Il punto di estasi

Credo in Gesù Cristo… che nacque da Maria Vergine. Credo in Lui, nato in una notte di respiro su respiro; nato come ogni uomo, “fremente di luce e ruvido di terra” (Luigi Verdi).
Credo in Gesù, figlio della nostra storia; credo in Cristo, estasi della nostra storia.
La vicenda umana non basta a se stessa. La storia ha bisogno di estasi, ha bisogno cioè di uscire e andare oltre se stessa; l’uomo non può vivere senza mistero, bellezza, amore, sogno, poesia, gratuità, senza qualcosa che sfugga alla logica grezza del baratto e del calcolo. L’incarnazione è il punto di estasi della storia umana. Gesù è la falla attraverso la quale entra l’acqua di un’altra sorgente, la feritoia attraverso la quale il divino si innesta, come un ramo d’olivo, sul vecchio tronco della terra che riprende a fiorire. Quella nascita è una fessura di luce attraverso la quale la nostra storia prende respiro, allarga le ali, spicca il volo.
Il movimento fondamentale del cosmo non è l’ascensione dell’uomo alla conquista del cielo, ma la discesa di Dio che conquista la terra facendosi lievito della massa, sale della mensa, lampada ai nostri passi. Una forza di gravità ha attirato Dio dentro il gorgo degli uomini, una forza che ha nome amore. La terra intera geme, il mondo è un immenso pianto, “fa piaga nel cuore di Dio la somma del dolore del mondo” (Giuseppe Ungaretti), e un giorno Dio non ha più sopportato, non ha più resistito e ha impugnato il seme di Adamo, è venuto, ha ascoltatoil gemito e si è fatto gemito, agnello in cui grida il dolore.

La nostra fede in Gesù inizia da una nascita.
Io credo in un bambino, sgusciato dal grembo di una donna, e che è il volto perfetto di Dio e il volto alto dell’uomo. Alla mia fede non togliete l’incarnazione!
Non posso rinunciare a un Dio che entra nel nostro fiume di santi e peccatori, in questa corrente gravida di fango e pagliuzze d’oro.
Non toglietemi la gioia di credere a un Dio che ora si dirama per tutte le vene del mondo, fino agli ultimi rami del cosmo, la gioia di sentire che c’è della santità in ogni vita, che la nostra carne è cosa buona se Dio l’ha voluta per sè, l’emozione di sentire che il divino respira in ogni respiro: Dio si fa uomo perché l’uomo si faccia come Dio.

Da Maria Vergine. La ragazza di Nazareth, poco più che una bambina, è la nostra terra intatta: madre vergine perché protesa, granello per granello, solo ai germi dello Spirito; grembo vergine perché è l’umile tenda, la vela candida che freme, alta, solo al vento dello Spirito.
Dalla creazione è stato possibile estrarre un cuore incapace di odiare, una bontà incapace di aggredire, uno sguardo che non perde l’innocenza del suo brillare. In lei l’umanità è vergine di nuovo, uscita di nuovo dalle mani del creatore. Verginità è un termine che indica, ancor più che l’integrità fisiologica del corpo della donna, la potenzialità di bellezza, tenerezza, creatività, compassione e gioia che ha la creatura quando si apre a Dio e si lascia invadere e abitare da Lui solo.

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Maria è madre e vergine. E così è per ogni creatura umana: verginità e maternità indissolubili. Noi tutti saremo davvero materni, datori di vita, creativi di futuro buono per il mondo, solamente se saremo vergini, custodi del sogno di Dio e non della logica del mondo.
Credo in. Il riferimento alla nascita di Gesù illumina di colpo il contenuto del nostro credere. La fede non è pensiero, è storia. Crediamo in una persona storica, Gesù di Nazareth, e nella sua vita. La fede non è una dottrina, è una vita.
Credo in Gesù, che ha saputo amare come nessuno mai, e “in cui abitava corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). Era così uomo, un uomo talmente riuscito che i discepoli dissero: un uomo così non può essere che Dio! E ci ha raccontato Dio come si racconta una storia d’amore.

[di padre Ermes Ronchi; dal Messaggero di sant’Antonio di Maggio 2013]

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