L’etica non è un optional

E’ il titolo del penultimo articolo di Lucetta Scaraffia per il Messaggero di sant’Antonio, che condivido (nel senso che penso le stesse cose, e nel senso che mo’ lo faccio girare un pochino in rete).
Sottoscrivo caldamente anche il titolo, all’apparenza banale ma indicativo di una gran verità: nulla ha significato e senso senza etica, nulla è privo di questo sostrato. Mi fanno sempre ridere, e al contempo aggrottare la fronte, le balle raccontate (sia per difesa, giustificazione che per aggressione culturale) dai tanti specialisti del mondo contemporaneo, per lo più tecnici che si credono – in quanto tali – svincolati da qualsivoglia morale.
L’ultimo di essi, fittizio ma verosimile, ieri sera in Law&Order: un legale che pretendeva di poter distinguere e dividere l’aspetto puramente giuridico da quello morale, appunto, nella sua scelta di produrre un memorandum per il governo americano che suggeriva i modi per aggirare l’accusa di tortura,
oltre ai metodi pratici per sfruttare quest’ultima.

06_Enero-_bioeticaI problemi bioetici che le novità tecnoscientifiche ci impongono di affrontare […] si dipanano intorno a questioni dolorose, a momenti cruciali della vita umana come la nascita e la morte, costringendoci a fare i conti con i nostri desideri individuali, a cui siamo di frequente così affezionati da non volerne vedere i necessari limiti.
Per questo è così facile dimenticare che esistono, far finta che sia stato tutto risolto, sia sul piano della discussione culturale e morale che su quello più strettamente politico da cui la gravità della crisi economica sembra, del resto, averli definitivamente sloggiati.
A ricordarci l’esistenza delle questioni bioetiche ci sono, però, i tribunali. Da alcuni anni a questa parte, stanno affrontando vari aspetti della legge 40, quella che regola la procreazione assistita, cercando di cambiarne il contenuto complessivo attraverso tante modifiche parziali.

Questa tecnica di spezzare i problemi profondi e complessi che sottostanno alle questioni bioetiche in tanti casi singoli, spesso legati a esempi umani dolorosi, è una tecnica usata con successo dai radicali: invece di discutere sull’eutanasia, cioè sulla libertà di intervenire affrettando la morte di una persona, è più facile interrogarsi su un doloroso caso umano, come quello di Piergiorgio Welby, gravemente malato che chiede la morte. O, nel caso della selezione degli embrioni sani, soffermarsi sui volti di una coppia di genitori portatori di una malattia ereditaria e desiderosi – come tutti – di avere un figlio sano. Come non condividere un desiderio così normale? Così il problema, da grave questione etica, viene derubricato a caso umano, sul quale si cerca di applicare l’idea che sia possibile cancellare la sofferenza dal destino degli esseri umani, cioè l’utopia.
Non è facile mantenere la lucidità, staccarsi dal dolore che vediamo su questi volti, per portare la questione dal piano del dolore personale a quello morale. Proprio su questo punto lavora chi vuole aprire sempre nuovi varchi all’iniziativa individuale degli esseri umani: farci credere che sia possibile orientare il destino secondo i nostri desideri.

[A proposito del]l’utilizzo nella ricerca scientifica degli embrioni scartati dalla riproduzione. In questo caso siamo obbligati a confrontarci con la questione centrale: lo statuto degli embrioni. Cosa sono gli embrioni? Sono “materiale biologico” privo di valore umano, o un inizio di vita umana da rispettare? Se aderiamo alla seconda risposta, è evidente la conseguenza sul piano della ricerca: non si possono utilizzare se non applicando le regole che sono previste per la ricerca sugli esseri umani.
Ma tale questione ne nasconde una ancora più profonda, sulla nostra identità: siamo solo animali più evoluti, da trattare quindi come trattiamo gli animali, o siamo qualitativamente diversi da loro, come esprime alla perfezione la definizione biblica secondo cui siamo stati creati “a immagine e somiglianza di Dio”? Non è facile rispondere al di fuori della comunità credente: non esiste più un’etica comune di riferimento, ognuno deve rispondere da solo. E allora, in ogni questione del genere, sulla ricerca della verità prevale l’esigenza di libertà e l’imperativo della scelta. Come se fosse indifferente una scelta oppure l’altra, come se non ci fossero una scelta sbagliata e una giusta.
A partire proprio dal concetto di essere umano, e dal modo di definirlo, dipende, invece, come ben sappiamo, tutta una serie di opzioni etiche fondamentali […]

