O fortuna

quadrifoglio coccinella

Minimo comune denominatore della mia esperienza e di quella di Patrizia è la fortuna, quindi? No, sono le scelte.
A volte incoscienti, a volte molto pensate; a volte dolorose e a volte semplicissime, naturali, che-non-si-poteva-proprio-fare-altrimenti. Perché fare altrimenti avrebbe voluto dire tradirsi un po’. E il nocciolo, alla fine, sta tutto lì.

che fortuna

quadrifoglio coccinella

[…] scelte assurde e impopolari nel momento in cui le compi.
[ma c’è qualcuno per cui lo sono sempre e comunque; N.d.Cecilia]

Io non desidero cambiare gli altri, ognuno deve trovare la propria strada, sarebbe però carino smettesse di giudicare gli altri e cercasse un po’ più attivamente le proprie *fortune*.

che fortuna

quadrifoglio coccinella

la vera lotta per me è continuare a mantenere lo stile di vita che ho scelto senza farmi condizionare o travolgere da agenti esterni. ci riuscirò? coltivo l’illusione che, se anche perderò i beni materiali, conserverò intatta me stessa, e se davvero ci riuscirò non avrò vissuto invano.

http://www.guchippai.org/2013/07/too-much-of-good-thing.html

quadrifoglio coccinella

E allora ho deciso di vuotare il sacco, fare quello che mi riesce spontaneo più per abitudine che per piacere, la bancaria, e riassumere una serie di dati per scoprire se siamo dei fortunati ingrati e inconsapevoli o se ciò che viviamo oggi ce lo siamo guadagnati con lacrime e sudore. […]
Descrivo tutto questo con grande gioia ed orgoglio e non mi lamenterei mai di nessuna delle rinunce o degli insuccessi perchè l’entusiasmo e l’energia con cui ho affrontato e affronto tutto sono dati dal sentire che sto provando a vivere la mia esistenza in un modo coerente a ciò che sono, ai miei valori e a quello che per me ha un senso. Di contro sono sola, siamo soli. Tutti i rischi, le fatiche , i percorsi, i dubbi e le difficoltà sono a mia, nostra gestione e ideazione. Ma va bene così.

http://bonificiesogni.wordpress.com/2013/07/18/facciamomi-i-conti-in-tasca

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9 thoughts on “O fortuna

  1. No, non si tratta di fortuna ma, per l’impressione che ne ho io, di scelte che una può fare perché in qualche modo ha un minimo di “spalle parate”, o perché il marito lavora o perché ha qualche anche piccolissima rendita e così via. Il che è del tutto legittimo e non ci vedo niente di male… sia chiaro!

  2. Io ogni tanto leggo le esperienze che tu linki…e ogni volta vedo che si tratta di persone che possono fare scelte di downshifting grazie al fatto di aver una famiglia che glielo permette. Sono loro stesse a ringraziare mariti e genitori x l’appoggio, la comprensione ecc., mica me lo invento io. Quindi può fare downshifting non chi è fortunato ma chi se lo può permettere (anche grazie alle scelte fatte da sé, x es avere sposato uno che le appoggia). Questa è l’idea che emerge dai blog che hai linkato tu, x il resto non lo so perché non conosco downshifter.

  3. No, Ilaria, è chiaro che non inventi nulla e per come ti conosco sei una persona oltre modo corretta, ma resta il fatto che non puoi stravolgere ciò che ti viene presentato, comprese le esperienze personali – che saranno personali, ma per molti tratti hanno qualcosa di netto e preciso da comunicare.
    Può non piacerti l’idea del downshifting, o meglio il discorso che si fa attorno ad esso, ed è già emerso.
    Sta bene, ci mancherebbe.
    Ma se scrivi che quanto riportato (e dal resto dei post, nonché da tutto ciò che è stato toccato qui, sull’argomento, in precedenza) trasmette l’idea che il downshifitng sia plausibile solo per chi ha già determinate possibilità, le spalle parate e via dicendo (pur distinguendo la “fortuna sfacciata e gratuita” dalla “fortuna modesta, di cui aver cura”), allora l’unica risposta che posso darti è: ti sbagli di brutto.
    Pensare che il minimalismo, il downshifing, la vita a impatto zero o quel che sia, visto che spesso coesistono, siano “per chi se lo può permettere” significa sostenere proprio l’esatto contrario di quanto chi queste cose le vive dimostra. E a meno di non ritenere che mentano tutti, non vedo come si possa.
    Inoltre, e ti capita spesso, salti da un concetto, da un’affermazione ad un’altra completamente diversa, facendola apparire la spiegazione della precedente – sarà forse solo che non ti spieghi, a volte. Ma un conto sono le condizioni di partenza (soprattutto economiche) di una persona che voglia fare downshifting, un conto è la situazione familiare, intesa come accettazione e/o collaborazione oppure resistenza / rifiuto. Questione per altro ampiamente trattata nei blog a tema, ma ben diversa: di come si sta “incastrati” ne so qualcosa, e tuttavia io stessa posso confermare che non è necessario avere chissà quali carte in regola per muoversi in questa direzione.
    Non so davvero se sia un limite di comprensione o un’avversione tua, e in tal caso perché.
    Ma, francamente, non trovo di alcun vantaggio discuterne oltre.

