Il pericolo peggiore (sulle strade)

NUORO. Un putiferio. Le parole che il presidente provinciale dell’Aci, Pierpaolo Seddone, sabato scorso ha dedicato ai pericoli della strada e in particolare a quelli causati dai ciclisti, hanno scatenato diverse reazioni, e non solo tra gli amanti delle due ruote.

Maurizio Galli Angeli, vice presidente nazionale dell’Associazione italiana familiari e vittime della strada, definisce deliranti, assurde e folkloristiche le dichiarazioni […].

Già: sono approdata alla notizia sul sito linkato partendo da un’altra pagina, uno tra gli svariati blog a tema i cui articoli sono regolarmente esposti tra i più recenti di WordPress; e manco a dirlo arrabbiato con l’ACI perché – presumo correttamente – sostiene che fra le vittime di incidenti stradali, nell’ultimo anno, il numero dei ciclisti è calato. Arrabbiato perché l’ACI dovrebbe citare non solo i morti ma anche i feriti, questi a dire dell’articolista aumentati (e diamolo per assodato, anche se i dati non li ho verificati), e di conseguenza l’ACI falsificherebbe le cifre colpevolmente, omettendo fatti comunque tragici.
Eppure, come ebbi a leggere da un articolo di Saviano, affermare una realtà non signifca negarne un’altra. E ci si può ben riferire ad un fenomeno, preciso com’è giusto che sia, senza voler insabbiarne un altro. Con tutto il rispetto per i ciclisti mutilati, i plegici e quant’altro; in linea molto generale, considero un progresso l’aver registrato un numero inferiore di decessi tradottisi in lesioni, permanenti o meno.

Ma quali sono, dunque, le così orribili dichiarazioni di Seddone? Vediamole. A patto di accoglierle per intero, cosa che troppi non hanno fatto; risulterà che non Seddone deve chiedere scusa, ma quei ciclisti che presuntuosamente pretendono la botte piena (libertà assoluta dai vincoli del codice della strada) e la moglie ubriaca (salvarsi la pelle, ed attribuire la responsabilità degli incidenti sempre e soltanto agli automobilisti, a prescindere). Ma quanti ciclisti ammettono i cattivi comportamenti della propria categoria?

«Sulle strade sono il pericolo peggiore.
Iniziamo con il dire che tantissime biciclette sono sprovviste della segnaletica catarifrangente e dunque non potrebbero circolare e invece lo fanno e anche di notte.
Inoltre in provincia praticamente non esistono le piste ciclabili, una circostanza che fa sì che l’automobilista non rispetti, come invece dovrebbe, il ciclista.
Senza considerare che chi va in bici spesso non rispetta le regole della strada e a volte neanche le conosce, perché non esiste una patente per andare in bicicletta. Anche per questo abbiamo pensato ai corsi di educazione stradale nelle scuole, a cominciare dalle regole base. Perché non è possibile che un giovane vada in bici sulla strada e per esempio non conosca il segnale di dare la precedenza».

La terza frase risulta mal formulata ed ambigua; ma ritengo se ne possa intendere il senso, che non è di legittimazione di comportamenti scorretti da parte degli automobilisti in quei casi in cui manchino i presupposti per una circolazione adeguata e serena.

E’ certamente vero che il ciclista malaccorto che in bicicletta non ci sa andare (ebbene sì, anche se è una cosa che non si disimpara, si può anche imparare male: non è scienza infusa) mette in pericolo soprattutto e innanzitutto se stesso; va ricordato però che spesso l’automobilista che malauguratamente si trovi coinvolto in una manovra pericolosa suo malgrado rischia molto più del ciclista di veder la propria vita rovinata senza colpa.
Per sè e per gli altri, dunque, sarebbe buona norma cominciare almeno dal dare una scorsa alla piccola guida (semplice impaginazione di buon senso) stilata dalla città di Reggio Emilia, per muoversi in bici in sicurezza.

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3 thoughts on “Il pericolo peggiore (sulle strade)

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