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12 thoughts on “L’etica non è un optional

  1. Alla bioetica (e ai temi etici in generale) sempre più viene applicata quella che io chiamo “arte del ritaglio”: si considera solo “il pezzettino”, o “i pezzettini” che più fanno comodo.
    E chiunque non abbia la mente obnubilata dall’ideologia si trova a dire: “Eh, no: troppo comodo!”…

    Ma… quelli che la pensano come te e Lucetta sono in minoranza… e lo saranno sempre di più…

    **
    Grazie per la condivisione, Ce’!
    🙂

  2. Come puoi immaginare e come talvolta si nota anche qui, io finisco molto spesso per non rispecchiarmi in nessuna posizione, perché trovo troppo relativista quella laica – per intenderci – e troppo granitica, incapace di fondare le proprie pur giuste convinzioni su un’osservazione e una partecipazione alla realtà che non sia limitata alle definizioni massime, quella di fede. O meglio, incapace di fondere le due cose.
    Ma, per l’appunto, qualche indicazione generale va pur data, anche se non basta a se stessa.
    L’ideale non sta nel calare dall’alto slogan come “la vita è sacra”, ma nel prendere questi concetti che sono corretti e incarnarli. Se è vero che non è il caso singolo a dettar legge con la sua portata di sofferenza (o comunque non dovrebbe esser così), è ancora più vero che la legge (divina) va portata nella vita delle persone e non lanciata soltanto nella grande aria fritta mass-mediatica.
    Poi si può non riuscire a colpire nel segno lo stesso, ma c’è un abisso tra quando enuncio la mia posizione anti-eutanasia, per dire, a mo’ di comunicato stampa e quando con molta più difficoltà cerco di dire ad un’amica che se mi trovassi in certe condizioni di limitazione mentale probabilmente non lo farei davvero, però desidererei morire con tutte le forze, e se va male non vorrei assolutamente essere “libera di” togliermi di mezzo ma vorrei al massimo sucidarmi autonomamente, per tempo, come sempre s’è fatto e sapendo di doverne rispondere – oppure non riuscirci, maledire Dio per quel che mi resta e fare i conti con Lui a tempo debito.
    E’ un po’ più complicato in questo modo… ma il valore è ugualmente salvaguardato, e nondimeno l’autenticità dell’esperienza personale.

    (Non ho capito perché ti ha messo in moderazione, ma come dire?, anche WordPress pare avere un suo libero e bizzarro arbitrio).

  3. La sofferenza umana non avrà mai delle “risposte facili”: Cristo stesso non ha trovato maniera migliore, per “spiegarcela”, che “viverla in prima persona”. Come a dire: è così vero che occorre passare per “la via della Croce”, che ci passo Io per primo…
    Ma Lui stesso ha sudato Sangue, nello sforzo di rimanere fedele, di fronte alla prospettiva di una morte dolorosissima…

    “Accettare” l’esempio di Cristo non annulla certo le sofferenze della vita (infatti, gli esempi “alla Chiara Corbella”, o “alla Gianna Beretta Molla”, sono rarissimi, e non sono certo “spiegabili”, in termini meramente “umani”), e qui sta pure il merito, agli occhi di Dio; in ogni caso è vero che il più delle volte non si bada affatto ai vari “contesti reali”… e ogni enunciato rimane lettera morta. Fin quando affondano le barche altrui…

    Ciò che scrivi nella seconda metà è “duro”, ma è onesto. L’onestà manca molto, generalmente, quando si affrontano temi difficili. E quelli che scelgono di suicidarsi (“autonomamente” o “in modo assistito”) è vero che, nella maggioranza dei casi, sono prima di tutto “soli”. Abbandonati da un mondo in cui l’egoismo regna sovrano.

    **
    (Ogni tanto mi capita di essere “moderato”, da WordPress… che so: una volta su dieci… boh… misteri di WordPress)
    😉

  4. Eh già. E’ fin troppo facile cadere nell’errore di credere che, in fondo, il famoso calice Lui se l’è bevuto perché anche se uomo era pur sempre un super-uomo… e ho appena letto da Emilia che c’è chi, di fronte all’entusiasmo per la scelta della Corbella Petrillo, si trincera (per stare più tranquillo?) dietro alla prudenza, ‘ché la Chiesa ancora non si è espressa:
    http://testimoni-ando.blogspot.it/2013/06/chiara-corbella-petrillo-un-anno-dopo.html
    Come se apprezzare una persona e ciò che ha fatto di buono in modo evidente significasse non solo santificarla prematuramente, ma esagerare la portata dei fatti.