  4. Per curiosa coincidenza, leggo questo paragrafo da un articolo di Ivan Carozzi su Il Post, molto condivisibile e molto disprezzabile – per motivi diversi – al contempo:

    […] ho meditato – di fronte a quella limitatissima distesa di mattonelle, alla ristrettezza claustrofobica di quell’unico spazio, alla necessità di abbandonare parte della mia vita passata e futura (libri, CD, oggetti personali, ecc) fuori dalla porta, alla difficoltà d’immaginare un futuro umano, l’acquisto di una casa o il cash in grado di traghettarmi in situazioni più spaziose e dignitose – di lasciare prima o poi questa complicata città, Milano, per non so dove.
    Ho poi ripensato alla frase che, pochi giorni prima, mi aveva scandito una ragazza, anche lei appena entrata dentro un trenta metri quadri: “Less is more”. E mi è sembrata, più che una massima di saggezza Apple o zen, un pezzo di cultura esotica deformato a scopi autoconsolatori.
    Dunque a quel punto, nella quiete dell’appartamento vuoto, ho provato timidamente a chiedere se non sarebbe normale che una legge, o un pacchetto di leggi, proteggesse quelli come me, la maggioranza, calmierando sensibilmente gli affitti o favorendo un mercato del lavoro meglio remunerato e più stabile, dato che mi trovo da un po’ disoccupato. Ma poi sono rimasto solo con questa preghiera, rivolta in soliloquio alle istituzioni, che ho visto lentamente maturare fino a scoppiare e sgonfiarsi a mezz’aria, nel monolocale. Un individuo solo, insomma, tra altri individui altrettanto soli, sciolto da quel genere di legame caldo e solidarietà pratica un tempo chiamati ‘classe’
    […]

    Un paragrafo introduttivo.
    Un paragrafo, quello finale, che è il grido di tanti, anche silenziosi.
    E un paragrafo centrale che, purtroppo, sporca un po’ tutto il resto: un giudizio gratuito su ciò che non si conosce e non si condivide. Ma perché non limitarsi a declinare l’invito (che qui nemmeno c’è: diciamo tralasciare l’opportunità) di un diverso modo di leggere e vivere gli spazi, la casa, il denaro e tantissimo altro, invece di spingersi fino a commentare in modo improprio e offensivo la scelta di un altro?
    (Da quanto scrive Carozzi, non si evince che la ragazza di cui parla abbia fatto discorsi astrusi o lo abbia tampinato per fargli fare cose inadatte a lui o che non gli aggradano, si capisce solo che ha scandito uno slogan: cosa del tutto normale).
    Quel paragrafo è offensivo perché, nonostante sia privo di volgarità o violenza verbale, è carico di un altro tipo di violenza, la mancanza di rispetto per la verità delle persone. La quale, questa sì – a differenza di ciò che va a macchiare – deforma la realtà.
    Esistono fuor di dubbio persone che “si accontentano”, per modo di dire, forzatamente di situazioni non positive e che le danneggiano, e si consolano appunto fingendo che in fondo vada bene così o addirittura velando l’insoddisfazione con interpretazioni dei fatti stonate, come a voler nascondere un chilo di merda in un pacchetto con la carta dorata ed un grande fiocco.
    L’assurdità è confondere queste persone con chi, semplicemente, nel poco ci vive bene, non solo per spirito di adattamento ma per indole, per cultura non indotta e passivamente assimilata (per es. quella dei miei genitori, che di poco, molto meno di quanto abbiamo oggi anche nelle peggiori condizioni, han dovuto vivere per forza), e addirittura per piacere. Eh, già. Perché si dà il caso che con meno vivano meglio, punto e basta.
    Lo zen, la Apple e le cazzate esotiche da importazione non c’entrano nulla.

