E’ la dignità?

Circa due settimane fa ho rotto gli occhiali.
No, non mi sono caduti da dieci metri d’altezza e non ci si è seduto sopra qualcuno col sedere inavvertitamente, li ho semplicemente tolti dal naso, ho afferrato saldamente stecche e lenti da ambo i lati e trac!, li ho spezzati in due per la rabbia. Poi li ho scagliati lontano.
Non so se sia corretto, ma ho fatto un pensiero: ho scelto di rompere gli occhiali (che pure mi piacevano un sacco, mannaggia-a-me) e non il piatto che avevo davanti, il bicchiere, uno dei molti oggetti vicini tra cui un vaso, non per caso ma per un motivo preciso: mi trovavo a 70 km da casa, e se non avessi avuto gli occhiali sarebbe potuto crollare il mondo, ma io non avrei più potuto guidare nè intervenire nè prendermi la responsabilità di nulla.
No glasses, no fault nor just responsibilities.
Crolli il mondo, non posso farci nulla. Pazienza. Non è colpa mia. Lasciatemi stare, lasciatemi stare.

E insomma. E’ successo perché avevo litigato con mia mamma – lascerò perdere, per carità vostra, i retroscena e la lunga strada che mi ha portato all’ennesima crisi nervosa – e nel momento in cui lei ha cercato la mia mano io non ero pronta.
Avrei voluto desiderare di abbracciarla stretta e decidere che ciò che mi aveva fatto arrabbiare non aveva alcuna importanza, e l’avrei fatto, poi. Ma in quel momento no, non ero ancora pronta e ancora non avevo sbollito, rielaborato le cose (sto diventando sempre più veloce, oh. Ma non sono un cazzo di Mac, okay?).

Così, camminando per la strada per conto mio, ho fatto altri pensieri.
Per esempio che, è ovvio, capisco pienamente Massimiliano Verga (quello di Zigulì, che ho letto e commenterò in seguito) quando scrive rivolgendosi al figlio Moreno, handicappato:
Non credere che non ci abbia pensato. Di ammazzarti, intendo. Mi hai regalato dei momenti di delirio in cui non ho avuto altri pensieri. E quei momenti non sono stati pochi. […] In quei momenti ci ho pensato. “Reggo ancora oggi, ma fino a quando potrò?”.
Riformulo la domanda: credi che non ci abbia pensato seriamente ad ammazzarti? Come vedi, ho aggiunto ‘seriamente’. Se siamo ancora insieme è perché non ho mai pensato al ‘come’. Anche perché la risposta che ho sempre trovato è che, se devo finire dietro le barre senza di te, tanto vale essere prigionieri insieme.
Per addolcire il boccone, ti dirò anche che non riesco a pensare a un domani in cui non ci sei più. Forse è questo pensiero a prevalere. E a salvarci.

Uguale uguale, ecco. Posso anche dirlo qui: ho pensato più di una volta (pensato, cioè: desiderato, meditato, tentato di pianificare con scarso successo per la mancanza di fantasia e per la pressione della sensazione d’essere la causa della rovina di tutta la bellezza avuta in dote), ho pensato più volte di ammazzarmi, ma come avrebbe fatto lei da sola? Poi di ammazzare lei – e posso dirlo qui, ‘ché tanto se anche accadesse non mi nasconderei certo, e comunque se ho tenuto duro finora vuoi che non possa di nuovo?, e comunque chissà, il fatto che ora qualcuno con un ruolo pubblico leggerà forse questa piccola confessione e mi terrà forse d’occhio può essere un incentivo ad allontanarmi dalla potenziale scena del delitto, la prossima volta che m’incazzo come cento iene accorpate assieme.
D’altra parte, non escludo che chiuda la questione prima lei, un giorno o l’altro. Mica solo io mi dispero: e come mi ricorda Masticone, resta la circostanza che tutti i genitori sono potenziali assassini.

