David Foster Wallace: pareri

Mi capita di quando in quando di fare saltuarie scorpacciate di articoli, recensioni, commenti e critiche più o meno approfonditi su David Foster Wallace (e già con queste due righe, mi sono guadagnata, credo, qualche decina di visite aggràtis).
Così è stato anche negli ultimi giorni.
Riporto alcune righe da un paio di essi; che seppure in modo differente condivido entrambi.

Chi osa scrivere con il cuore, di Luca Doninelli:

[…] Tutta l’opera di Foster Wallace, da un certo punto di vista, potrebbe essere letta come una sistematica, acutissima lotta contro il suicidio, che Wallace tratta abbondantemente, sia come tema delle sue narrazioni, sia come argomento dei suoi saggi e interventi pubblici.
[…]
Non si tratta di uno scrittore per tutti. E’ importante che questi [suoi] lettori non siano lettori deboli. Attraversare l’opera di un vero scrittore è come attraversare un mare: ci vogliono buoni, rudi marinai.
[…]
Parole come ‘talento’ e ‘genio’ vengono spesso usate per mascherare il fastidio che ci dà qualcosa che non ci piace o che non abbiamo capito. Per intenderci: nessuno dice che Dostoevskij aveva molto talento, nessuno dice che Dante era molto intelligente. Sono cose che si dicono di Umberto Eco o Giuliano Ferrara.
[…]
Non gli interessava tanto la psicologia, nè la psicoanalisi. Gli interessava la struttura mentale mediante la quale le persone […] stabiliscono, perdono, riguadagnano, devastano, costruiscono il loro rapporto con questa cosa misteriosa che è la realtà.
[…]
Per non morire. Ecco un’altra cosa che rende DFW così importante: la sua coscienza di una ferita che attraversa l’uomo da capo a piedi e lo obbliga a un’alternativa fondamentale: o diventare una specie di automi guidato solo dallo spirito di adattamento, perfettamente integrati in questo mondo e senza nessuna domanda, o accettare quella ferita e, con quella, le domande che ci attraversano, e alle quali non possiamo dare risposta con le nostre forze […]

Non mi piace Wallace, di Roberto Cotroneo:

[…] Amo gli scrittori ambigui senza volerlo, ambigui per l’impossibilità di non esserlo. Non ambigui come programma narrativo. Amo i narratori di storie e non i narratori di cose.

Esiste una scrittura pornografica che entra nella descrizione delle cose, nel voyeurismo della descrizione, nella mera descrizione di tutto quello che l’autore vede, come accade in questo libro, fino a restituirti dettagli che non servono, fino a toglierti ogni immaginazione, fino a cancellarti come lettore, come lettore attivo […] Wallace descrive tutto. E più descrive, più stanca. E più lo fa, più dimostra di essere un narratore fotografico, l’obiettivo più nitido che si possa immaginare. Solo che la sua nitidezza non serve a vedere più a fondo […] non ragiona mai davvero sulla partita, ma trasforma l’osservazione maniacale in ragionamento, il dettaglio in afffresco generale. Ingrandisce le cose fino a renderle innaturali […]

Finisce che il libro, di per se interessante, andrebbe diliuito come certi sciroppi dolci che vanno bevuti miscelati in un buon bicchiere d’acqua. Non sono concepibili in altro modo perché liquorosi, densi e dolcissimi. I tennisti di Wallace sono ben descritti, persino le palline da tennis vengono raccontate nel loro modo di deformarsi, persino le angolature del campo hanno qualcosa di magistrale dentro le parole dell’autore. Ma quando chiudi il libro non hai la sensazione di un’esperienza religiosa o trascendente. Hai la certezza di averli dimenticati tutti quei dettagli. Come fosse una cena di mille sapori mescolata tutta assieme e in un tempo troppo breve. Rimane solo una confusione colossale.
Ma il trascendente e il religioso vivono di semplicità asciutte, folgoranti, di epifanie immediate.

Advertisements

7 thoughts on “David Foster Wallace: pareri

  1. Mah, già l’incipit del primo mi fa ampiamente storcere il naso, anzi che naso, mi fa proprio salire rabbia dai piedi alla testa. Non sopporto chi vede nel suicidio il momento imprescindibile della vita di una persona. E’ una falsificazione. Leggere Wallace – o chiunque altro – pensando al fatto che poi si è suicidato è degno dei tempi in cui viviamo. Mi sento più d’accordo col secondo punto di vista. Ultimamente ho cominciato a pensare (di testa mia) che probabilmente Wallace è un autore sopravvalutato. Sembra ironico, data la mole delle pagine, delle descrizioni che lo contraddistinguono, ma non lo trovo un autore compiuto. L’ho sempre trovato troppo cerebrale. C’è un racconto solo in cui ho provato emozione vera: “L’anima non è una fucina”, contenuto in “Oblio” che sicuramente è il suo libro che preferisco nell’ambito narrativo. Di Wallace mi piacciono invece moltissimo tutti i saggi che ha scritto!