  5. Dato che non vuoi discuterne oltre, non interverrò più su questi argomenti (si sta pericolosamente restringendo l’ambito nel quale potrò commentare 😉 ), voglio solo specificare, nella speranza di evitare altri fraintendimenti, che se intervengo è perché appunto non capisco e quindi mi aspetterei che la mia interlocutrice – che scrive dei post per far conoscere questi argomenti – mi rispondesse spiegandomi meglio o mi lasciasse anche perdere (non è obbligatorio rispondermi) ma senza prendersela con me. Tu invece vedi nei miei interventi del disprezzo, dei giudizi… ma guarda che li vedi tu. Io ho detto che A ME queste esperienze trasmettono una certa impressione, non ho affatto detto che trasmettono oggettivamente questa impressione. Quando mi esprimo su cose che non conosco/non capisco bene, uso sempre i “mi sembra che”, “mi dà l’impressione che” non per posa, ma proprio per ammissione di ignoranza di un certo argomento: so di avere questa “impressione” (che non è neanche un’opinione, figuriamoci se può essere un giudizio) ma non do affatto per scontato che essa sia vera, anzi! Se dessi per scontato di avere ragione che senso avrebbe lasciarti un commento? Non ho nessuno interesse a lasciare commenti polemici. Siccome anche su fb nel post su wurstel/seitan a un certo punto mi hai attribuito preventivamente del disprezzo o dell’ignoranza verso la dieta vegana (che non ho, dato che sto con un vegano e viviamo il nostro idillio benché continuando a seguire ognuno il suo tipo di alimentazione), ho l’impressione che magari io non mi esprimo bene e do adito a fraintendimenti ma tu d’altronde sei anche un po’ sulla difensiva. Be’, con me non esserlo perché magari posso essere fastidiosa, ignorante, tonta, quello sì, ma non ho giudizi, accuse o disprezzo verso le convinzioni o gli stili di vita altrui. Un pensiero come quello di quel Carozzi, per es., non è assolutamente da me. Finita discussione… 🙂

  6. […] se intervengo è perché appunto non capisco e quindi mi aspetterei che la mia interlocutrice – che scrive dei post per far conoscere questi argomenti – mi rispondesse spiegandomi meglio o mi lasciasse anche perdere (non è obbligatorio rispondermi) ma senza prendersela con me.
    Innanzitutto non necessariamente un post che parla di un qualsiasi argomento deve essere divulgativo, nè un autore è tenuto a prestarsi a ogni discussione, chiarimento o posizione interlocutoria. Non si tratta di approfondire fino alla nausea (magari con inefficace pedanteria) oppure lasciar perdere tutto, due opzioni antitetiche e ugualmente insensate. Si tratta di tracciare una strada all’interno delle conversazioni, a immagine di chi scrive, così che anche la forma contribuisca ad esporre i contenuti e la personalità che li pone in essere.
    Tu mi inviti a non risponderti e sostieni che non è obbligatorio (una cosa che non condivido e che non ho mai praticato: si può escludere un interlocutore e farlo per ragioni precise, ma non ignorarlo, a meno che non si tratti di un troll). D’altra parte hai anche definito “un comportamento un po’ egoista” la mia scelta di svuotare il profilo Facebook, mantenerlo attivo per leggere e commentare ma non aggiungere più nulla di mio.
    Posto che hai la piena libertà di avere questa opinione – anche se personalmente mi è pesata parecchio e la trovo obiettivamente assurda, oltre che incongruente – è forse il caso di ribadire che sì, io sono dura, diretta e spesso intransigente; mi scaldo facilmente ma al tempo stesso non battaglio mai senza un motivo oggettivo. E’ difficile che retroceda perché è difficile che non ponderi quel che dico più che a sufficienza, è raro che prenda un granchio, e quando lo prendo si vede: io stessa mi sbugiardo senza mezzi termini.
    Prendermela con te? Se riesci a trovare un accenno di aggressività nelle mie risposte me ne scuserò senz’altro – a meno che non si voglia considerare tale l’espressione “[ti sbagli] di brutto”, che ho usato per intensificare il concetto e non perché suona emotivamente carica. Poi fammi sapere, eh (sì, qui c’è dell’ironia).

