Mimesi e clandestinità

L’ennesima conferma della mediocrità degli esseri umani ti ha scossa, travolta senza farti cadere, fatta arrabbiare senza abdicare al tuo diritto.
Ma per quanto tutto questo fosse o sembrasse necessario, sai che il tuo vero diritto è quello di cui godi tornando verso casa, inalando con gusto l’aroma di erba e di rari fiori che ti rimettono in pace con l’esistenza senza pretese e senza sforzo, mentre sgusci tra il marciapiede e la strada rasente il muro, modellando il tuo percorso sull’impronta che il sole marca sull’asfalto. Come una lucertola.

L’immagine di un nucleo di vita piccolo e fortissimo, da preservare al riparo dalla politica e dal teatro dell’esistenza, ha smesso di spaventarti ed indignarti da un po’ – ora ti conforta.
Una parte di mimesi e di utile finzione di poco valore tocca a tutti.
Ma io, cosa voglio essere? E cosa voglio fare del mio essere una fallita coi fiocchi, una persona inesistente non a causa di un regime ma a causa della dolente stupidità del mondo, e tale non solo per l’assenza di un lavoro e di un riconoscimento sociale formale?
(A questo proposito, vorrei dire a Gramellini solo una cosa: che umiliante è come veniamo trattati, non il dover chiedere aiuto, mai. E che “paghetta” è solo un modo, sbagliato, di presentare le cose ed infierire, seppur involontariamente).
Al di là della minima indispensabile mimesi con il mondo e le sue autorità da tre soldi, ecco, io voglio essere una clandestina. Così:

Che cosa fa chi si scopre inesistente?
A volte scappa, voglio dire fisicamente, e se ciò non è possibile cerca di reagire, accetta le regole del gioco, cerca di mimetizzarsi con i carcerieri. Oppure si rifugia nel proprio mondo interiore e, come Claire ne
L’Americano, trasforma quell’angolino in un santuario: in sostanza, entra in clandestinità.

[Azar Nafisi in Leggere Lolita a Teheran, parte terza: James]

solo_all'orizzonte_acrilico_70x70 - Rosanna d'AvanzoSolo all’orizzonte, acrilico di Rosanna Davanzo

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4 thoughts on “Mimesi e clandestinità

  1. E’ un momento proprio difficile, questo. Davvero per molti, spero sempre che le cose cambino, ho fiducia.
    Il libro che hai citato l’avevo inziato e abbandonato, chissà perché…mi piaceva molto, devo rileggerlo, grazie di aver risvegliato questa memoria.
    Ci sei ancora su twitter? Non ti trovo più!
    Un bacetto!

  2. Cara Miss, io non ho fiducia che in scarsissime persone ed in rare doti; che proprio come l’odore dell’erba danno senso all’essere qui, senza tuttavia che le malaccorte bestie bipedi che affollano il mio quotidiano ne abbiano la più lontana contezza.
    Sul piano concreto, nessuna fiducia nella ripresa, giusto un po’ nella mia capacità di stare a galla (con riferimento a questo, ho commentato di recente, altrove, che lo voglio intendere non come un sopravvivere malamente ma come un imparare attivamente, e sempre meglio, a “fare il morto”).
    Dopodiché, qui come spesso faccio ho mescolato un’episodio doloroso anche se risibile e del tutto personale con la lettura del momento ed una considerazione al volo su quell’articolo ed altri pensieri fatti. Forse un po’ criptico come accade in questi casi, ma anche questo fa parte del blog.

    La Nafisi mi è piaciuta, senza lasciar segni indelebili, nella prima parte del libro.
    Ma dalla seconda, a mio giudizio, esplode.
    Leggerla poco tempo dopo “Murata viva”, al di là del diverso contesto e della diversa qualità di scrittura, fa capire perfettamente cos’è un classico: non tanto perché vi si parla di letteratura, e perché è tutto costruito sulla letteratura, ma perché crea letteratura e non “solo” narrativa.
    A dispetto di una cosa che mi sorprende molto, e cioè del sottolineare, da parte dell’autrice nei confronti dei suoi studenti, che i romanzi sono finzione e così i loro personaggi. A mio parere, è più importante e più vero affermare che romanzi, situazioni e personaggi certo non corrispondono in maniera esatta ad una realtà magari presa a modello, ma non sono soltanto simboli astratti, inaccostabili a noi e alla realtà proprio così come sono.

    Volevo avvisarti l’ultima volta che sei passata di qui e poi me ne sono scordata, perdonami: mi sono cancellata da Twitter. L’uccellino non ha preso il volo: nonostante l’idea di base mi stuzzichi moltissimo, il risultato m’è parso un… pastrocchio un po’ claustrofobico e poco chiaro.

  3. Mi piace il riferimento alla lucertola, che poi non è solo metafora. Anche il nostro cervello, il tronco encefalico, contiene incapsulato il cervello arcaico, il cervello «rettile», quello delle sensazioni primordiali, prelinguistiche, precoscienti in senso logico linguistico, ma non nel senso delle «sensazioni pure». Questo nucleo arcaico di vita è pienamente parte di noi e, forse, la parte più indistruttibile. Del resto, nessuna parola è più potente di un calore, di un odore, di una sensazione non mediata.

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