  2. Ilaria:
    beh, ma di fatto si è suicidato. Leggere nelle sue opere una lotta contro questa tentazione sottopelle non ritengo sia assimilabile a ciò che, effettivamente, talvolta avviene, e cioè all’incensatura di un autore solo in quanto suicida, o peggio alla distorsione dei suoi scritti in funzione di questa forzosa lente focale.
    Quanto a ciò che pensi di testa tua (il che non è facile vista la mole, appunto, di commenti in merito), ovvero che DFW sia sopravvalutato, è ciò che penso anch’io. Senz’altro, per quanto non in maniera inutile e priva di sentimento, è troppo cervellotico. Il fatto che sia io a dirlo, dovrebbe essere una garanzia 😉 Profondo e articolato è diverso da cervellotico. Eppure – purtroppo per lui – credo anche che nelle sue contorsioni mentali e verbali vi sia un senso, un percorso anzi più d’uno che per quanto faticoso sbocca da qualche parte. Ma inevitabilmente quanto si possono permettere di tentarlo?
    Sono dell’idea, ormai si sa, che la letteratura (fra l’altro) debba essere impietosa di chi legge: se non sei in grado di seguire un pensiero, o percorrere un sentiero; o ci riesci col tempo e compiendo un determinato sforzo o ammetti che non è cosa per te, con rispetto e la massima serenità: non è obbligatorio trovare pane per l’anima proprio nella letteratura. Non esiste che un testo debba piegarsi, ed emendarsi delle difficoltà che presenta, per accontentare il lettore. Ma è invece auspicabile che, senza snaturarsi, cerchi di rendersi accessibile a quanti più lettori possibile. DFW è scarsamente accessibile anche a chi sta dietro al suo fraseggio da cefalea.

    Guchi:
    direi che è un po’ una scommessa.
    L’unico consiglio che mi sento di darti è di non valutare troppo cosa convenga leggere prima, di andare del tutto a naso a prescindere da lunghezza ed ordine di pubblicazione.
    Di certo se si fanno troppi programmi o peggio ci si creano aspettative, con lui, ci si inchioda.

  3. Forse anche il suicidio è sopravvalutato.
    Un autore ha smascherato meglio che con cento filosofeggiamenti il mito del suicidio attraverso un personaggio. Mi riferisco a Kirillov, ne I Demoni di Dostoevskij. Un personaggio il cui unico scopo nella vita è suicidarsi. E quando lo fa, questo suicidio gli riesce malissimo. Doveva essere nobile e invece risulta solo bestiale. Ma poi, vedi, che dire, le persone che sono sempre in lotta contro il suicidio sono quelle che resistono. Magari sarebbe più sensato leggere la loro vita o le loro opere con la chiave del suicidio.
    Ho citato Dostoevskij. Uno dei saggi che preferisco di Wallace è quello dedicato a Dostoevskij, o meglio a un autore che aveva scritto un’opera voluminosa su Dosto. E Wallace dichiara di ammirare Dostoevskij per la passione, la serietà, il coinvolgimento con cui scriveva le sue opere e il modo in cui attraverso essere riusciva a esprimere con forza le proprie personali convinzioni, la propria fede, la propria visione del mondo. Cosa che – secondo W. – nel nostro mondo postmoderno è ben difficile fare, poiché bisogna sempre mostrare, anche quando si scrive, quel distacco ironico, quel non crederci veramente fino in fondo, senza il quale sei considerato un ingenuo o un fanatico, Wallace invidiava questa capacità di scrivere con tutta l’anima, con tutto il cuore (oltre che col cervello) e voleva perseguirla. Ma non ce l’ha fatta. Io leggerei le sue opere più alla luce di questo fallimento che non alla luce del suicidio.
    Il “di testa mia” è riferito al fatto che so che sul web c’è una mole sterminata di articoli dedicati a W., ma non ho mai voluto leggerli.

    P.S. che bello che hai messo la tua foto!

  4. Ila, e poi dicono che il virtuale non vale il faccia-a-faccia 😉

    Trovo molto interessanti le precisazioni che porti.
    E indubbiamente, che le persone che sono sempre in lotta contro il suicidio sono quelle che resistono mi conforta – non è una battuta! Forse ciò che FDW ha ottenuto con i propri testi è qualcosa di completamente diverso e oltre ciò che lui desiderava, o si aspettava di ottenere, qualcosa che attesta più il suo fallimento della sua riuscita? Domanda estemporanea cui non ho risposte.

Lascia un commento... vuoi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...