    L’esempio di quel che, effettivamente, più di una volta ho proprio detto a quest’amica tocca il solito tema caldo, che mi riguarda ma meno da vicino del discorso sul rischio di avere figli malati.
    Discorso che faccio meno di frequente in modo completo: qui non porto granché di mio personale, e nel personale non scendo granché nella questione etica.
    Sta di fatto che, nella sfortuna dell’essere portatrice di una malattia rara trasmissibile con una alta probabilità e altamente invalidante, ho la fortuna di non desiderare dei figli. E così mi freno sempre un po’ per timore di essere subito bollata come quella che non ha diritto di parola, quella a cui tanto non fa differenza.
    In realtà il non avere un forte bisogno di maternità non mi esenta del tutto dal dolore e dal senso di obbligo.
    E certamente preferirei avere un maggiore margine di scelta.
    Ma se non ritengo di potermi occupare di un figlio malato, nè di potermi (anzi, poterlo!) affidare a cuor sereno all’adozione, e al contempo considero un reato oltreché peccato liberarmene nell’eventualità che lo sia; che ne soffra poco o tanto l’unica soluzione è la limitazione, l’evitare di trovarmi tra questi due fuochi. Un pensiero che non ha niente a che vedere, non necessariamente intendo, con la castità, ma che ha senso solo se ci si assume la responsabilità dei propri atti, stante una realtà delle cose problematica. E non si pretende di aggirare questa problematicità con strumenti legali e sociali solo in apparenza innocui e positivi.
    E’ un’ottica che nonostante non regali nulla porta un gran sollievo e una gran pace.
    E pazienza se qualcuno la leggerà invece come una rinuncia rassegnata.

    A proposito di radicalismo, etica e vita reale delle persone, ho appena letto questo:
    http://bottegadelvasaio.com/2013/06/16/distilleria-nazarena/

  5. Grazie per i link.
    Vero (mi riferisco al primo link), la santità non si limita all’atto eroico. Vero, la Chiesa ancora deve pronunciarsi.

    Ma la stessa esperienza empirica (oltre che le vite di quelle Sante citate, quelle riconosciute dalla Chiesa) ci dice che NON si arriva all’atto eroico, se “dietro” non ci sta una lunga e costante preparazione, direi “ascesi”.
    Per tutti è facile “fare del bene”, in maniera limitata ed estemporanea; me è di pochissimi la perseveranza, nel fare del bene.

    Ed ecco la superficialità (di certo l’ignoranza, nel senso – buono – di ignorare) di coloro che dicono “che in lui o lei non c’era nulla di speciale”. E cosa ci sarebbe dovuto essere, di “speciale”?

    Non è forse il medesimo motivo per cui i nazareni volevano buttar giù dal dirupo Gesù, dopo il Suo discorso nella sinagoga, in cui Egli affermò di essere l’inviato del Signore?
    Ma come? Questo qui non ha fatto il falegname, fino a trent’anni? E ora pretende di essere non solo un Profeta, ma il medesimo Figlio di Dio?
    E Lo volevano uccidere, in quanto bestemmiatore.

    Cristo stesso, nel Vangelo, ha detto: nel compiere atti di bontà, “non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra”, perché il vero bene lo si fa per il bene (non è un gioco di parole), e non certo per essere lodati nelle piazze.

    La vita di Chiara, da quanto se ne sa, è stata sempre protesa “verso l’altro”, fino alla fine. Con i limiti che lei, come tutti, certamente aveva, ma con tanta buona volontà.
    Non occorre “attendere il giudizio ufficiale”, per dire che questa persona era protesa verso il bene.
    Ripensiamo ad Abramo: nei tre giorni che impiegò per andare sul monte, dove avrebbe offerto suo figlio in sacrificio, chissà QUANTE volte dovette combattere con l’impulso di tornare indietro. Ma come? Non mi aveva fatto attendere molti anni, Dio, prima di concedermi questo figlio? E adesso lo rivuole? Ma che pazzia è, questa?
    Questi non sono “superuomini”, bensì persone che hanno liberamente scelto di riporre fiducia nel Signore: e la pagano, tale fiducia… eccome se la pagano…

    Ripenso ora a ciò che mi dicesti, tempo addietro: generalmente, si tende a pensare che anche delle persone egoiste, “in caso di necessità”, sappiano comportarsi bene… ma è pia illusione. E la realtà, tristemente, lo conferma.
    Chi non è fedele nel poco, di certo non lo sarà nel molto; chi è infine fedele nel molto, è perché è stato fedele fin dalle piccole cose.

