Uscire dalla gabbia: nulla di utopico.

Lo ripeto e riporto abbastanza di frequente su questa pagina: la migliore scossa e la migliore motivazione ce le dà l’esempio, la testimonianza, al di là di ogni condivisibile e positiva teorizzazione.
Vale anche per chi sente e perciò sa di stare vivendo una vita che non gli appartiene, che gli sta stretta, che non fa per lui / lei. Come la Alice ritratta da Arianna Gasbarro, le cui riflessioni, secondo le parole de La traduttrice editoriale “per quanto possano magari fare rabbia a chi un contratto così [tempo indeterminato, buon stipendio] lo sogna di notte, sono perfettamente condivisibili.”
Riflessioni a proposito del fatto che “questa vita ad Alice non piace proprio” e “lei lì non ci vuole proprio stare“. Proprio così. A chi non c’è passato o non comprende cosa significhi vedere la vita scivolare via priva di senso, nel rigagnolo stagnante di ciò che tutti o almeno molti, attorno, indicano come un meraviglioso fiume di Eldorado; queste frasi appariranno banali. A me, sembrano perfette: dicono con schiettezza, chiarezza e la sufficiente decisione di un disagio e di uno spreco che non possono e non devono essere passati sotto silenzio, come – magari – una vergogna.

Le Alice di tutta Italia non sono, però, sole. Che sappiamo o meno cos’è il downshifting, che vogliano rivoluzionare la propria esistenza o solo trovare una strada meno angusta per sè ed i propri (bi)sogni; oggi devono sapere che l’ostilità e l’incomprensione umana sono quelle di sempre, ma gli orizzonti sono molto più aperti, e la possibilità di tenere a bada chi ci vorrebbe conformi ad un percorso prestampato non è un’utopia ma – per tante persone – già realtà.
Navigando in rete (o per mare…) potreste incontrare chi ha fatto della nautica, appunto, la propria base di sussistenza: passione tradotta in soldi, ma giusto quanti ne bastano per essere felici.
Oppure, chi lavorava in banca – e ora non più. Per scelta, anche sofferta e faticosa, non certo per lusso. Per necessità, per salvaguardarsi, per non affondare. Il lavoro è un valore solo se non ci opprime, se non ci annulla.
Chi trova il coraggio di chiedersi se, continuando sulla stessa strada, potrà un domani morire fiero di come ha vissuto. E di dirsi la verità su quali sono le proprie possibilità (spesso, minori possibilità economiche svelano spazi di azione più ampi di quanto ci si aspetterebbe).
Ma c’è anche chi col proprio lavoro si trova in sintonia, però – ne pesco una fra le tante – non si rassegna a svendere se stessa al mantra del “si fa così”. Per tutti, indistintamente. E rinuncia, con Le 12 EcoFatiche, a molte cose ritenute erroneamente indispensabili; per assecondare le proprie priorità ed aspirazioni di sostenibilità ed impatto zero. Facendo arrabbiare, alla stregua di tanti altri, chi certe scelte le avverte non semplicemente come inadatte a sè, ma come una vera e propria minaccia all’ordine sociale, al buonsenso… allo status quo.

Se tutto questo un po’ vi spaventa, pensate.
Immaginatevi oltre la soglia della vecchiaia, mentre riconsiderate il valore di ciò di cui avete ora tanto timore: ciò che la gente pensa, i giudizi che ricevete non dico sui vostri progetti, ma già soltanto sui vostri sogni.
Poi immaginate cosa significherà per voi capire che, beh, forse in fondo cambiare strada e modo di vivere non era così tremendo. Ora siete disposti a farlo. Ora però è troppo tardi.
O no?

out-of-cage

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2 thoughts on “Uscire dalla gabbia: nulla di utopico.

  1. pensa che proprio ieri sera a cena il marito mi raccontava dell’ennesimo fattaccio in filiale e di come la sua mitica collega avesse mandati a cagare senza mezzi termini un superiore. ammiro questa donna perchè dà pane al pane e, se uno è un coglione, glielo dice impavida, alla faccia dell’atteggiamento generale che riscontro nel 99% dei casi e che riflette questo modo di pensare: “sì, umiliami e calpestami pure, c’è la crisi e sono già fortunata ad avercelo un lavoro”. ecco, ne abbiamo parlato ancora ed è proprio questo il nocciolo della questione; ci si lascia portare via la propria dignità e i propri diritti in nome di non si sa bene quale vantaggio economico. se la situazione fosse ribaltata e il 99% costituito da persone come la collega di mio marito (competente, battagliera, con un forte senso di giustizia e non disposta a farsi calpestare) probabilmente non staremmo qui a parlare 😉

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