Oggetto & Immagine

Il decluttering (cioè il liberarsi della spazzatura, del superfluo, dell’eccesso) si può applicare non solo agli oggetti, ma anche – e quanto è importante! – agli impegni, ai progetti, alle relazioni.
E persino quando è mirato, appunto, a far piazza pulita delle tante cose che affollano, abusivamente, la nostra casa ed i nostri spazi – in genere soffocandoci, impedendoci di godere al meglio proprio di ciò che possediamo -, raramente si traduce in un mero disfarsi di qualcosa di materiale.
Per lo più, ogni oggetto o quasi popoli la nostra esistenza include in sè anche un potenziale immateriale: spesso un ricordo, ma anche, e forse questo pesa ancor di più, un’idea di chi siamo oppure vorremmo essere (apparire).
In altre parole, veicola l’immagine che diamo della nostra persona(lità), e non solo a chi ci osserva, ma anche a noi stessi: a volte un’immagine rispondente a realtà, altre un’immagine involontariamente fuorviante, altre ancora volutamente artefatta, gonfiata, abbellita al limite dell’innaturale.

apparenzaMa quest’ultima, se superficialmente ingrassa il nostro ego, di fatto, alla lunga, non aggiunge alcun reale valore a chi siamo e a ciò che facciamo (per esempio, nel mio caso: leggiamo…), al contrario ci lascia confusi, intontiti, ma soprattutto appesantiti dai troppi stimoli e segnali che continuamente lanciamo al mondo per dire: ehi, io esisto!
Anche quando tutto questo processo non è interamente cosciente e meditato, ma una specie di riflesso condizionato, il risultato è piuttosto truce. Fare delcuttering, anche in una sola stanza, lo evidenzia in modo impietoso – però ne vale la pena: dopo, oltre a respirare meglio, si capisce di essere scappati da qualcosa che ci teneva sotto sequestro.

Io, quando penso al problema dell’immagine di me che più o meno coscientemente cerco di dare all’esterno (o di costruire per me stessa, per convincermi di aver fatto qualcosa di rilevante della mia vita), penso ad esempio:

  • a quel prontuario di lingua spagnola per turisti, comprato con la scusa di aver seguito un breve corso propedeutico di poche settimane (a cui non ho mai dato seguito) nella prospettiva, in un generico domani, di studiare una terza lingua e farne chissà quale uso massiccio.
    Non è stato facile mettermi in testa che i miei anni di scuola superiore, l’uso delle lingue quotidiano, e tutte le possibilità lavorative che in teoria mi schiudevano non sono decaduti del tutto, ma di certo sono un capitolo del passato. E che fantasticarci sopra significa non aprire delle porte sul futuro, ma al contrario alimentare un circolo vizioso di aria fritta;
  • a una serie di libri a tema ebraismo, alcuni letti altri no, che hanno ormai esaurito – con me – la loro capacità formativa, utile a compiere un percorso spirituale, per ridursi a pagine zeppe di informazioni che ormai ricerco ben poco. Li ho lasciati andare, scambiandoli con altri al negozio dell’usato;
  • ai manuali, cartacei e in .pdf, di gioco di ruolo – in particolare Vampiri.
    Un retaggio tanto interessante ed affascinante quanto ingombrante, questo mio. Che sono felice di aver condiviso, ma ancor più felice di aver abbandonato. Trascinarmi appresso i manuali significava perpetuare la speranza di farne un uso migliore, e di creare i mondi (fisici e immaginati) che non hanno trovato posto nella realtà vissuta; insomma convivere con dei fantasmi;
  • al tamburello, alla sonagliera ed alla cintura metallica da danza del ventre.
    Non che li abbia mai usati, ma è giusto che quei brevi momenti in cui mi hanno assistito nel dar voce ed espressione al mio corpo restino tali, e non diano adito a sogni più grandi di quelli che posso permettermi. Perché non sono aspirazioni concrete, ma solo il simbolo della mia difficoltà a comunicare una certa parte di me;
  • alle scarpe col tacco: non che non mi piacciano per nulla, anzi, nè le ho mai portate sopportando scomodità esagerate (ho sempre scelto una via di mezzo tra il tacco quadrato da un centimetro da governante e lo stiletto 10-12 cm. da sfilata di moda): non sono mai stata del tutto convinta del famoso proverbio, chi bella vuole apparire un po’ di male deve soffrire.
    Tuttavia anche in questo ho sperimentato quanto sia facile la deriva del più sano principio di marketing: cioè il mostrare una cosa per indicarne un’altra. Erano ormai lontani i tempi in cui mi infilavo i tacchi perché ci stavo bene (ho piuttosto bisogno dei tutt’altro genere di guanti per i miei piedi…), era diventato più rilevante mandare un messaggio a chi mi vedeva: mostrare che ero una ragazza su di morale e non ammosciata, che ci teneva a far bella figura ad un colloquio, e altre consimili baggianate.

E sono solo alcuni esempi.
Non a caso, rileggendomi, noto di aver utilizzato termini come aria fritta e fantasmi.
Inquietante, no?

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5 thoughts on “Oggetto & Immagine

  1. Vuoi dire che era inquietante l’attaccamento al passato?
    Eh, sì. Purtroppo però è anche una dinamica normale, diffusa.
    Con un po’ di lavoro sulla consapevolezza in più, la si può almeno contenere in una misura ragionevole.

  2. Io il decluttering lo applico molto bene con pochissime persone. Per il resto, l’immagine che do di me, è quello che vorrei essere sempre. A furia di voler essere come vorrei, alla fine un po’ ci sono diventata.
    Il discorso è ingarbugliato, ma secondo me hai capito 🙂

  3. E fai bene: il danno che può farti una persona è di gran lunga superiore a quello che può farti un oggetto. Al più – l’oggetto – è ingombrante…
    Certo: un oggetto può sempre esserti tirato addosso, allo scopo di far danno… ma è comunque necessario che sia “lanciato” da qualcuno…

    **
    La dinamica normale di cui parli è, appunto, normale.
    Il “forse” l’avevo messo proprio per stemperare: con il “lavoro sulla consapevolezza”, i risultati non sono malaccio…

    🙂

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