    La “santità” la si conquista giorno per giorno; Cristo scelse dei pescatori, comunque dei minimi del mondo, proprio per mostrare che non è “l’apparenza mondana” quella che garantisce “il risultato”, anzi…
    La “santità” è anche quella di chi, nonostante abbia molti motivi (molti, eh) per “svincolarsi” da un suo familiare, non lo fa: perché a quel familiare vuole bene (ecco il bene “concreto”), e sa che quel familiare ha bisogno d’aiuto e di sostegno… e allora sopporta non uno o due giorni, ma anni e anni di difficoltà, e anche di amarezze immeritate: è questo che “garantisce”, che “dà valore” al suo amore, e dimostra che tale amore è genuino.
    Questo è, fondamentalmente, ciò che Dio chiede ai Suoi figli.

    La sofferenza serve proprio da “spartiacque”: tramite essa avviene la selezione fra chi mira al bene (e per quel bene è ben disposto anche ad affrontare contesti molto difficili), e chi invece mira esclusivamente ai propri comodi.

    Molto significativo quel che dici: “Ma se non ritengo di potermi occupare di un figlio malato, nè di potermi affidare a cuor sereno all’adozione, e al contempo considero un reato oltreché peccato liberarmene nell’eventualità che lo sia; che ne soffra poco o tanto l’unica soluzione è la limitazione, l’evitare di trovarmi tra questi due fuochi”.

    Sei in netta minoranza, anche in questo: se molti si ponessero tali problemi, non si comporterebbero poi da guidatori folli, nonostante la strada sia piena di curve. La filosofia imperante è: “questo voglio, e questo mi prendo”… senza riflettere che ogni atteggiamento “di comodo”, generalmente porta a soffrire persone (ad esempio i figli) che non hanno la minima colpa, in ciò.
    Ecco: un percorso “di santità” passa anche da queste cose. Anzi: PARTE da queste cose.

    E tale atteggiamento “ha senso solo se ci si assume la responsabilità dei propri atti, stante una realtà delle cose problematica. E non si pretende di aggirare questa problematicità con strumenti legali e sociali solo in apparenza innocui e positivi”.
    Ecco: l’onestà (nei confronti di sé stessi, e nei confronti altrui) implica responsabilità, e implica rinuncia. E chi lo fa può testimoniare ciò che tu scrivi: “un gran sollievo e una gran pace”.

    E il secondo link che riporti, fondamentalmente, esprime con altre parole la medesima tematica: sia il linguaggio (e dunque il comportamento concreto) sì, se è sì; no, se è no. Senza cercare un’apparenza (non buona) che si vorrebbe ammantare di positività.
    Ed è tanto vero, l’estremismo di Gesù, che dopo il discorso sul Pane del Cielo fu abbandonato da molti. Rimasero gli Apostoli, e pure a loro chiese, senza giri di parole: “volete andarvene anche voi?”… dispostissimo a rimanere da solo.
    Come in effetti fu, tempo dopo, nel Getsemani…

    Si potrà dire che la chiamata di Cristo è esigente, ma non che Lui sia stato un ipocrita.

    **
    Grazie ancora per queste tue riflessioni, Ce’!
    🙂

  6. Grazie a te, mi mancava il tuo tessere la tela tra un pensiero e l’altro con citazioni e connessioni che io non ho abbastanza abitudine e costanza per raccogliere.
    Non pretendo di essere un modello ed il mio caso, anche se a suo modo emblematico, è raro come una delle cause della mia scelta; ma è ben possibile che qualcuno approdi in questa precisa pagina e ci trovi degli elementi su cui riflettere, appunto, se non fare addirittura suoi. Non sarebbe la prima volta.
    Perciò sono contenta che abbiamo toccato certi tasti 🙂

    Buona serata fanciullo.
    Ti chiedo una preghiera, stavolta non pressante ma ugualmente importante, per:
    a) consigliare le menti dei membri della commissione invalidità, ‘ché ormai è fatta e devono giusto riunirsi per decidere se assegnarcela;
    b) mettermi in grado di accettare quel che verrà… soprattutto. La mia testa è più dura delle loro, il che è tutto dire.

  7. Il tuo caso è raro, quanto alla malattia, ma non certo quanto alla difficoltà. Vi sono tantissimi casi in cui, per un motivo o per un altro, una persona dovrebbe “limitarsi”, se fosse una persona responsabile.
    Ecco, questa è una rarità: una persona che “regoli” il proprio comportamento, affinché altre persone non abbiano a soffrire, a motivo delle sue scelte.

