Downshifting papale

Non esito ad utilizzare questa espressione per descrivere le dimissioni di un papa (e che papa).
Se, come io credo, il downshifting nella sua miglior veste è un ponderato programma di azione che prevede il rarefarsi delle pressioni, spesso ottenuto scegliendo di rinunciare alla propria carica, al proprio ruolo per adottarne uno più modesto, e questo allo scopo non di fuggire, infrattarsi, obliarsi ma al contrario con l’obiettivo di trarre da sè qualcosa di ancora migliore, più proficuo, qualcosa che magari altri anche più brillanti non possono offrire; ecco: Ratzinger ha fatto downshifting.
Lo conferma persino un certo tipo di insulti indirizzatigli, i cui autori ritengono che sia una vergogna, in un paese in cui non esiste più alcun posto fisso, che sia proprio l’unico ad averne uno a lasciarlo con leggerezza. Insomma, davvero tra le tante ventate di freschezza da lui portate c’è anche questa: decrescita felice, ma soprattutto oculatamente volta ad un maggior bene.
Ed io, pur dispiancendomene al momento – solo al momento, poiché so bene che la sua figura, in altro modo, resta presente – approvo la sua scelta. Penso inoltre che la chiave di lettura di questo passo sia non in ciò che egli lascia, ma in ciò che va ad abbracciare, diverso e non meno importante per la Chiesa e per tutti – è sufficiente, per comprenderlo, accettare quanto le sue limpide parole ci dicono, avvallate dai comportamenti di un’intera vita, nella loro semplicità.
Pur se i fatti, più semplici sono, meno piacciono alle persone che si vorrebbero ergere a conoscitori ed interpreti della vita.

Non può propriamente mancarmi una persona che non se ne è realmente andata, nè col corpo nè con lo spirito ed il pensiero, che continuerà ad esprimere deliziandoci come prima.
E, d’altra parte, valgono due dati.
Il primo è che mi fido di lui.
Il secondo è che confido nel Signore, e a prescindere da sondaggi e quotazioni a proposito del probabile successore, mentre nel 2005 ho quasi inconsapevolmente accolto Ratzinger quale mio primo papa (e scrivo questo in quanto apprezzavo Wojtyla, ma per l’età e per altre ragioni a lungo non ha rappresentato per me un maestro), adesso ho l’opportunità di ‘fare mio’ chi verrà nella prospettiva – per una volta – non di mettermi nella posizione di valutarne con distacco persona e operato, bensì di mettermi in una disposizione mentale che mi consenta di seguire.

C’è un tempo per ogni cosa: vale per i papi, e vale per me.
Ciao Ratzi!

[Altre notazioni che esprimono anche il mio pensiero, più ‘sul pezzo’ da Claudio, e Berlicche]

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6 thoughts on “Downshifting papale

  1. Oddio, io non lo chiamerei downshifting perché non l’ha fatto per se stesso ma per noi, cioè per la Chiesa; il downshifting secondo me è una scelta che uno fa x migliorare la propria qualità di vita. Sono certa che lui avrebbe sopportato fino in fondo ‘sta croce del papato (non ne aveva voglia fin dall’inizio di fare il papa) se non avesse valutato che restando avrebbe “danneggiato” la Chiesa. Io personalmente appena ricevuta la notizia (da un post di un amico su facebook) mi sono sentita un po’ sotto shock, ma non x lui ma perché pensavo che x un papa abdicare fosse complicatissimo e quasi impossibile, non che un giorno vai davanti ai cardinali e dici semplicemente “Mi dimetto” come se fossi un lavoratore qualunque. Mandato giù questo choc (che non riguardava tanto Ratzinger quanto la figura del Papa) ho cominciato ad abituarmi all’idea e non mi sento smarrita, primo perché, se c’è un tipo responsabile e fidato che sa ciò che fa, questo è proprio Joseph Ratzinger e quindi se si è dimesso avrà valutato che non ci lasciava nella melma, secondo perché la Chiesa è più solida delle specifiche vicende umane che la attraversano. Umanamente la mia stima x lui si rafforza e gli auguro il meglio. Non ho condiviso alcune sue prese di posizione (quelle sulla morale sessuale) ma altre sì, e come persona ho sempre avuto una grande stima e simpatia x lui. La reazione che mi è venuta spontanea è di pregare x lui… e spero che ora potrà dedicarsi ai suoi studi e alla musica,come desiderava tanto.

  2. In una societa’ dove tutti restano “attaccati al cadreghino” ecco una scelta umana e coerente.

  3. Secondo me, nel valutare la scelta rivoluzionaria di Ratzinger (rivoluzionaria perchè molto divergente rispetto ad una prassi consolidata da secoli) bisogna soffermarsi un attimo sulla «modernità» del suo gesto.
    Mi pare abbastanza chiaro dalle sue dichiarazioni la presa d’atto che la morte, questo passaggio fondamentale nella vita di tutti, nel mondo attuale ha cambiato collocazione.
    Le macchine, le attrezzature sanitarie, le tecnologie hanno fatto sì che quasi tutti dovranno (se cittadini del mondo ricco) rassegnarsi a morire solo dopo una lunga e probabilmente inutile vita «parziale».
    Mio padre che ha circa l’età del papa (è del 28) dice sempre: non hanno allungato la vita, ma semplicemente stiracchiato la vecchiaia.
    Quindi Ratzinger, giustamente, ha capito che non è più possibile dire «farò questa cosa fino alla fine dei miei giorni», perchè la fine vera, arriverà dopo una pre-fine del tutto inutile. Quindi ha, con intelligenza (nel senso puro della parola) evitato alla chiesa e a tutti i fedeli quel lungo periodo di «papa malato» durante il quale, sicuramente, le trame e le lotte di potere avrebbero ulteriormente screditato una chiesa attualmente in uno dei momenti più critici, come immagine.
    Un uomo intelligente, un vero credente (non come tanti fra i pezzi grossi intorno a lui), un vero uomo di Dio.

  4. Ilaria:
    migliorare la propria qualità di vita e garantire la riuscita, il miglioramento di certi aspetti dell’organizzazione sociale (famiglia, chiesa, gruppo) alla quale si appartiene e per la quale ci si spende, magari avendone la responsabilità, non sono obiettivi che si escludono a vicenda.
    Anzi, nel caso in specie dall’uno dipende l’altro; almeno nella prospettiva del papa che in tal senso si è mosso.

    E poi sì, non avrebbe avuto alcuna remora a restare e portare la croce del papato, se necessario.
    Più necessario deve aver ritenuto, come suggeriscono Claudio e Diego, che non solo la croce ma anche l’avventura esaltante, e da esaltare, della navigazione della ‘barca di Pietro’ vadano in capo a qualcuno con caratteristiche non migliori, ma diverse dalle sue.
    Di fatto, non è forse una croce anche il rinunciare scientemente a quello che agli occhi del mondo è un immeritato privilegio, e sopportare le speculazioni al riguardo? O anche rinunciare ad un incarico faticoso, ma senz’altro emozionante?

    Perciò ora lo godremo in altro modo, ma come te non posso che stimarlo di più.
    Ogni paragone con il predecessore è fatuo.
    Noi preghiamo, e non abbiamo di che allarmarci.

  5. Da martayensid leggo questa bella affermazione di don Luca Peyron (già sentito nominare, ma che non conosco), e ve la rigiro:

    Benedetto non ha dismesso i panni di cristiano, di prete e di vescovo, [bensì] quelli di Papa. Come una mamma che diventa nonna e, quando non le è più possibile, non prende in braccio i nipoti, ma prega per loro… e quanto si deve alle nostre nonne che pregano.

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