Voglio una vita… abitata

Mi sto guardando attorno in questo periodo pre-elettorale e vedo le solite cose: arringhe a destra ed a manca, promesse fasulle, prese di posizione sulla necessità quanto sulla inutilità di votare. Tutto questo non mi interessa.
Non mi interessa lasciarmi attraversare a vuoto dalle solite filippiche nel vano tentativo di individuare un miraggio di politica nuova, diversa, più giusta. Mi interessa invece individuare quel che di nuovo, diverso e più giusto vivo già ora, nel quotidiano, e allora sì, vedere se qualcosa là in alto nei palazzi vi trova corrispondenza. Stilare un elenco di mi piace / non mi piace, per orientarmi.

Mi interessa partecipare, cioè fare la mia parte; anche ‘solo’ osservando e tacendo, vagliando e trattenendo il valore, per redistribuire in seguito quello e non contribuire a diffondere malumori e malelingue.
Mi interessa conoscere, perché conoscere è il presupposto della libertà e della libertà di scelta.

Per questi due motivi, essenzialmente, rimango perplessa di fronte alle numerose circostanze in cui si parla di ingerenza della Chiesa nella politica.
Secondo Bagnasco, ed anche secondo me, “[…] se la Chiesa parla e rivendica il proprio diritto a farlo, dovrebbe ormai essere chiaro a tutti che non è per desiderio di ingerenza, ma solo per difendere la causa della verità e dell’uomo del nostro tempo – perché essa interpreta il nostro tempo presente contestando i miti dominanti che portano non alla felicità, ma a deserti tristi e disumani”.
In parole povere, si dice e scrive spesso nell’ambiente che la Chiesa non fa che assolvere al proprio compito di dar voce alla propria proposta ed al ‘popolo’ che quella proposta l’ha già accolta: ancora secondo le parole del cardinale riportato da Cazzullo sul CdS, “[il Vangelo] va annunciato nella sua intera verità, comprese le sue implicazioni sul piano antropologico, etico e sociale. E sempre nel ‘noi’ della Chiesa. Diversamente la fede è destinata a rimanere un fatto puramente emotivo, sentimentale, in fondo irrilevante per la vita concreta”.
Pur non amando l’uso del termine sentimentale, condivido l’idea che “il parlare della Chiesa non è mai ‘ingerenza’, ma è uno stare dentro il vissuto, offrire l’esercizio collegiale del discernimento”, vale a dire offrire una guida, un indirizzo fondato sulla riflessione e l’esperienza comunitaria.
Il fatto è che la fede non è, come alcuni ritengono e come ad alcuni altri farebbe comodo, una spilletta da appuntare al petto per segnalare un gradimento, un’appartenenza, che però non ha necessariamente bisogno di essere condivisa e comunicata ulteriormente. Non è uno status symbol.
Nè la Chiesa è una chioccia che debba o voglia trattenere i propri pulcini nell’aia: essere nel mondo ma non del mondo non significa appartarsi in un angolino sublimando le passioni, ma appunto esserci, entrarci, partecipare al mondo senza divenirne schiavi sì – ma anche nondimeno rendere il mondo partecipe di ciò che si è.

Lo ricorda Stefano Zamagni: la sfera eminentemente politica non andrebbe confusa ed identificata, come invece accade, con la più ampia sfera pubblica; quel palcoscenico sul quale nessun attore sociale (e la Chiesa lo è fra gli altri) risulta fuori posto.
Laicità significa infatti inclusività ed equidistanza, non equivale ad una falsa ed impossibile neutralità.
Secondo Scola, “[…] è necessario uno Stato che non interpreti la sua aconfessionalità come ‘distacco’, come una impossibile neutralizzazione delle visioni del mondo che si esprimono nella società civile, ma che apra spazi in cui ciascun soggetto personale e sociale possa portare il proprio contributo all’edificazione del bene comune”.
Ciò si realizza anche attraverso la libertà religiosa: non solo la libertà di scegliere la propria fede, ma anche quella di professarla ed agirla coerentemente, di non doverla ammutolire perché dispiace a chi non la sottoscrive.

Per come si costituisce, il cristianesimo tutto non solo interroga l’uomo, ma lo richiama a sè.
Altri direbbero: interferisce, infastidisce. Ormai nessuno vuole più essere infastidito per nulla, nemmeno per un’inezia, si vuole solo essere lasciati a se stessi – che non è come dire ‘in pace’. Fino al punto di consentire per legge che (ci) si procuri la morte.
Non la salvezza si chiede, ma l’asetticità di una non-commistione integrale, una camera iperbarica dove non rischiare nulla, nemmeno un bruciore sulla pelle.
Ed è questo il vero attrito, la debolezza che l’accusa di ingerenza politica ha spesso il compito di mascherare.
Ci accontentiamo di avere giornate affollate di persone, di umori e di pareri; ma non sopportiamo che le nostre giornate e le nostre vite vengano realmente abitate da nessuno.
Io, scusate, la mia vita la voglio abitata, e voglio poter sentire anche la voce della Chiesa; non solo sulla dottrina ma anche su come essa si declina nel vivere. Se poi quella voce riesce persino a renderla abitabile, la vita… chi ci rinuncia?

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