Butta la pasta!

Nel senso di buttarla a cuocere nella pentola, non nel senso di disfarsene per boicottare.
Perché al di là di facili azioni di contrasto e di slogan superficiali per quanto divertenti, l’unica cosa certa qui è che sono state dette un mucchio di cose, tutte quante esattamente contrarie alla realtà.
E’ stato detto che Barilla ha asserito frasi omofobe. Falso.
Che ha poi ritrattato. Falso anche questo, perché precisare non è ritrattare.
Che si è scusato. E potrebbe averlo fatto ed essere io poco aggiornata, ma l’ultima volta che ne ho letto non era così, per fortuna; perché una tra le cose più detestabili che possono capitare ad una persona è venir spinta a scusarsi di qualcosa di deprecabile che però non ha commesso, o ancor peggio – ed è il caso in questione – a doversi scusare per qualcosa che ha davvero fatto ma deprecabile non è, per ciò che legittimamente pensa e sceglie senza per altro attaccare nessuno. Si vuole affossare con l’insulto gratuito e con l’indignazione da quattro soldi la dignità di chi non si allinea al pensiero mediaticamente dominante, e dominante perché politicamente corretto (il che, spesso e sovente, significa anche povero di qualità e violento nella sua necessità di sovrastare tutti).

spot-pasta-barilla-e1380195138119Per tagliar corto: io sto con Barilla, la pasta e l’uomo; e soprattutto con l’uomo in questa circostanza, che se ha usato parole che lo rispecchiano è fatto, ne deduco, di un’ottima pasta.
Perché non siamo fatti tutti della stessa pasta, in molti sensi differenti ed anche in quello dello scandalo.
E la pasta di cui siamo fatti conta. Non a caso esiste questo modo di dire.

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Cercando gli spot ho trovato questa bella cosa:

Che tempo che fa: Guido Barilla 21/04/2013

Tra l’altro, si parla anche di cultura del cibo.

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Quanto ai clienti perduti, al boicottaggio,
vale solo dire che se esporsi con lealtà comporta un prezzo… si paga.

Pier Giovanni Capellino, presidente di Almo Nature,
che sta conducendo una campagna per l’abolizione della sperimentazione animale.

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16 thoughts on “Butta la pasta!

  1. … cerco di imitare i migliori ed essere un po’ Libera anch’io 🙂

    (Ho aggiornato con un link ad un commento di tal Diego Fontana, che non conosco ma mi pare abbia espresso molto bene alcune cose).

    Buona serata!

  2. si è scatenata una tempesta per un nonnulla; a me pare che Barilla abbia semplicemente espresso un’idea riferita ad una scelta di marketing; ha semplicemente affermato che, nella loro comunicazione pubblicitaria, non è previsto uscire da certi canoni tradizionali dell’immagine di famiglia; nulla di speciale, solo un ragionamento sulla comunicazione aziendale, perchè un uomo d’azienda parla di solito da quell’ottica; personalmente non mi pareva un gran problema: se Ikea e Buitoni ritengono, diversamente, di usare anche la rappresentazione della famiglia composta da persone dello stesos sesso, vuol dire solo che gli esperti del marketing hanno fatto un’altra scelta; mipare che in Italia abbiamo altri problemi ben più importanti

  3. Pingback: + di 1000 parole | de libero arbitrio

  4. Ho ascoltato e, come succede spesso, ognuno ha interpretato a modo suo. Noto che ultimamente c’è una tendenza all’essere detrattori, il lato buono delle cose viene sempre ignorato e bypassato.
    Com’è diventato difficile vivere… Buon fine settimana.