    Ok, per la preghiera: e se sarà efficace, lo sarà anche per la disponibilità che manifesti al punto (b).
    🙂

  8. Io penso che un sentimento religioso autentico di certo aiuta a vivere i dolori e le sofferenze che la nostra natura biologica puo’ imporci. In qualche modo inserire la propria vita personale in un disegno divino sicuramente è una prospettiva che apre a grande capacità di reindirizzare il dolore nella gioia. Ma tutto questo però è molto difficile se la nostra vita entra in contatto con un fattore che, ovviamente, la predicazione del Nazareno non puo’ contemplare: la tecnologia estremamente avanzata. Se per esempio sei costretto nella condizione di Welby, è evidente che la macchina che ti costringe a vivere è artificiale (nel senso letterale del termine, cioè frutto dell’umana capacità progettuale). Io sono nato nel 1956 e quando nacqui gran parte delle macchine che oggi tengono in vita una persona non c’erano. Posso quindi ipotizzare che chi nasce nel 2013 avrà a che fare, fra 57 anni, con attrezzature ancora più efficienti, in grado di dilatare ulteriormente il territorio della vita artificiale, ibrida, sospesa, che pone dei problemi, delle domande che nel mondo antico non c’erano. Perchè bisogna tenere in vita una persona con una macchina anche se costui non vuole? Quale morale dobbiamo usare di fronte a terriori del bìos del tutto artificiali? Io non me la sento di rubricare la questione senza pormi la domanda.

  9. Perdona il ritardo nella risposta, un vortice mi ha risucchiato.

    Ma tutto questo però è molto difficile se la nostra vita entra in contatto con un fattore che, ovviamente, la predicazione del Nazareno non puo’ contemplare: la tecnologia estremamente avanzata.

    Io non direi. O meglio: comprendere la vita contemporanea, intrisa di tecnologia (non tanto diversamente che nell’epoca di Gesù, solo in misura molto maggiore) alla luce del Vangelo e di conseguenza viverla in quella luce; è diventato ancora più complesso di 2000 anni fa, ma non più difficile.
    Occorre distinguere bene tra istanze morali complesse e istanze morali nuove, “irrisolvibili” con gli strumenti abituali (che possono essere appunto, per esempio, vangeli e relative norme). A mio parere, in questi millenni trascorsi ed in quelli a venire, non s’è visto sulla Terra proprio niente di nuovo. Nulla che, pur mettendo in crisi e disorientando noi uomini nuovi alle prese con situazioni nuove (come il fine vita legato alle macchine che tu citi), non abbia già una risposta in quei fondamenti morali posti una volta per tutte, e per chiunque, in quelle pagine – e meglio ancora: in quella vita.
    La questione delle nuove sfide che ci toccano non è certo banale, al contrario, e questa tua notazione fa eco alla perplessità di molti che hanno usato parole simili per dire che non si può giudicare un contesto ed un dilemma moderno con il metro di un uomo della Palestina antica.
    Il punto però sta proprio qui: riconoscere che non ci è chiesto di giudicare i nostri problemi e i nostri dubbi con un metro che non ci appartiene (più), ma piuttosto di applicarvi un metro che è universale ed atemporale, quello degli insegnamenti essenziali di Cristo che non sono, e non hanno bisogno di essere, così circostanziati e specifici come ci aspetteremmo. Che vanno anzi a toccare ciò che di più radicale, e dunque eterno, esiste nell’uomo e nella sua vita utilizzando sì anche immagini sentite come familiari più a quel tempo che non oggi (pescatori, campi…) ma che tuttavia sono ineliminabili dal nostro orizzonte (pena non esser più uomini: con buona pace di chi bolla come ecologista fanatico chiunque s’azzardi a cantarle chiare a proposito dello sfruttamento del creato).
    Per usare un termine a me caro, il Vangelo si esprime in modo esoterico, per quanto al contempo comprensibile (no, non è un ossimoro). Non fornisce protocolli d’azione, ma linee guida che vanno sì declinate (e per i cattolici questo fa la Chiesa: declina, intepreta, cuoce carne altamente proteica ma tutto sommato cruda), ma restano disponibili anche per le scelte che nell’anno zero non erano contemplabili, concepibili.
    D’altra parte, va detto che il gap tecnologico non è un prodotto successivo alla scrittura dei vangeli, è qualcosa che si manifesta tra le diverse culture ed epoche umane da sempre (dal fuoco, maybe?). Anche la Palestina antica era zeppa di tecnologia, così come tu la intendi – che è come la intendo io – cioè in senso letterale. Non c’è da temere troppo una “svista” di Gesù incurante dei posteri 🙂

    Perchè bisogna tenere in vita una persona con una macchina anche se costui non vuole?

