C’è incidente e incidente?

Quando sono stata la prima volta in banca per mia zia, tre mesi dopo la morte di mio padre, ho parlato con un suo cugino che ci lavora. Era esterrefatto, perché a distanza di poco tempo anche sua moglie, mi ha raccontato, ha rischiato di fare la stessa fine: l’hanno strattonata da parte, o sarebbe rimasta intrappolata tra l’auto di un vicino che era parcheggiata in pendenza lì di fronte ed ha ceduto di schianto, e la saracinesca del suo garage.
Alcune sere fa, invece, stavo sorseggiando la mia camomilla prima di andare a dormire ed ho letto fra le notizie in sovraimpressione che scorrevano su MilaNow di un uomo, 38enne, di Senago, rimasto schiacciato sotto la propria auto. Naturalmente nulla era detto della dinamica, ma se c’è una cosa che è rimasta ignota anche nel caso di mio padre è quella.
Ecco, a parte dire ai familiari e agli amici di quell’uomo che, dovessero capitare qui cercando cosa è stato scritto sul loro caro, gli sono vicina; ho una sola domanda:

è possibile che rispetto ad un incidente domestico così stupido, assurdo,
un ‘banale’ incidente stradale pur brutale sarebbe stato più accettabile?

Non lo so.
A volte lo penso, ma se si tratti di un convincimento consolatorio o meno non sono in grado di stabilirlo.

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14 thoughts on “C’è incidente e incidente?

  1. è accaduto purtroppo anche ad una ragazza di trent’anni dalle mie parti, mesi fa

    la sua macchina nuova, appena comprata, parcheggiata in una leggera salita, ad un certo punto vedendo che l’auto si muoveva ha tentato di fermarla ed è rimasta uccisa, contro un muretto

    io non la conoscevo, ma so che nel bar dove lavorava con il suo fidanzato era considerata davvero una brava persona

    son incidenti frequenti, certamente li potremmo definire «stupidi», solo che quando accadono sono la stessa cosa di un incidente «normale», cioè una tragedia, e purtroppo so bene che è accaduto anche nella tua famiglia

    secondo me dovrebbe essere fatta qualche campagna informativa, nel senso che una vettura è pur sempre un oggetto pesante e pericoloso, se si muove

  2. Sto diventando assistente sanitaria, il che significa che fra le altre cose è mia competenza produrre campagne informative dei vari rischi per la salute, oltre a corsi di formazione (per esempio, alle neo-mamme viene proposto il corso di prevenzione degli incidenti domestici nella fascia da 0 a 4 anni).
    Mi piacerebbe proprio sapere se rispetto agli adulti viene considerato, da parte di chi si occupa di educazione e di statistiche, anche questo specifico rischio. O forse no, non mi piacerebbe. Perché temo di scoprire che non se lo fila nessuno.
    Di mio, per ora ho potuto soltanto in un’occasione durante il tirocinio esondare dall’approccio professionale e raccomandare caldamente ad un uomo, con la moglie mezza zoppa in attesa di permesso per il parcheggio disabili, di evitare di portare l’auto nel garage interrato se non è mai stata sua abitudine. Piuttosto, scarichi sua moglie davanti casa e poi vada a metterla a un chilometro di distanza.
    Sarei una pessima sponsor per l’ASL, perché ho una fiducia scarsa nell’intelligenza della gente e nell’efficacia della maggior parte degli interventi preventivi. Alla faccia, eh.
    Inoltre, ho scoperto causalmente (lavorando alla mappatura del territorio per il tirocinio) che mio padre è stato registrato sotto la voce ‘altro’. Un altro record inesatto. Nessuna statistica alla memoria. Fanculo.

    Comunque, ho già avuto la forza di guardare in faccia l’incidente per quel che è. Ma non basta.
    Devo immergermici, soffermarmi e non soltanto sorvolarci sopra immaginandolo.
    Un dolore forte, se affrontato, può segnarti ma ti libera.
    Un dolore negato e razionalizzato t’ammazza sicuro.

  3. credo che l’interrogativo che ti poni sia comprensibile, perchè a volte certe cose ci paiono così “stupide” che vien difficile accettarle rispetto a dinamiche più disastrose. eppure, il risultato non cambia, così come il dolore che provocano.

