Bonhoeffer che avevo scippato ad Ernesto, qui.
    Direi che calza.

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