    Qui si entra nello specifico, e mi limiterei a rispondere con ciò che sta alla fonte di tutto: perché esiste qualcosa di più importante dell’autodeterminazione. Perché siamo liberi di scegliere cosa fare durante, nella nostra vita e della nostra vita, con tutte le ovvie limitazioni umane, ma non siamo liberi di disporre della vita stessa, nè altrui nè nostra.
    Finché si penserà che l’opposizione cristiana all’eutanasia sia dettata da un certo gusto per il dolore, e non al contrario da rispetto per l’uomo (più che per la vita in sè e per sè, perché parlare di vita e per di più di vita biologica tende a fuorviare, a farla immaginare come un quadro astratto e vuoto), finché non sarà chiaro insomma che un uomo morente – anche se sofferente – è degno della vita e non di un’uccisione; il confronto sarà più o meno arduo ma sempre inquinato.
    E mi piacerebbe ribaltare alcune locuzioni.
    Non rispetto per la vita come entità intoccabile e indefinibile, ma rispetto per l’uomo vivo.
    Non vite degne di essere vissute (a fronte di altre indegne), ma uomini degni della propria vita.

    Quale morale dobbiamo usare di fronte a terriori del bìos del tutto artificiali?

    E’ evidente che ciascuno darà una propria risposta.
    Ma come scrivevo più sopra, non occorre formulare un’etica nuova ed estranea a quella che abitualmente ci dà sostegno, occorre declinare in modo specifico quella che riconosciamo veritiera e adeguata – se è vera etica, non sarà il prodotto effimero di una contingenza, ma una base valida per qualunque dilemma umano.
    Devo anche precisare che questi territori del bios di cui parliamo (fine vita) non sono affatto “del tutto artificiali”. A meno che non si cada nell’accanimento terapeutico: che è un errore forse frequente, ma non certo il risultato del rifiuto dell’eutanasia… sia ben chiaro, questo.

    Io non me la sento di rubricare la questione senza pormi la domanda.

    E fai bene. Ma, per come ti conosco, tu sei fatto per stare sul limine, non per trovare una risposta.
    E’ un peccato (nel senso di “che peccato, che spreco”), a mio giudizio, ma non un grosso problema: non impedisce l’esercizio della morale, la rende forse più stratificata, a rischio d’esser macchinosa o viceversa un po’ pallida. Ma chi più di te, che vivi di punti interrogativi anche quando hai convinzioni colorite (che spesso sono del colore della chimica, degli animali, della natura)?
    Non è vero che il dubbio è preferibile alla certezza, o meglio alla sicurezza. Non nel modo assolutizzante col quale si diffonde quest’idea. Ma il tuo dubbio, di nuovo, per come lo conosco, è sano. E’ cauto e non pavido.

  10. Ovviamente, cara CD, ho inteso esporre il mio punto di vista, e non c’è in me alcuna sicumera di sapere la verità.
    Ti confesso, accetto serenamente la mia mancanza di risposte definitive; mi interessano di più i sentimenti, la vicinanza semplice, la bontà che non deve spiegare tutto; forse che per baciare una donna occorre essere un esperto di anatomia maxilofacciale? Si vive, si respira, si «è», creature fra le tante, sotto il cielo, senza sopravvalutarsi troppo.

  11. Lo so, e anzi spero sia chiaro che su di te ho voluto darti una mia impressione ed un elogio (forse non
    abbastanza marcato).
    Però, cercare di conoscere il vero e individuare il giusto non sia, per intero, relegato al voler capire e definire a tutti i costi. L’eccesso non è della verità, è eccesso e basta: vale in ogni campo.
    Per baciare una donna – non so se lo dico da donna, o che altro – non occorre essere esperti anatomisti. Ma conoscere il cuore, sì, occorre. C’è un’etica anche nel baciare, che nulla a che vedere – per carità – col galateo.
    Altrimenti ci auto-riduciamo all’istintività animale, ma per quanto l’argomento ti sia caro sai bene che non siamo solo questo. Saremmo monchi se ci lasciassimo vivere, senza curarci del perché facciamo questo e quello.

    Buona serata immoralmente afosa.

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