  4. è chiaro che per te è un argomento tragico e di grande dolore, cara c.d.

    però in effetti un bel blog dove fossero raccolti, almeno a livello anedottico se non rigidamente statistico, tutti gli incidenti gravi assimilabili al genere «auto ferma» non sarebbe inutile

    oltre a tutto, credo che dalle tue parti ci siano molte aziende agricole e zootecniche (almeno so per quel che concerne castegnato) e ci sono anche gli incidenti legati ai trattori, che spesso hanno una dinamica analoga

    mi ricordo bene quando mio padre comprò la prima bianchina (avevo 9 anni) all’epoca, forse meno sicuri dell’efficienza delle auto, quando la laciavamo in salita si usava metterci il famoso «mattone» fermaruota

  5. Uhm. Uhm. Uhm.

    Sì, ci stavo pensando anch’io, ai trattori. Un anno sì ed uno no, quando va bene, se ne sente notizia al tg – e di solito sono bambini.

    Io non mi sento di escludere niente, se non che l’auto non poteva essere parcheggiata, o in sosta, in salita. E’ una cosa che non facciamo mai. Però purtroppo potrebbe essere che fosse posizionata già in piano, ma con la ruota un po’ troppo indietro. Il freno a mano c’era (era ancora inserito quando hanno trovato l’auto in fondo allo scivolo), e secondo i carabinieri ed anche il mio meccanico era funzionante – ora non pensiate che mi fidi ciecamente di tutti: ma ho chiesto al meccanico di mettersi alla guida e mostrarmi fisicamente quanto forte, e quanto a lungo, teneva. Ci siamo fermati in mezzo allo scivolo col freno tirato al massimo e di fatto ha tenuto bene, ed a lungo; circa dieci-dodici secondi (la rampa ha una pendenza di poco meno del 30%, mi hanno detto, ed è lunga 4 metri).
    Questa rende bene l’idea, anche per le scanalature e via dicendo:

  6. Ciao Denise, mi hai fatto venire in mente un incidente accaduto anni fa dalle mie parti, mi aveva sconvolta perchè davanti a quella casa ci passavo ogni giorno durante i miei allenamenti, avvo notato quel garage posto in cima ad un vialetto, beh, un’anziana al ritorno dalla spesa è scesa ed è andata prendere le borse nel portabagagli… Ed è accaduto. L’ ho sempretirato il freno a mano ma da quella volta controllo sempre, metto la marcia e sterzo da una parte.
    Vedo che il tempo non ha alleviato il dolore… Ti abbraccio, tra poco riccenderò il camino e sarai la benvenuta 🙂

  7. Ecco, appunto.
    Della serie: ce n’è per tutti i gusti.
    Se ne avessi anche solo un pizzico di voglia, quel suggerimento di Diego per un blog sarebbe importante.
    Magari potrei trasmettere il suggerimento a orecchie… che intendano.

    Noi, tutti e tre, inseriamo freno a mano e marcia anche in piano, di default.
    E al di là di del fatto che non sappiamo come si è svolto il fatto, una cosa di cui sono assolutamente certa è che mio padre non avrebbe mai fermato l’auto in cima alla rampa senza freno (infatti era inserito), nè tantomeno sulla rampa, specie se fosse stato solo per andare a recuperare qualcosa (la borsina dello sporco raccolto pulendo le auto e lo spazio era ancora in garage, ho controllato).
    Potrebbe però averlo fatto, di fretta, se si fosse sentito così male da voler cercare aiuto, o anche solo aria.
    Ed è ancora un potrebbe.

    Hai ragione. Il dolore per la perdita, paradossalmente, lo sto superando più rapidamente dello scorno e della rabbia per com’è avvenuta.

    Comunque grazie, verrò senz’altro a scaldarmi (ti tengo monitorata nel lettore 😉
    Anzi, devo scusarmi con te e con la Miss. Avevo deciso che a settembre ci saremmo viste, ma alla fine non ho combinato niente. Avevo intenzione di scrivervi, approfitto del commento. Questo non vuol dire che non ci vedremo, eh: tu la cucina tienila pronta 😉 Ma se riesco a tenemi gli ultimi 4 giorni del mese vuoti, li sfrutto per me stessa e per non ripartire con le lezioni già fiacca. Bacetto.

    p.s.: mia cugina aveva sognato mio papà una volta: un sogno semplice ma degno di nota.
    Prima o poi lo racconterò, perché su di me ha influito.

