Piccolo bilancio minimalista – n° 3 / 2013

L’ultima volta che ho compilato questo piccolo bilancio è stato a metà marzo.
In seguito, sino all’ultimissima settimana, le cose o si sono inceppate oppure – addirittura – sono regredite.
Ma non temete, miei prodi ed estimatori (sembra incredibile, ma ne ho!): a parte un paio di momenti di vero e puro panico, tali da vedere la luce in fondo al proverbiale tunnel allontanarsi da me, tutto sommato procedo e faccio passi avanti.
Mi lascia giusto un pochetto affranta la consapevolezza del fatto che se l’inferno ha caratteristiche dantesche a quest’ora i suoi gironi sono tutti deserti, ad eccezione di quello degli ignavi. Ed il pensiero che le questioni più grosse e importanti che ormai mi trascino dietro da un anno e mezzo – successione, amministrazione di sostegno – ed altre rilevanti – vendita dell’auto e pensione di invalidità, queste due ultime per altro legate – sono ancora tutte aperte.

D’altra parte, quando meno te l’aspetti capitano giornate come quella di ieri: in cui ho conosciuto Mamadou, che mi ha aiutato a trasportare intere scatole piene di cose vecchie e/o non più usate dal parcheggio a Spigolandia, meraviglioso negozio dell’usato in città.
Niente cd masterizzati: non ne ascolto più molti e non ho soldi da spendere, ma, questo sì, ci siamo presi un caffè insieme. Fra l’altro ho un sospetto: e cioè di averlo già conosciuto qualche anno fa (dice infatti di avere un’altra amica italiana col mio stesso nome), ma di non ricordarmelo. Se è così, dopotutto, è bello anche conoscersi ogni volta di nuovo…
… dicevo, ad ogni modo, che sono stata a Spigolandia. Ed ho regalato decine di piccoli e grandi oggetti che verranno rimessi in vendita, e in circolo, consegnati nelle mani di chi li possa nuovamente trovare utili o belli (vi girano molti collezionisti, e in loro confido perché abbia una seconda vita anche la vecchia macchina per cucire giocattolo, in metallo e legno e che secondo me cuce sul serio come facevano i giocattoli di una volta, di mia zia).
Vi ho portato la racchetta da tennis che alcuni mesi fa mi ero procurata proprio lì – complici lo stress e Foster Wallace -, parecchi capi intimi privi di etichetta (che a Mercatopoli non vengono accettati se non, appunto, appena usciti dal negozio) e cianfrusaglie varie. Non sapete, anzi qualcuno di voi lo sa eccome, quanto mi fa bene al cuore sapere che queste vecchie cose, cui certo non sono terribilmente affezionata (altrimenti le avrei tenute…) ma che tuttavia hanno un loro valore sentimentale per me, in quanto ricordi del passato, qui hanno veramente una seconda (o terza, quarta) chance, vengono apprezzati dai gestori quanto dai compratori e non vengono freddamente selezionati, trattenuti un paio di mesi e poi, magari, mandati al macero (per poi uscir fuori dalla tomba nei nostri sogni, accusandoci di aver avuto un cuore di pietra, dopo una vita insieme…).

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In questo senso, pur non guadagnandoci nulla, il sollievo che ho provato è incomparabile rispetto alla soddisfazione ben più limitata (e dettata dal denaro) che mi sta pur dando Mercatopoli.
Ho venduto qualcosa ogni giorno sin dal primo giorno in cui ho consegnato merce e ricevuto la tessera, ed il ricavato mi fa comodo. Mi sono tolta lo sfizio di dire: perché, anche se usata, dar via per nulla la mia roba? E’ giusto che qualcosa ne ricavi, specie considerato quanto bene l’ho sempre conservata e quanto ancora vale. Eppure, va precisato, Mercatopoli comprensibilmente segue logiche prettamente di mercato: al di là del valore del tutto personale che singolarmente attribuiamo a certi oggetti, io trovo che molti libri, auto, casalinghi e quant’altro sia usabile ed utile abbia sul mercato – una volta divenuto “usato”, anche se appena uscito da un negozio – un prezzo risibile ed ingiusto, non coincidente col suo reale valore. Un prezzo che va necessariamente ribassato, ma che viene a mio parere troppo abbassato, diciamo pure demolito.
Il problema del prezzo in relazione al valore, la sensazione – pur guadagnandoci – di vedere le proprie cose svuotate di valore e di appetibilità in base a criteri a volte persino rigidi ed arbitrari è la massima ragione per la quale, nonostante le mie resistenze; alla fine vendere mi ha fatto piacere e mi farà comodo alla riscossione, ma regalare mi ha dato una vera e propria gioia.
Mi sono sentita liberata, senza neppure il vincolo di dover tornare a recuperare l’invenduto, e decidere che farne. Ora lo so, se rimarrà qualcosa lo riprenderò e lo porterò dritta da Spigolandia: alternative non ve ne sono, se non quella di riportare tutto a casa e trascinarmelo dietro, ancora una o più volte, per baratti, mercatini delle pulci e via discorrendo… belle inziative, ma dal punto di vista logistico un tantino impegnative. Voglio poterne approfittare con la massima leggerezza, offrendo pochi pezzi alla volta, magari di una stessa categoria, senza caricare questi eventi di aspettative troppo alte.