  5. Qualche nota:

    1. Guido Barilla è stato messo in trappola da Giuseppe Cruciani de La Zanzara, programma radiofonico che non è nuovo a queste provocazioni. Il giorno dopo Cruciani ha detto di stare dalla parte di Barilla. Barilla, in qualità di patron di un’azienda, avrebbe dovuto essere più lungimirante, visto che il tema su cui è stato chiamato a dire la sua è, in questo momento, materia bollente.
    2. Guido Barilla ha parlato sia a nome dell’azienda (di cui la sua famiglia non è l’unica azionista: circa la metà è nelle mani di azionisti svizzeri) sia in termini di una sua visione del modello famigliare. Le due cose non coincidono ma Guido Barilla se l’è dimenticato e si è espresso (infelicemente) come se fossero la stessa cosa. L’ABC del marketing insegna che questo errore non si deve fare.
    3. Come esiste il diritto di Guido Barilla di esprimersi, esiste il diritto di altri di esprimere un parere contrario al suo. Guido Barilla non è solo un cittadino che può dichiarare la sua opinione e infischiarsene delle reazioni, è anche il capo di una grande industria, e ne rappresenta in parte l’immagine. Se comunica male, deve prendersene la responsabilità degli effetti. I consumatori, ai quali Barilla vende in TV un’immagine di un certo tipo, hanno il diritto di esternare un parere a proposito di ciò che le sue dichiarazioni evocano circa il prodotto e l’azienda. Si può essere d’accordo con lui e sostenerlo e si può essere in disaccordo e dichiarare di non comprare la sua mercanzia. Il marketing moderno si basa moltissimo anche sulla pubblicità fatta dai consumatori e se una parte di questi ritiene che il prodotto non sia più di suo gradimento – non importa il motivo, Barilla non vende solo biscotti e pasta, vende un immaginario – lo dice liberamente. A maggior ragione se è lo stesso Guido Barilla a invitare a comprare un altro marchio se quello della Barilla non soddisfa più.
    4. A Guido Barilla non è stato vietato di esprimere il suo parere, tant’è che l’ha espresso liberamente; a Guido Barilla non è stato imposto di scusarsi. Se l’ha fatto, le ragioni hanno più a che vedere con gli effetti delle sue dichiarazioni sulla percezione dei consumatori, ovvero qualcosa a cui le aziende tengono moltissimo. Non dimentichiamo che dietro l’immagine di una grande industria c’è molta più ipocrisia e cinismo di quanto le réclame vogliano farci intendere. Qualunque cosa Guido Barilla pensi, realmente, dei modelli di famiglia, alle corte è il settore vendita a decidere il cosa e il come. Dimenticare questo essenziale aspetto della realtà significa credere di vivere nell’Idilliaco-Mondo-del-Mulino-Bianco™, dove le famigliole regolamentari si ingozzano sorridenti di merendine intrise di grassi idrogenati, coloranti e conservanti e non gli si alzano nemmeno i trigliceridi; fare di questo episodio un caso di libertà d’espressione censurata dal fantomatico pensiero unico significa confondere il contesto della comunicazione pubblicitaria (con tutti i suoi stereotipi e tutte le sue menzognucce) con quello del libero pensiero. Guido Barilla sa – o dovrebbe sapere – che il rappresentante di un marchio fa marketing anche quando finge di non farlo: quando, alla radio, dice che la Barilla vuole pubblicizzare la sua merce attraverso l’immaginario dell’Allegra-Famiglia-del-Mulino-Bianco™ sta facendo marketing esprimendo un valore che, in quel contesto, è soprattutto mediatico e pubblicitario (quindi anche retorico) e intende rivolgersi a un preciso gruppo di consumatori. C’è anche un gruppo di consumatori a cui questo messaggio pubblicitario non è piaciuto. Liberi di seguire il consiglio di Guido Barilla e non comprare la sua roba, se ritengono che abbia detto qualcosa di non condivisibile, qualcosa che li ha indignati: ripeto, non importa se c’entra o non c’entra con la qualità del prodotto industriale Barilla, la Barilla vende un immaginario fatto di tante altre cose, non solo merendine e fusilli.