  8. “Un dolore forte, se affrontato, può segnarti ma ti libera.
    Un dolore negato e razionalizzato t’ammazza sicuro.”

    Hai perfettamente ragione: mai scappare e chiudere gli occhi. Prendilo, vivisezionalo, analizzalo,ricomponilo, mettilo da parte, ritiralo fuori, accettalo. Solo così puoi ricominciare. Almeno, questo è quello che penso.

  9. La risposta è sì e no.
    Un incidente stradale è percepito come più accettabile, ma per il motivo sbagliato.
    Siamo consapevoli che guidare è sempre in qualche misura pericoloso, per noi e per altri, perciò se succede qualcosa è più facile “accettarlo” perché sapevamo in anticipo che era qualcosa non del tutto controllabile.
    Viceversa, io suppongo (la mia è una teoria, da prendere come tale) che l’incidente domestico sia sentito come “inaccettabile” perché rompe l’ordinarietà del luogo abituale per eccellenza, la casa. Ci sentiamo “traditi” perché pensavamo di poter stare tranquilli, di avere il controllo almeno lì, è sempre andato tutto bene, e invece.
    La gente spesso crede di avere la consapevolezza che si può morire in qualunque momento, ma è una consapevolezza del tutto astratta, che non ci tocca sul serio, stiamo soltanto credendo di credere. Solo i santi, i paranoici e chi ha già fatto l’esperienza di un incidente imprevisto lo credono, lo sanno davvero.

    Non so se può aiutare, ma il problema è proprio l’illusione del controllo.
    NON esistono zone di sicurezza nella vita, e tutti camminiamo sempre sul ghiaccio sottile, solo che la maggior parte delle volte non ce ne accorgiamo. Ci possono essere delle differenze nella percentuale di rischio che corriamo a fare una certa cosa o stare in un certo luogo, ma è questione appunto di %: differenze “quantitative”, non “qualitative”. Non sapremo mai quante volte siamo stati vicinissimi alla morte ed eravamo ignari della spada appesa sulla nostra testa.
    Siamo tutti dei sopravvissuti, finché non lo siamo più.

    Vorrei dirti di non tormentarti con questi pensieri (ma ti ci tormenterai ancora per diverso tempo, naturalmente), in realtà non c’è niente di “assurdo” nella morte del tuo papà che non ci sia già in qualsiasi altra morte.

  10. Unarosaverde:
    e lo penso anch’io, per esperienza senz’altro ma soprattutto per indole, da sempre.

    Claudio:
    non sono d’accordo.
    La rottura dell’ordinarietà di un luogo è sicuramente un fatto, con delle conseguenze (sentirsi meno sicuri, in generale, è normale), ma nel mio caso non è la ragione per cui mi esprimo così.
    La ragione è esattamente quella che, riassumendo, io definisco l’assurdità dell’evento.
    Non si tratta di aver tanta o poca consapevolezza di quanto ogni giorno rischiamo, ed anche di grosso (ma condivido il tuo pensiero sul fatto che spesso e volentieri crediamo di credere di sapere, e sulla differenza che l’esperienza diretta fa). Neppure si tratta dell’avere, o voler avere, l’illusione del (pieno) controllo sulla nostra quotidianità.
    Si tratta secondo me di riconoscere che una misura talvolta invalutabile, talaltra più definita (anche se non misurabile con precisione) di controllo sulla nostra vita – e sulla nostra morte – l’abbiamo eccome. E di distinguere ciò che è un puro incidente, una pura casualità; da un evento (più o meno, poco o tanto) evitabile.
    Arrivo a dire ‘assurda’ la morte di mio padre non perché ne soffro (sarei un’idiota) o perché mi rode di non averla evitata (mi roderebbe anche se avesse preso il 815 dell’Oceanic Airlines, ben sapendo che non avrei potuto evitarla non avendone motivo), ma perché con buona probabilità (impossibile anch’essa da quantificare) la sua morte è stata dettata non solo da circostanze imprevedibili, ma da fattori di rischio conosciuti e pienamente evitabili; appunto.