    Tu invece vedi nei miei interventi del disprezzo, dei giudizi… ma guarda che li vedi tu. Io ho detto che A ME queste esperienze trasmettono una certa impressione, non ho affatto detto che trasmettono oggettivamente questa impressione. Quando mi esprimo su cose che non conosco/non capisco bene, uso sempre i “mi sembra che”, “mi dà l’impressione che” non per posa, ma proprio per ammissione di ignoranza di un certo argomento: so di avere questa “impressione” (che non è neanche un’opinione, figuriamoci se può essere un giudizio) ma non do affatto per scontato che essa sia vera, anzi!
    Io non vedo disprezzo e pregiudizi dove non ce ne sono, ti faccio casomai notare – se appaiono e quando appaiono – errori e supposizioni che possono darvi adito (pur non essendo nelle tue intenzioni…), fondandomi sui fatti: cioè le tue stesse parole. E’ molto probabile (considerata anche la tua pulizia intellettuale, che già ti attribuivo, per altro opposta proprio al pregiudizio di cui ti senti accusata) che semplicemente, purtroppo, tu ti spieghi poco e/o male e faccia confusione, senza rendertene conto.
    Io il vizio-virtù di andare a fondo nel dialogo, dando ad ogni elemento l’attenzione che merita. Questo qualcuno lo chiama pedanteria, la maggior parte delle volte è “solo” correttezza. Posso risultare pesante, eccome, ma non certo prevenuta.
    Nessuno ha l’obbligo di laurearsi in Lettere per sostenere una discussione (in apparenza) banale, per contro tuttavia la logica e la lingua rimangono le basi imprescindibili per ogni scambio. Tu puoi utilizzare tutti i condizionali ed i verbi di opinione o incertezza che desideri, ma: se più persone, che lo attuano esse stesse, ed in più occasioni si raccontano e affermano che il downshifting non è un privilegio, e tu nonostante ammetta di non conoscere bene il tema dichiari di avere l’impressione che il downshifting sia un privilegio, delle due una:
    a) ritieni per una qualche ragione, magari anche valida, che quelle persone mentano o almeno si ingannino, o che vi sia qualcosa che non quadra in ciò che affermano;
    b) non hai capito ciò che hai letto / sentito, e non noti che c’è una contraddizione, un’inconciliabilità tra questo e la tua impressione.
    Bada poi che delle due possibili opzioni io ti ho attribuito – guarda caso – quella che implica la tua buona fede.
    Certo, perché risulta evidente, ma anche perché non ti reputo tanto meschina.

    Siccome anche su fb nel post su wurstel/seitan a un certo punto mi hai attribuito preventivamente del disprezzo o dell’ignoranza verso la dieta vegana (che non ho, dato che sto con un vegano e viviamo il nostro idillio benché continuando a seguire ognuno il suo tipo di alimentazione), ho l’impressione che magari io non mi esprimo bene e do adito a fraintendimenti ma tu d’altronde sei anche un po’ sulla difensiva.
    Ecco, appunto. Che poi io possa essere sulla difensiva ci sta, ci sta eccome. Reazione naturale. Ma come ho sempre ripetuto a Claudio rispetto ad altre faccende, la reazione istintiva di protezione per aver subito scorrettezze in precedenza non giustifica un giudizio offuscato e parziale sulle singole persone e situazioni.
    Io so bene quando un argomento, una persona o qualsiasi altro fattore mi mettono in allarme, mi irritano, sono problematici o mi mettono ad esempio in soggezione. La mia consapevolezza e la mia indole però non mi consentono di inquinare il mio discorso, magari sentito ma fortemente razionale, con delle suggestioni. O le verifico con il diretto interessato, o le setaccio e individuo come tali. Non sono una macchina, e grazie al cielo, ma funziono così.
    Nel merito, affermare che io ti ho attribuito, e preventivamente, disprezzo e ignoranza, anche alla luce di quanto già spiegato è, questo sì, un (doppio) pregiudizio tuo. E’ sufficiente leggere il nostro scambio per intero e con calma, per comprendere cosa davvero ti contesto.

    Tanto per chiudere: ci leggiamo e commentiamo da un po’, ormai, abbastanza io credo per mettere in luce che siamo anime in netto contrasto, quando si va al dunque. Non su tutto, è ovvio, ma su troppe cose e troppo rilevanti per quanto mi concerne.
    Se almeno avessimo un dialogo normale e senza complicazioni costanti ne varrebbe la pena, pare però che sia vero l’inverso. Faticare più della norma per comunicare e poi sentire l’altra persona inesorabilmente distante, non (sol)tanto per le sue posizioni o scelte ma soprattutto per come ci coglie; è forse l’esperienza più straziante. (Sì, straziante è il termine esatto, e non è melenso).
    Separiamo le strade, vuoi? Per lo meno incrociamoci altrove nel web con leggerezza, ma ognuna per sè.

    Buonanotte.

  7. Non sono per niente d’accordo ma mi adeguo alla tua volontà. Se commentavo schiettamente era perché non mi sembravi così fragile e insicura, tutto qui, anzi scusa. Quindi facciamo come vuoi tu 🙂

  8. Essere schietti mi sembra il minimo, e lo apprezzo.
    Fragile e insicura un par di balle, però.
    A far la parte della poverina non ci sto: sono parecchio provata e mentre la mia pazienza cresce, la disponibilità ad accollarmi ciò che non mi quaglia o addirittura mi danneggia e non mi tocca sopportare per forza è sempre minore.
    Che è anche il motivo per cui preferisco ritirarmi da tante spiagge virtuali, o meglio evitare il carnaio.
    Di nuovo, se non ci fosse il tuo savoir-faire a salvare il senso del commento mi sentirei presa per i fondelli. E mi verrebbe spontaneo argomentare, ma di fronte a simili capriole con salto mortale sono disarmata.

    Ti auguro buone cose (sinceramente).

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