Così, tornando in auto mi facevo delle domande, che fresche fresche avevano un senso ed un perché, erano ben articolate e chiaramente formulate; ma ora, certo, chi le ripesca più?
E una domanda poteva essere più o meno questa: quando nei dibattiti (per lo più in merito all’eutanasia ed annessi) si parla di dignità, cosa si intende?
E poi, di seguito: ma siamo sicuri che il punto nevralgico, il quid da difendere e che ci deve orientare, se riteniamo sia il caso, sia davvero la dignità e non invece – ipotizzo – la sopportabilità?
Lo so, per qualcuno potrà non esserci differenza, ed a tratti anch’io la perdo di vista – l’ho detto, è passato già troppo tempo per la mia labile memoria.
In ogni caso, penso che in realtà ogni giorno in molti modi viviamo senza dignità, eppure viviamo. Non c’è alcun bisogno di arrivare sulla soglia del fine vita o di mirabolanti e catastrofiche avventure per avere a che fare con questo dato: più o meno durevolmente, la nostra stessa dignità finisce sotto i tacchi di qualcuno – spesso i nostri… – a ripetizione, senza sosta. Ma questa lesa dignità la sopportiamo, più e meno bene, la riusciamo ad integrare nel nostro panorama quotidiano, che sia con lucidità o attraverso un pacco di scuse e mascheramenti teorici.
E allora, perché parliamo di dignità e non di sopportabilità?
C’è chi vive la sua miseria profonda trascinandosi avanti senza colpo ferire. Più che vegetale, mollusco. Una pezza da piedi al cospetto del più straccio fra i disperati della strada, pur avendo magari ‘tutto’, ma che alla miseria s’adegua con scivolosa naturalezza.
C’è chi in un mondo senza dignità della propria dignità muore dentro, senza dire ‘ah’. Dignitosamente silenzioso, non regge.

I due concetti sono per alcuni versi sovrapponibili, condividono frazioni di senso. Eppure non sono confondibili, non sono la stessa cosa.
E dunque?

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14 thoughts on “E’ la dignità?

  1. Occhiali a parte….quello che leggo è il rapporto “difficile” con la madre…e non sei l’unica! Ma poi nel mio caso dopo anni e un po’ di aiuto…ho imparato a guardare il rapporto diversamente e ora va meglio! Un abbraccio

  2. Masticone ha ragione nella sua affermazione: pure io che ho due figli perfettamente normali, in un paio di occasioni gli istinti omicidi li ho avuti, per non dire di quelli che ho avuti nei confronti di mia madre. a ben guardare credo che effettivamente i concetti di dignità e sopportabilità siano sovrapponibili; mi viene da tirare fuori come al solito la consapevolezza. non è che tanti che la dignità l’hanno perduta, manco se ne rendono conto? e non è che proprio quando se ne rendono conto vengono sopraffatti da quell’altra merce in disuso che si chiama vergogna e soccombono?

  3. Dammi dell’insensibile ma io sono sotto shock per la faccenda degli occhiali, al punto che non riesco neanche a capire cosa intendi con dignità e sopportabilità, rileggerò dopo per capire, ma adesso come fai senza occhiali??? La sola idea di prendere i miei occhiali e spezzarli deliberatamente… no non riesco a immaginarla, arrivo a dire che tra spezzare i miei occhiali e strozzare mia mamma forse avrei strozzato mia mamma???

  4. Ok adesso ho riletto cercando di non pensare agli occhiali e ho capito il tuo concetto di dignità/sopportabilità, però non so rispondere.
    Posso solo dire che anche a me ultimamente, partendo da esperienze vissute, è capitato e capita di interrogarmi molto su questa benedetta dignità, ma faccio fatica, non ho le idee chiare. Per mia nonna e le persone della sua generazione quello di “dignità” e rispetto di sé era un concetto molto molto chiaro e poco ambiguo, questo l’ho sempre notato. Quante volte mia nonna (una volta perfino mentre mi salutava dal pianerottolo mentre io entravo nell’ascensore e me ne tornavo a Bologna) mi ripeteva: “Mi raccomando, Ilaria, la dignità, la dignità!”. Lei aveva un concetto molto elevato e nobile di dignità, e infatti lei la dignità non l’ha mai persa e l’ha difesa a spada tratta. Ma io? Io non solo, come dici tu, molte volte la mia dignità la lascio calpestare o sono la prima a calpestarla, ma spesso mi sembra una parola vuota che non vuol dire niente o altre volte mi pare addirittura un concetto negativo perché presuppone che io mi debba considerare chissà che o perché è un concetto che dipende dall’opinione altrui (che a me non interessa molto). Quando si parla poi di dignità a proposito dell’eutanasia e simili mi vengono solo i nervi perché se ne parla in modo strumentale. E dunque? Niente, non so rispondere, ma sono d’accordo che dignità e sopportabilità tendono a sovrapporsi.