    Certo, mi capita di pensare: perché non l’ho chiamato al telefono? Mi avrebbe detto che voleva lavare le auto, gli avrei risposto di aspettare ed andare insieme al sabato e non sarebbe successo.
    Oppure: perché mia mamma non è scesa quando ha pensato di farlo, invece di aspettare ed accorgersi che il tempo trascorso di sotto era forse troppo?.
    Capita, e capiterà ancora per un po’, ma questo piccolo tormento non cancella l’oggettività di un incidente domestico che – nella sua dinamica non chiarita e che non lo sarà mai – presenta tuttavia un grado variabile (tendenzialmente medio-alto) di micro-scelte decisive che l’hanno prodotto. Non solo contingenze del tutto fuori dalla conoscenza e dalla possibilità di modificarle della persona che le ha subite, ma anche scelte. Magari fulminee (ed allora potremmo discutere del fatto che certe scelte cruciali, come accelerare invece di inchiodare ed inchiodarsi di fronte ad un pericolo che ci viene addosso, a mo’ di riccio; raramente si prendono davvero nel momento in cui occorre agire, ma si costruiscono e modellano nel tempo, a partire da molto prima).

    Quello che vorrei dirti io, insomma, è che questo accento di ‘assurdo’ è uno dei tanti colori e dettagli che rivestono questo mio particolare vissuto. Non mi ci sono fissata, incapace di muovere avanti e oltre.
    E’ però significativo questo scambio di idee, perché anche su queste idee si fonda il nostro agire nel mondo e – ancor più interessante – la modalità con la quale leggeremo le situazioni professionali che avremo davanti.
    Un bambino può evitare di rimanerci secco infilando le dita nella presa? Ammappate, sì. Poi ben venga il cinismo che suggerisce che si sia salvato dalla corrente elettrica solo per arrivare in orario al suo appuntamento con un autotreno per strada. Però, intanto, non si può contestare che qualcuno gli abbia eliminato un fattore di rischio dall’esistenza.
    Un ragazzo che vive nel disagio sociale può essere ‘costretto’ ad entrare in una gang, spacciare e sparare? Non in senso letterale, o quasi mai, è ovvio. Ma quanti episodi di fiction sono stati incentrati su questo dilemma? Evidentemente non è poi così vero, in assoluto, che sparare gli era inevitabile.
    Di questi giochi logici ne sai più di me, ma credo tu abbia capito cosa intendo.

  11. (L’altro motivo, più consistente, per cui valuto assurda la morte di mio padre è in apparenza opposto a quello che ho appena addotto: infatti, dipende dal fatto che non so esattamente com’è andata. Ma pur non sapendolo, so come NON è andata, posso eliminare con relativa sicurezza almeno alcuni scenari che sono stati paventati dai chiacchieranti di mestiere.
    So che non può aver fatto questo e quello sbaglio, e tolti gli sbagli più grossolani dal quadro d’insieme, restano: l’incomprensibile perché non noto, e l’imprevedibile al cubo – quella combinazione di fattori che capita una volta ogni big bang. E l’imprevedibile al cubo appare appunto assurdo, anche se ha una sua logica interna e tecnicamente non lo è.
    Al contrario, se avesse cercato di fermare l’auto che scendeva dalla rampa mettendocisi dietro, avrebbe fatto una morte stupida. Cosa che però, pur non potendola escludere in assoluto, non ritengo realistica).

    Ho usato l’aggettivo ‘assurdo’ pochissime volte nella vita.
    In quest’ultimo anno, solo in questa occasione e non in maniera puntale per riferirmi al fatto di cui parliamo.
    Altre volte, più convintamente e non per modo di dire, riferendomi al dolore nato dalle falle nel rapporto tra me e mia madre.

  12. Non sono d’accordo sul tuo non essere d’accordo, cioè sono d’accordo (sembra un rompicapo, sì) sul fatto che un certo grado di controllo ce l’abbiamo eccome, in misura variabile secondo i casi; ma è, appunto, un certo grado. Come è sbagliata l’illusione dell’onnipotenza onniveggente, così è sbagliato credere che siamo tutti burattini etero diretti da un destino determinista, oppure vittime in balia di un caso mostruosamente aleatorio. Sono sbagliati entrambi gli estremi del “tutto” e del “niente”: certo che le nostre scelte sono decisive; il problema è che sono solo un frammento del bigger picture in cui confluiscono anche le scelte altrui, le abitudini, gli istinti, il condizionamento ambientale-genetico, la mera casualità, e poi ci sono pure la Provvidenza e il suo Avversario.
    (tutto questo per dire che di morti “assurde” potremmo tutti morire in qualunque momento, solo che noi sopravvissuti non ce ne accorgiamo perché banalmente la scampiamo)

