Un vago senso di salvezza

«Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore» (Enclica Spe salvi).
Nove mesi fa (curiosamente, il tempo di un parto) un lettore mi poneva privatamente un quesito, poiché avevo qui esternato la convinzione che il dolore che provo (e provavo in special modo in quel frangente) per certe situazioni della mia vita fosse, in fondo, inutile. Non trasformabile in qualcosa di sano, dunque non salvifico.
Ecco le sue parole: voglio lasciarti il dubbio che forse la strada per la Resurrezione passa per dove non ce l’aspettiamo. Ai discepoli di Emmaus era rimasto un senso di inutilità simile al tuo?
Forse il dilemma è insoluto solo dal punto di vista razionale. Nel concreto, davvero il seme di questa domanda, semplice e diretta, il suo frutto l’ha dato: il dolore l’ho tenuto sulle spalle e insieme superato, il senso d’inutilità – più che scioglierlo – l’ho appoggiato presso qualche pietra miliare lungo la strada.

Ora, fondamentalmente credo (usando le parole di un altro amico) “che il Signore ci dia, di volta in volta, le forze che ci servono, nei casi in cui ci troviamo ad affrontare difficoltà e/o sofferenze oggettivamente grandi”. Non posso affermare che ne sono convinta completamente, non ancora, ma accontentiamoci.
Va chiarito però senz’altro che alle volte siamo noi stessi ad aggiungere peso ad una realtà già pesante, non solo per come la interpretiamo, ma perché tendiamo a dibatterci e a tentare di fuggirne; un po’ come un naufrago che mulina le braccia nel mezzo dell’oceano.

Documenti correlati:
@ Lettera apostolica Salvifici doloris, 1984
@ Lettera istitutiva della Giornata Mondiale del Malato, 1992
@ Messaggio per la Giornata Mondiale del Malato, 2013

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6 thoughts on “Un vago senso di salvezza

  1. E’ vero quel che dici alla fine, e un segreto per togliere quel peso in più che ci aggiungiamo noi, per quanto mi riguarda consiste nel condividere il problema con gli amici e persone care. Quando descrivi un tuo Problema a una persona cara, ancora prima di ascoltare la sua risposta, quel Problema è già più un problema…

  2. Quel che mi piace di Ratzinger è la non banalità nell’affrontare i temi, che poi sono tutti riassumibili nella domanda: che ci stiamo a fare qui?

    Io per parte mia credo che alla fine l’importante sia “farsene una ragione” dell’ evento “vita”; per quel che ho potuto vedere di persona, alla fine le persone non se la prendono, e perdono l’attaccamento al proprio “io”, che è il problema, cioè quell’istinto di identità utile per farci lottare la lotta per la sopravvivenza diviene anche la carta moschicida della nostra vera libertà.

    Il mio amico A.G.Biuso scrisse una bella recensione, da non cristiano, sulla magnifica enciclica
    http://www.sitosophia.org/recensioni/enciclica-spe-salvi-di-benedetto-xvi/

  3. E’ vero, l’identità è quanto di più scivoloso esista, credo.
    E’ l’aspetto migliore del nostro esistere, quello che ci permette di amare e di gioire fra l’altro (senza identità, senza desiderio ed attaccamento non avremmo neppure la possibilità di esser felici; lo spiega meglio di me Chesterton che ho appena letto).
    Ma è anche per la sua importanza l’elemento più facile a degenerarsi in morbosità, in patologia.

    Si sa di esser sani quando dell’evento vita vediamo il senso in se stesso, non sentiamo di doverlo in qualche modo giustificare per i suoi mali ma vogliamo invece preservarlo perché lo troviamo intrinsecamente degno.

    Non ho letto la Spe salvi, ma la salvo (perdona il giochino di parole) insieme alla recensione di Biuso, il cui sito sto bazzicando dalla scorsa settimana. Grazie, non dubito che sarà interessante.

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