  5. La famiglia sarà anche il perno della società, ma che sia la prima fonte di paranevrosi è dimostrato dalle sue concrete manifestazioni. Che servano sforzi, sacrifici, compromessi ecc. è chiaro, raramente si dichiara l’amara verità, che certe situazioni sono irrecuperabili con tutto in buon senso e la buona volontà del mondo e i discorsi d’incoraggiamento edulcorati di chi ha in mente la famiglia ideale di plastica del Mulino Bianco sono deprimenti, non rispondono al “che fare, davvero?”, se non lasciando intuire la non-risposta, “rassegnazione”.

    E poi, di seguito: ma siamo sicuri che il punto nevralgico, il quid da difendere e che ci deve orientare, se riteniamo sia il caso, sia davvero la dignità e non invece – ipotizzo – la sopportabilità?

    Questione interessante.

    – E’ sopportabile la situazione x?
    – Sì, c’è chi ci riesce. Se ti sforzi, puoi sopportarla anche tu.
    – Lo so che posso sopportarla, se mi sforzo. Ma devo sopportare tutto ciò che è sopportabile con qualche sforzo? Ci sono cose che non voglio forzarmi a sopportare a lungo.
    – Perché non vuoi? Sai che puoi. In molti ci riescono, non è impossibile.
    – Non dico che sia impossibile. E’ che non voglio più.
    – Ma perché non vuoi più?
    – Perché trovo che vi siano dei limiti oltre i quali ne va della mia dignità, e della mia propria dignità sono il soggetto. Se altri sopportano, buon per loro, ma non sull’esempio altrui che devo regolare ciò che ritengo degno per me. Il senso di dignità è un po’ come il gusto estetico, è una cosa davvero mia, non può essere confrontato e misurato in funzione di altri. La sopportabiltà sì, si può dire che Tizio sopporti più o meno di me, ma sulla dignità, chi può dire davvero chi o cosa sia più degno per me?
    – E se il tuo senso di dignità si nutrisse anche dello sforzo che metti nel sopportare una situazione disperante?
    – In questo caso, più sopporti e più trovi sia cosa degna farlo.
    – Tu non credi che sia un buon modo?
    – La pensavo così finché non ho scoperto che non si può andare andare troppo oltre. Se la dignità esiste, questa non può includere tutto, deve esserci qualcosa di indegno perché abbia senso quella parola.
    – E tu questo limite l’hai varcato?
    – Non lo so, perché c’è un altra dialettica da considerare: quella fra desiderio di serenità e responsabilità. Bada bene, non dico irresponsabilità – una parola il cui connotato moralmente negativo finirebbe per chiudere la questione in modo semplicistico – ma proprio serenità, la mia.
    – E’ un problema difficile. Se una dignitosa serenità è desiderabile, quanta parte di questa la si deve al fatto di aver adempiuto dignitosamente alle proprie responsabilità?