    Ma se pure riuscissi a scoprire com’è andata, l’esatta dinamica e tutto, cosa cambierebbe qualcosa nel tuo sentire?
    Se sapessi per certo che è stato tuo padre distratto a sbagliare qualcosa e fare una morte “stupida”, oppure viceversa lui non ha commesso nessunissima imprudenza ed è successo qualcosa d’umanamente imponderabile che lo ha colto di sorpresa, questo cosa cambia per te nel suo ricordo, nella tua stima per lui, nel dialogo che hai con lui tuttora?
    Mi sembrano domande molto più interessanti delle elucubrazioni tra libertà e determinismo.

  13. […] ma è, appunto, un certo grado.
    Detto così, sembra che quel ‘certo’ grado sia sempre, in fin dei conti, troppo poco; da non farsene cruccio.
    Vedi, direi che siamo concordi sull’idea di fondo; ma il fatto che la esprimiamo in maniera diversa non è qui, forse, solo una differenziazione comunicativa fra di noi, credo possa esprimere una differenza anche nell’intendere ed applicare, alla vita di tutti i giorni, il principio.
    D’altra parte, come appunto scrivi, chi sano di mente affermerebbe che tutto è nelle nostre mani o viceversa nulla lo è? Nessuno, chiaro. Ma il fatto che esista una bigger picture, nelle sue molteplici nature e implicazioni, non chiarisce invece perché tu preferisca porre l’accento sull’imponderabile, ed io al contrario tenga a dare risalto all’impugnabile, per così dire.
    Il che va benissimo, eh.
    In ogni caso, devi decidere a quale discussione dare seguito. Perché io ho posto, mi sono posta una domanda concreta e compiuta, che muove da un’analisi concreta dell’accaduto. E’ questo che mi fa sorridere leggendo quel tuo ‘elucubrazioni’. Io ti dico che nell’accaduto sono intervenuti, con buona probabilità (magari non rispondente a realtà, e tuttavia verosimili e non sottovalutabili) alcuni fattori controllabili; mi domando se nel caso si fosse verificata una sitazione diversa, conosciuta e che sappiamo scarsamente evitabile, avrei sofferto meno; e tu mi parli di casualità – come a dire: in realtà è inutile interrogarsi, comunque quel che deve succedere succede.
    Non capisco dove il tuo pensiero voglia andare a parare, dunque. Non fa parte di te, alfiere del libero arbitrio, ma se non ti conoscessi lo troverei, in una significativa parola, fatalista.
    Se si tratta semplicemente di tenere a bada il mostro della disperazione, il mio personale ‘perché, perché, perché?’, tranquillo, non sta per divorarmi.

    Ma se pure riuscissi a scoprire com’è andata, l’esatta dinamica e tutto, cambierebbe qualcosa nel tuo sentire?

    Assolutamente sì.
    Sapere cambia un milione di cose.
    Non ha senso fare riferimento al ricordo che ho di lui o al dialogo che ho con lui ora, cose che non dipendono dalla dinamica dell’incidente (al di là della scontata esperienza di impotenza, poi delusione, poi rabbia nei confronti di chi è morto che prima o poi, di solito, ti raggiunge).
    Ma sapere se è stato effettivamente un incidente inevitabile oppure una disgrazia, ed una morte, stupida (e non per questo meno degna di compassione!) fa la differenza in tutti i sensi: rispetto al mio vissuto di questo evento che già si stava formando nell’attimo in cui sono stata avvertita al telefono, rispetto al tipo ed all’intensità della mia sofferenza ed alle strategie che dovrò attuare per superarla, rispetto all’attenzione che avrò per determinati rischi più che per altri, rispetto alle mie paure future, alle debolezze con le quali avrò bisogno di riconciliarmi, rispetto alla scelta di raccontare o tacere nelle banali conversazioni di ogni giorno…
    … tutto questo naturalmente non modifica di una virgola il fatto che se sapessi che si è trattato di un incidente saprei elaborare il lutto adeguatamente.
    E che se invece sapessi con certezza che si è trattato di un’orribile avventatezza (aggettivo non casuale), altrettanto con certezza saprei che mi costerebbe maggior fatica accettarlo, ma che quella fatica che sto attraversando è al contempo già tutta vinta.

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