Rabbia e pace

Rabbia con la maiuscola e pace con la minuscola, non solo per ragioni ortografiche ma anche perché la rabbia – si sa – ha la voce grossa, la pace lavora in silenzio.

Rabbia e pace perché recuperando un po’ di vecchi scritti dai blog che non riesco a seguire sempre ho letto questa domanda che Nihil rivolge ad una commentatrice:
Sono io che non capisco la tua rabbia, o tu che non capisci la mia pace?

In effetti, è una domanda centrale.
Spesso ai non credenti, o dovrei dir meglio: agli scettici vien naturale sostenere che i cristiani non comprendono le ragioni della frustrazione, della rabbia, del rifiuto o del desiderio di rivoluzione magari che la società lascia dilagare.
E invece accade l’inverso, che la società, presa dalla sua più o meno giustificata (ma raramente buona, utile) rabbia non comprende la natura e la ragione della pace, e del sentimento di accettazione, che il cristiano porta.

billi-zane

Lo dimostra molto bene la miniserie in due puntate appena andata in onda sulla Rai (e che ritrovate qui e qui), Barabba. Lui ci gira intorno, dichiara di volere la verità “a tutti i costi” ma fatica ad entrarci dentro fino all’ultimo, desidera capire cosa significano quelle cose che i seguaci del Nazareno ripetono ma poi gli sale su la bile, intuisce che c’è qualcosa da afferrare ma un po’ lo teme, un po’ ne prova vergogna, un po’ lo sente assurdo. Fa sempre un passo avanti e mezzo indietro.
Ora, ho visto che questa fiction è tratta da un romanzo sul cui autore probabilmente si potrebbe dir molto, e si notano qua e là scelte narrative che lasciano perplessi, o quantomeno curiosi. Non è nulla di eccelso, ma un paio di sorprese molto positive nei dialoghi le riserva, e la media degli attori è di qualità (a cominciare da Billy Zane che, lo ammetto, conosco solo nel ruolo del bastardo fidanzato di Rose in Titanic).
In ogni caso, se non l’avete fatto io una guardata gliela darei, perché vince non sulle grandi cose (regia, sceneggiatura e via dicendo) ma sulle piccole – completamente fasulla o meno che sia la storia messa in scena, a me “ha parlato” attraverso più di una voce.
Per esempio, mi ha portato a chiedermi se davvero io – non avessi avuto, come dire, la “pappa pronta” – sarei stata diversa da Barabba e sarei stata in grado di riconoscere il valore di quel che avevo davanti con la necessaria fiducia. Più facilmente avrei avuto il medesimo cuore critico. Forse solo la mia ostinazione mi avrebbe costretto a continuare a seguire quel filo rosso e finire al posto giusto ancora mezza incredula, esattamente come lui.

Io la pace di Cristo l’ho incontrata, ma non sempre la capisco, va detto.
‘Che se la capissi sempre, non avrei bisogno di scrivere un blog e mi farei suora, direttamente.
(Certo, poi aprirei un blog lo stesso, ma prima…).

pasqua-2013

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6 thoughts on “Rabbia e pace

  1. Forse la pace è molto più difficile da comprendere della rabbia. La rabbia è istintiva, immediata, non necessita riflessione particolare. La pace è il frutto di un percorso e di una conoscenza di noi stessi come uomini lungo e faticoso, sia che si tratti della pace data dalla fede sia che si tratti di semplice “pace interiore”. Forse oggi la società è molto più portata ad accettare e ritenere “naturale” solo e soltanto ciò che è istintivo, dimenticando la profondità dell’uomo in quanto tale, questo porta alla situazione per cui si considera giustificata la rabbia e non la pace.

  2. Non ho visto la serie di cui parli, ma rimedierò.
    Sono molto ammirata dai tuoi ragionamenti e anche dal commento di E.
    E’ proprio bello confrontarsi con persone intelligenti e in gamba come voi.
    E a te un abbraccio, scrivi sempre post che mi fanno riflettere.

  3. Nella vita tante cose mi attraggono e mi lasciano ammirata, ma niente come la semplicità mi conquista.
    Nella fiction l’ho trovata, e mi sembra di averne messo un pizzico anche in questo pezzo.
    Perciò son felice 🙂 Un abbraccio spaccaossa a te, Dante e Branca!

  4. Forse non ho capito bene la parte in arancione… Quando penso a un cristiano, penso a un rivoluzionario. Sì, la pace; ma la nostra pace non la vedo come accettazione (come lo leggo lì, sembra quasi un’accettazione passiva della realtà e delle sue ingiustizie). Del resto fu proprio papa Benedetto, in una omelia rivolta ai giovani (non so se era una gmg ma ricordo che era in Germania, in mezzo a migliaia di giovani in un prato, all’inizio del suo pontificato) a indicare i santi come i veri rivoluzionari, i veri ribelli. Non ho visto la fiction… Mi hai spiazzata perché non ho mai pensato a cos’avrei pensato io al posto di Barabba (che – come si precisa sempre oggi – rispetto), ma ho sempre avuto timore di trovarmi tra la folla ottusa che grida il suo nome. Conoscendomi, non penso… ma il voler evitare quella folla è sempre stato un monito per me.

  5. Potevo esprimermi meglio, in effetti.
    L’accettazione di cui parlo non è quella che descrivi: un’accettazione passiva non sarebbe accettazione, ma rassegnazione. Nè intendo dire che bisognerebbe prendere quel che viene senza fare una mossa, anzi, ma che c’è un venire a patti con la natura bellicosa ed ingiusta del mondo, pur lavorando per ridurre le guerre e le ingiustizie concrete (derivante dalla consapevolezza che ci viene chiesto di diffondere la pace, ma che i nostri sforzi non bastano da soli e che il mondo “corrotto” dovrà un giorno terminare), che contrasta nettamente con la rivoluzione condotta… per la rivoluzione in sè.
    Infatti sono d’accordo sull’idea del cristiano come vero rivoluzionario; vero in quanto ribalta le logiche del mondo sì, ma con un fine preciso, e non cavalca l’onda della ribellione per il gusto stesso del ribellarsi (non sarebbe cristiano, sarebbe demoniaco! 🙂

    Hai detto bene, oggi si precisa sempre, forse troppo. Anzi, senza forse.
    Io contribuisco a modo mio a costringere la gente a precisare, lo so.
    Ma in generale si respira un’aria pesante, come dicevamo nel post successivo: troppa elucubrazione, troppe pretese, troppi occhi puntati a cercare un pelo nell’uovo che non c’è.

    Mi hai dato qualcosa su cui riflettere: io non mi sono mai chiesta, invece, cosa avrei fatto in mezzo alla folla.
    Conoscendomi, ne sarei uscita per senso di soffocamento e mi sarei messa lì davanti, tra la folla e i due condannati, a inveire per evitare la furia montante. Con scarso successo, ma tant’è.

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