In attesa di fare una seconda puntata a Mercatopoli (ho un appuntamento per consegnare dei vestiti e degli accessori, che a quanto pare vanno di più e vengono anche quotati di più, oltre a garantire una più alta percentuale sul prezzo di vendita), in attesa di uscire dicevo voglio sottolineare un’ultima volta quanta differenza corra, in generale, tra vendere o regalare qualcosa a chi non si conosce (ma si vede in faccia) o persino attraverso un intermediario, dunque senza venire in contatto col nuovo proprietario – che è già bellissimo quando c’è fiducia che la nostra azione è per il bene e non uno spreco, un rifiuto o un abbandono – ed il regalare qualcosa che è stato nostro ad un conoscente o amico.
Non c’è paragone infatti tra il poter dire: Ho venduto dei libri che non mi interessavano più, e chi li ha comprati ha certamente un interesse maggiore in essi perciò non sono abbandonati o destinati al macero; ed il poter dire: Ho spedito quei libri che qui prendevano solo polvere a qualcuno che conosco e so li apprezzerà, li sfoglierà, ne farà buon uso. Non solo gli oggetti, ma io stessa mi sento così più viva, e non soltanto perché ho sempre più spazio attorno a me.

L’unica cosa che può superare in piacevolezza e bellezza questa possibilità di dono è, per ora, l’idea che qualcuno là fuori condivide in qualche misura con me un legame con sant’Antonio, del quale si è comprato una delle innumerevoli statuine che mio fratello aveva collezionato (essendo abbonato alla rivista, si faceva spedire un sacco di gadget).
In un certo senso è come aver messo a disposizione di una vasta folla una benedizione, da passarsi di mano in mano. Ne sa qualcosa Antonia Arslan, che proprio sul MsA scrive ogni mese una rubrica dedicata ai “ritrovamenti” di oggetti devozionali che raffigurano il santo in tutto il mondo.
Anche Brescia adesso sta dando il suo contributo.

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5 thoughts on “Piccolo bilancio minimalista – n° 3 / 2013

  1. molti anni fa frequentavo la succursale locale del Marcatino, che credo sia il predecessore di Mercatopoli, o qualcosa che gli somiglia molto. al primo giro rimasi basita quando scoprii che avevano venduto tutte, ma proprie tutte le cianfrusaglie che ai miei occhi apparivano brutte, oltre che inutili. al secondo giro andò peggio, le cose restarono invendute, ma all’epoca avevano un accordo con Mani Tese e l’invenduto, a meno di non essere reclamato esplicitamente dal legittimo proprietario, anzichè gettato veniva appunto passato a quelli di Mani Tese che lo mettevano nel proprio mercatino. la cosa ovviamente mi piaceva. comunque ci rimasi male la volta che mi rifiutarono delle giacche, per altro praticamente nuove, per il solo motivo che l’allacciatura era fuori moda. non mi risulta che da noi ci sia il corrispondente di Spigolandia, peccato.

  2. Eh, la selezione che operano in effetti mi lascia più che perplessa. Non dico irritata, ‘ché poi sarebbe un problema tutto mio considerata la mia indole, ma davvero non concepisco perché non fare un tentativo: molte cose, vestiti e non, che mi sono state rifiutate per quel che mi riguarda sono validissime.
    Oggi mi hanno persino dato indietro due paia di scarpe definendole “invernali” (ma non lo sono affatto), mentre ho visto poi in negozio sia cose praticamente identiche a quelle da me portate sia altre con persino meno speranza di uscirne 😉
    Comunque sia, ci riproverò più avanti quando dopo una breve parentesi tornerà a piovere, oppure nel caso di cose spicce le porterò appunto a Spigolandia. Di gente che di vestiti a poco ha bisogno ce n’è in abbondanza, purtroppo.

    Ah, e manco a farlo apposta mentre mi prezzavano le magliette alla cassa di fianco una signora s’è presentata con la statuina di sant’Antonio che avevo portato, gemella dell’altra… e m’ha detto che si chiama Antonietta, (quasi) come mia mamma… e insomma, tu chiamala se vuoi Provvidenza 🙂
    E’ stato un fiorire di congratulazioni e di auguri 🙂

  3. In ogni caso, riusare è sempre ecologicamente opportuno. Comunque regalare nella convinzione che un oggetto verrà davvero usato è una sensazione confortante, anche perchè chi lo usa ti pensa ogni volta, sei parte dell’oggetto, della sua storia. Tempo fa ho comprato un computer, da un ragazzo che vive a Firenze. Mi ha scritto il giono dopo per mail: sono contento che il mio primo computer lo abbia preso lei. Mi piacciono quelle sensazioni che non si comprano, ma si scambiano.

  4. Esatto… le parole del ragazzo poi sono praticamente le stesse che avrei detto a una persona che era interessata alla mia auto, alla quale l’avrei venduta se non fossero intervenuti altri fattori. Il prezzo da un lato e lo stato dell’usato dall’altra contano, ma mai quanto il fare la scelta giusta in termini umani: non venderei mai la mia vecchia e fedele motoretta a qualcuno che… beh, non ne sia degno, non la tratti da regina, eccetera.

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