Dalla confessione alla professione

Stavo ascoltando questo video pubblicato su Otri Nuovi, intitolato “Stento a crederci / Fede: rischio o certezza?“, ed una considerazione del vescovo cremonese Dante Lafranconi mi ha colpito al minuto 2:26, in particolare per la chiarezza e semplicità con le quali è formulata: oltre che per ravvivare la nostra fede personale, questo anno è anche un’occasione per dichiararla… mi pare fosse proprio il Papa che ha parlato di questa complementarietà tra il confessare la propria fede, che è l’espressione di ciò di cui siamo convinti, ed il professare la fede, che è un manifestarla con chiarezza e con convinzione anche agli altri.
In effetti la confessione di fede dovrebbe costituire il primo passo di un two-step, che se non approda – seppure a tempo e con modalità debite per ciascuno – alla professione, cioè come detto al comunicare attivamente la fede, il suo senso ed i suoi effetti; finisce per bloccarsi, e per lasciarsi trascinare al ritmo di qualcun altro.

Molto spesso però la fede, sia personale sia – per es. – all’interno delle coppie cristiane, rimane appunto circoscritta, quasi confinata; mentre la logica evangelica è quella della condivisione.

Per gli individui un esempio di riferimento potrebbe essere quello del giovane ricco, al quale non viene indicata la via della rinuncia totale ai possessi materiali, disprezzabili non nel senso di un sano distacco e dell’attribuzione di maggior valore ad altro ma in sè e per sè, quanto piuttosto – scrive Leonardo Becchetti – la via esigente della condivisione delle proprie risorse per aumentare il più possibile la capacità di generazione di bene.
Un concetto che anche Messori, traducendo in testo le memorie e… confessioni di Mondadori, tocca nel capitolo IV di Conversione, a proposito di povertà e ricchezza: [ci] soccorre la parola equilibrata di Gesù che, alla gente che gli chiede: “Che cosa dobbiamo fare per salvarci?”, risponde: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha”. Una, dunque, non tutte e due.
In realtà, poi, la nostra ricchezza da condividere non è unicamente quella formata dai beni concreti, ma anche ed a maggior ragione quella costituita dal nostro tempo, dal nostro affetto, dalla nostra attenzione e cura, dall’impegno.

In riferimento alla coppia, invece, va ricordato soprattutto che la comunione degli sposi non è fine a se stessa, ma rappresenta il nucleo fondante della comunione della Chiesa.
Lo spiegava assai bene stamane un non meglio identificato tizio, su Radio Maria, o forse era Radio Mater?, chissà. Se ritrovo il file audio in rete ve lo linko.

Mi piace aggiungere, per concludere, che la fede autentica non ripara dalla vita, bensì getta nella vita; per riprendere ancora la trasmissione citata, con le parole di don Enrico Maggi.
Lo si coglie nella connotazione più ampia del termine stesso che individua ciò cui siamo chiamati: pro-fessione rimanda al lavoro, all’attività; così come pro-testare significa testimoniare per, in favore di.
Come a dire: la fede senza le opere è morta.

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