Abbracciare il fallimento

Le scelte importanti nella vita bisognerebbe sempre compierle in ossequio al buonsenso. Sposare una prospettiva, una filosofia, una religione che ci indica una certa via per percorrere l’esistenza ottenendone i migliori frutti non comporta l’abdicare al raziocinio, o l’assumere acriticamente una stessa logica in ogni frangente, approssimativamente, senza saper interpretare la sua diversa valenza nelle diverse circostanze.
Tuttavia, a volte capita che una certa prospettiva, una certa logica che si è scelto di sposare vada semplicemente applicata così com’è, perché interrogandosi sulla reale opportunità di agire come essa ci suggerisce si scopre che ogni tentativo di fare diversamente porta con sè un male molto preciso.

Così l’idea cristiana di farsi piccoli, sacrificare e donare se stessi, espropriandosi di se stessi per garantire il bene di un altro.
Con la sicurezza che darsi senza riserve non sancisce la propria morte, il proprio annullamento, ma all’inverso riporta alla luce quanto c’è di più vero e vivo nella propria persona.

Che io abbia bisogno di una nuova, ennesima conversione era nell’aria. Che essa potesse contemplare non solo un ritorno all’obbedienza (alla volontà di Dio, oserei dire, e a nient’altro), ma anche necessariamente una rinascita della libertà, della creatività, dell’apertura alla possibilità e alla speranza; non era altrettanto chiaro.
Non sono stata un granché aderente al proposito, che torno continuamente a riconoscere come valido, di lasciarmi frantumare e rimodellare dai miei dolori.
Ho sicuramente avuto, per citare Merleau-Ponty, più parole parlate che parole parlanti.
Soprattutto nelle ultime settimane, mi sono lasciata affascinare più facilmente dalla meschinità della sensazione che non vi sia soluzione a certi problemi, che non dalla tranquillità delle grandi idee di cui parla Bonhoeffer.
In buona sostanza, volendo recuperare me stessa, frustrata e persa come sono diventata, mi sono aggrappata a obbiettivi che non erano davvero miei. Fatto normale, ma da correggere. Non sono i nostri momenti migliori che vanno disertati (letteralmente, mandati deserti, fatti inaridire), ma le nostre false identità, le nostre false speranze.

Bisogna avere il coraggio di lasciarsi un po’ morire, per non perdersi.
Sembra una contraddizione in termini, ma funziona. E d’altra parte essere cristiani vuol dire questo.
Pertanto ciò che adesso sembrerà una follia per tanti è la scelta migliore che potessi fare, la miglior risoluzione che abbia preso da molto tempo a questa parte.
Resterò vicino a mia madre, invece di cercarle o cercarmi una sistemazione che ci separi.
E non terminerò l’università. Valuterò ulteriori occasioni di formazione in tempi brevi, rigorosamente in settori che non coinvolgano la malattia e la morte, e/o cercherò un’occupazione come sola so essere adeguata al mio caso: un’attività semplice, in ogni senso. Ma senza fretta nè ansia.
Non mi resta che abbracciare degli apparenti fallimenti, l’affossare la mia vita, per riaverla indietro.

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