Produttività

Leggevo l’altroieri, su un volantino di Lotta Comunista appeso in bacheca all’università, che secondo il vicepresidente di Confindustria (non so neppure chi sia e quando l’abbia affermato) è necessario aumentare la produttività.
E fin qui, mi pare pienamente condivisibile.
Peccato che di seguito abbia specificato che aumentare la produttività significa far lavorare più persone per più ore. Anche i sassi ormai sanno che lavorare più a lungo non significa aumentare la produttività, ma al contrario diminuirla e renderla qualitativamente carente; eppure uno dei vertici italiani in materia di impresa sostiene il contrario.
Non solo: cercando il nome di questo vicepresidente (inutilmente: la rete ne indica almeno quattro differenti solo nel corso del 2012!) leggo che tra i punti principali della proposta di Confindustria per il rilancio figurano la possibilità di aumentare l’orario di lavoro e di renderlo più flessibile; una stretta sui permessi; la riforma dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori che vieta l’uso di impianti audiovisivi e altre tecnologie per il controllo a distanza dell’attività dei dipendenti
… un’ottica lungimirante e rispettosa della materia prima che permette a Confindustria di esistere, non c’è che dire.

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13 thoughts on “Produttività

  1. Guchi, temo che invece descriva bene la realtà (solo che noi di fatto non otteniamo gli stessi risultati!), e per altro credo che qualcuno abbia già divulgato il neologismo (triste, più che orrido).

    Serpillo, idem.

  2. sono fanfaluche di vecchia retorica

    ormai in una produzione il lavoro operaio è solo una componente assai secondaria: marketing, progettazione, commercializzazione, sono le parte essenziali e che assorbe più risorse

    in realtà il reddito e il lavoro hanno divorziato da tempo, la redistribuzione deve avvenire in altri modi, in altre forme di equità e giustizia

    ma non avverrà in modo indolore, ormai si è rotta la coesione sociale, e la lotta di classe è in pieno svolgimento, solo che, al contrario di quel che auspicava il filosofo di treviri, la sta vincendo la classe capitalista

    io sono un convintissimo assertore del salario sociale garantito, come piccola redistribuzione degli enormi redditi ingenerati dalla finanza e dallo sfruttamento disumano di lavoratori delocalizzati

    non intravvedo nessuna possibilità di concertazione, a questo punto della storia

  3. In aggiunta, sentivo stamane ad Agorà che in un paese nordico che non ricordo con esattezza ed in Germania i finanziamenti ad istruzione e ricerca sono stati aumentati proprio a fronte della (e per far fronte alla) crisi; strategia che naturalmente in Italia non è affatto recepita.

  4. Produttività. Come dire che siamo pezzi di una scacchiera, ingranaggi di un disegno più grande a cui dobbiamo contribuire e da cui, forse, otterremo qualche vantaggio. Aumentare la produttività per il cosiddetto bene generale (che in vero corrisponde soprattutto al bene di qualcuno in particolare) nella speranza che si ricavi qualcosa di buono per l’individuo che è coinvolto nel processo… Chi dice che la nostra società è infusa di individualismo, evidentemente, non guarda mai ai meccanismi di produzione.

  5. Ma la speranza può ben essere una sicurezza, se la produzione (non soltanto di beni materiali, s’intende) nasce da un’ottica e da una lettura del mondo differente da quella, prevalentemente diffusa, che descrivi – sconsolante ma vera. Non è utopia, è una realtà che si può ignorare o minimizzare per debolezza ed incuria, essenzialmente; come chi afferma che una certa cosa è impossibile perché a lui risulta troppo ardua.
    Prendo l’ultima frase come una battuta ironica – non sono molto brava a cogliere l’ironia scritta, ma mi pare tale.
    Anche perché è in fondo proprio un individualismo cieco e non ragionato a indurre questi schemi di accumulo e forzatura del limite che non solo danneggiano l’altro (operaio o dipendente, consumatore, e via dicendo), ma in primis danneggiano chi li mette in atto… buona giornata.

    (Ah, aspetta: il nuovo avatar?)

  6. Chiarisco: questa retorica della produttività (che sarebbe finalizzata al bene comune) suggerisce che per aumentare la produzione bisogna rivedere il diritto sindacale (e non è del tutto errato), così da favorire le condizioni di produttività, la quale coincide anche con condizioni di lavoro poco desiderabili. Ma allora il bene comune di chi è? E cosa è? Non sarà la forza lavoro medesima, il bene comune a disposizione di chi produce? Invero, il problemi di molta media impresa italiana non stanno tanto nei contratti di lavoro nazionali troppo comunisti o nelle troppe tasse, stanno nella scarsa competitività programmatica che la caratterizza, nell’assenza di ricerca e innovazione nel privato italiano: chi chiede incentivi, chi chiede meno sgravi fiscali, ma qualcuno che a queste richieste associasse anche una buona idea che valesse l’investimento?

    Non si deve confondere l’individualismo con la logica del profitto dei pochi: l’individualismo è reciproco, considera la collettività come insieme di parti distinte, ma pur sempre un insieme (di parti distinte!). Insomma, una dialessi bidirezionale, un feedback positivo. L’accumulo, al contrario, tende al senso unico: l’insieme degli individui è, nel complesso, finalizzato agli interessi di una minoranza che elargisce, bontà sua, uno stipendio, a patto che le entità distinte, comunisti che non sono altro, non chiedano condizioni di lavoro troppo poco indirizzate alla profitto di chi accumula.

    (L’avatar l’ho fatto con questo)

  7. Concetti diversi di individualismo, dunque, dove il mio corrisponde al tuo di ‘logica del profitto di pochi’.
    Direi che sul resto, sostanzialmente, sono d’accordo.
    Vi sono esempi di aziende di non poco conto i cui iniziatori, pur privi di incentivi o facilitazioni, hanno raggiunto risultati notevoli senza per altro spremere dipendenti o istituzioni. Ciò non significa, s’intende, che l’incentivo in quanto tale sia il demonio, ma dimostra quanto affermi, ovvero che a nulla serve l’aiuto se non viene ben utilizzato e, innanzitutto, finalizzato con criterio.

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