  6. hai scritto con grande sincerità e con una potenza che lascia senza fiato. Non ho nulla da commentare sulla tua vicenda, nessuna delle mie esangui parole nons arebbe banale e di circostanza. Ho pensato a una cosa però: è chiaro che rompere gli occhiali vuol dire non voler più vedere, e mi ha ricordato il gesto finale, quando edipo si acceca, nella tragedia, con le borchie della cintura della madre/sposa

    sei immensa a tuo modo, c.d., sappi che ti leggo

  7. @ Elena: sì, c’è anche questo, anche se ti rassicuro sul fatto che è difficile, ma non orribile. Nel senso che c’è anche del buono, non poco, e ci vogliamo bene. Leccarsi le dita, insomma.
    Poi, per chiarezza, il gesto e la tensione che l’hanno determinato riconoscono, per dirla con un termine tecnico che sento e ripeto venti volte al giorno, un’origine ‘multifattoriale’. C’è di mezzo una serie di problemi fra loro legati che vanno oltre il nostro rapporto, il quale anzi nel tempo è persino migliorato.

    @ Guchi: come al solito, sì, ma d’altronde è centrale e necessaria. Sulla propria dignità non è indispensabile tanto ragionare, quanto avere di sè e della stessa una cognizione anche ‘solo’ intuitiva, che possa guidarci.
    Anzi, non per fare la paladina dei semplici, ma più frequento persone supposte istruite ed acculturate, talvolta persino apparentemente intelligenti, più trovo che le peggiori bestie si trovino proprio tra chi non si pone neppure il quesito su quanto effettivamente vale.

  8. @ Ilaria: intanto ti rassicuro subito sull’affaire occhiali: li ho spezzati sì, ma non ho maciullato le lenti (graziaddio, ma sul serio…), perciò mi è bastato (con il pianto nel cuore, ma vabbeh) sostituire la montatura, e c’è voluto un giorno. Comunque nel frattempo, dacché era proprio un venerdì, mi sono arrangiata comprando delle lenti a contatto quindicinali… eheh (il mio inconscio non è così fine).

    Io credo di avere un’idea piuttosto chiara della dignità, di cosa sia, di quando la coltivo e di quando la perdo, o peggio la trito (il più delle volte, rinunciando a dire la mia per timore, fatica o impreparazione, una rinuncia che spesso è sacrosanta ma talvolta non è che l’anticamera di quella che nell’Apocalisse è detta tiepidezza, e che mi fa orrore solo a pensarci).
    Non ho certo un senso della dignità scolpito e a maggior ragione vissuto con tanta naturalezza e spontaneità come quello di tua nonna, ma lo riconosco, è vero, e so che per lei non è stato più facile assecondarlo, forse però più lampante e necessario.
    Ecco, una componente per me essenziale della dignità è avere il ‘senso della necessità’. Mi permetto di parlare in modo poco cesellato, ma tu capirai che se vedo fare il male – o se lo faccio io -, non sempre la spinta a porvi rimedio è immediata ed ovvia per una serie di ragioni, di complessità del reale, ma è pur vero che in genere accade invece proprio questo: so di avere una dignità quando non solo comprendo che si sta / sto operando un male (magari piccolo ma insidioso), ma soprattutto non lo scanso e non lo ignoro.
    E non dico ancora che faccio qualcosa per limitarlo o evitarlo, già con l’ammettere la mia responsabilità nel quotidiano esercito una dignità. Non ha dignità chi non ha (riconosce, assume, ecc.) responsabilità – e tutti, a modo loro, ne hanno!
    E’ altrettanto valida la correlazione ipotizzata più sopra da shostakovich: la serenità ha tratti suoi propri, che però non potranno mai esplicarsi se in primis non vi è stata un’assunzione di responsabilità andata a buon fine.

    Condividendo una visione nobile di questo concetto, non avevo mai pensato che qualcuno potesse sentire in maniera negativa, o almeno ambigua, la dignità.

  9. @ shostakovich:

    La famiglia sarà anche il perno della società, ma che sia la prima fonte di paranevrosi è dimostrato dalle sue concrete manifestazioni.

    Nonché dall’epidemiologia degli atti violenti, come pure di svariate patologie (non solo o primariamente psichiatriche) una concausa delle quali sia identificata nello stress.

    […] raramente si dichiara l’amara verità, che certe situazioni sono irrecuperabili con tutto il buon senso e la buona volontà del mondo e i discorsi d’incoraggiamento edulcorati […] non rispondono al “che fare, davvero?”, se non lasciando intuire la non-risposta, “rassegnazione”.

    Ecco, certamente la rassegnazione è un fallimento.
    E tanto per esser chiari (sì, sto seguendo anche la discussione di là da Claudio, non voglio però stabilire un parallelismo, solo cogliere l’occasione per una precisazione), non è rassegnazione quella veicolata dalla religione – in generale.
    Potrebbe diventarlo per molti motivi, non ultimo l’inadeguatezza di chi si fa portavoce della tale o talaltra dottrina (immaginiamo qui di parlare esclusivamente di cristianesimo, allargare il campo non serve).
    Se muta in rassegnazione, l’esortazione a ‘tener duro’, comunque si declini, evidentemente non risponde più ai criteri ed agli intenti originari.

    Penso che si possa ben accettare-sopportare situazioni irrecuperabili (al mondo non ne mancano, anche se la cautela è sempre d’obbligo nel definirle tali). Accettare però, appunto, non equivale ad affondarci dentro. Ci deve essere un marcare il punto, un prendere atto, prima di ogni altra cosa. Diversamente quello che può esplicarsi come spirito di sacrificio, con vari ed eventuali guadagni sia terreni che non, scade in un accanirsi, esaltarsi e combattere mulini a vento. Che non fa bene a chi ci si cimenta, ma neppure ai mulini, per così dire.

    Se una dignitosa serenità è desiderabile, quanta parte di questa la si deve al fatto di aver adempiuto dignitosamente alle proprie responsabilità?

    Forse una parte relativamente piccola, ma con lo stesso valore di un codone d’inizio.
    Si possono avere tutte le carte per giocarsela con gusto, e di certo valutare quali siano le nostre reali responsabilità è tanto necessario quanto difficile. Però a quelle non c’è scampo – e non è una brutta cosa, eh.

  10. @ Diego: me lo devi presentare di persona, allora, questo Edipo 😉
    Scherzi a parte, oltre a nutrire com’è ovvio il mio orgoglio, ciò che scrivi in fondo è un esempio di ciò che nonostante tutte le mie fisime mi conferma che ne vale la pena. Non tanto di scrivere, quanto di sforzarmi di non accartocciarmi su me stessa, ecco.

    Buonanotte.

  11. Naturalmente, va aggiunto questo: che il dare risposta alla propria responsabilità è necessario ma non sufficiente a dare e definire una dignità.
    Ed a fianco del discorso sulla responsabilità, metterei a maggior ragione un cenno sull’autenticità; concetto che trovo ancor più affine.

  12. Ti riferisci al sentirsi responsabili di qualcosa che non siamo certi tocchi davvero a noi, o di cui sia realmente necessario occuparsi, e quindi ad un senso del dovere forzato (magari moralistico) e poco sostenuto dalla convinzione individuale profonda?
    Altrimenti, non ho capito bene cosa intendi.
    Comunque, più o meno, pensavo al fatto che per avere una dignità di un qualche tipo, ancora prima di definire cosa essa sia, occorre essere persone autentiche (non nel senso di ‘pochi privilegiati consapevoli in mezzo al branco di pecore’, ma casomai nel senso di: rispettosi della propria personalità ed aderenti alla propria natura, tesi ad ascoltare se stessi, certamente anche per migliorarsi e sviluppare le proprie caratteristiche più proficue fra tutte quelle che ci si incrociano dentro, e non invece lassi ricettacoli di idee, posizioni, scelte altrui che ci convinciamo siano nostre. In un’altra parola, genuini):
    https://semedisalute.wordpress.com/2011/08/02/sull-autenticita/

  13. Ti riferisci al sentirsi responsabili di qualcosa che non siamo certi tocchi davvero a noi, o di cui sia realmente necessario occuparsi, e quindi ad un senso del dovere forzato (magari moralistico) e poco sostenuto dalla convinzione individuale profonda?

    Sì, più o meno.

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