    5. L’indignazione è un sentimento la cui autenticità è sempre dubbia, checché ne dica l’indignato. Ma il dubbio sta nell’impossibilità di immedesimarsi interamente nell’altrui situazione emotiva. Ci sono ragioni che a Tizio sembrano risibili per un’indignazione, ma Tizio che ne sa della sensibilità di Caio? Questo discorso vale per chi si è indignato a casa delle parole di Guido Barilla sia per chi si è indignato per le reazioni indignate. In parole povere: dire che l’indignazione di questo e quello vale poco, è solo un dire che non si condivide quell’indignazione, del cui valore, in realtà, non si sa nulla.
    6. Leggo dello spot di una gassosa statunitense. Viene rappresentato un confronto all’americana dove tutti i sospettati sono di colore (compresa una capra). Si è gridato al razzismo – siamo in USA – e lo spot è stato ritirato con tante scuse; leggo di uno spot della Ferrero – siamo in Germania – dove un cioccolatino bianco inneggia al potere dei bianchi o a qualcosa del genere, spot ritirato e tante scuse. Qui non c’era nemmeno la dichiarazione di una posizione ideologica, c’era molto meno: lo sfruttamento ironico e a fini pubblicitari di espressioni ambigui. Nessuno si è scandalizzato per la “censura” di questa forma di comunicazione. Guido Barilla ha fatto una dichiarazione che, ambiguamente, suona anche ideologica – così dicono gli analisti della comunicazione. Libero di farlo, ma non ci si deve meravigliare se poi suscita un’attenzione sovrabbondante sul messaggio ai fini di marketing; in ogni caso, il tema è caldo e se lo doveva aspettare: la reazione ha coinvolto altri paesi, dove la Barilla vende la sua roba ed è un marchio noto. Vuol dire che la questione non si può ridurre a vicende locali come la discussa legge anti-omofobia.
    7. Guido Barilla ha fatto dichiarazioni omofobe? Ne dubito, ma non è questo il punto: quello che è successo è il frutto del suicidio comunicativo di un’azienda per mezzo delle avventate dichiarazioni di un suo rappresentante e per di più in un momento in cui il dibattito sull’omofobia è agitato su più fronti. Da entrambi i fronti si è sfruttato l’episodio per acuire la querelle: da una parte, con omosessuali e gay-friendly, per rimarcare il clima di pregiudizio anti-gay imperante in Italia; dall’altra parte, per montare una polemica sulla libertà di espressione negata. In entrambi i casi, si può dire che c’è stata molta reazione emotiva. Ma non si può sostenere che il consumatore (stiamo parlando di marchi!) debba rimanere indifferente alle cose dette da chi gli vende la merce altrimenti è censura: evocare la libertà d’espressione violata è contraddittorio.
    8. Se Barilla è convinto che le sue posizioni sulla famiglia sono sacrosante, rimarrà di questo parere e continuerà a proporre gli spot come piacciano a lui. Nessuno lo sta costringendo a niente. Se crede che, invece, valga di più l’immagine dell’azienda, farà dei passi indietro per ragioni di opportunità. Libero di fare quello che vuole in funzione di quel che gli conviene. Difatti, quanto è accaduto nelle ultime ore, dà più l’idea di una retromarcia per non perdere acquirenti e non macchiare oltre il brand aziendale. Può indignare che un’azienda sia così facilmente esposta alle reazioni dei consumatori? Sì, se si dimentica che le aziende vivono di questo. Una dimenticanza che non è scusabile.

  6. Libera:
    penso che oltre alla tendenza a denigrare, prima ancora di questo, ci sia ormai un diffuso automatismo a produrre interpretazioni una dietro l’altra, a dare ogni sorta di significato e intenzione alle parole di chiunque fuorché quelli più elementari, semplici e letterali, a darne insomma una lettura piana.
    se non stessimo costantemente a rincorrere fantasmi di ogni sorta non si sarebbe montato un caso sulle parole di Barilla, ma non perché avremmo chissà quale amplòmb ed incasseremmo, casomai perché non ve ne è alcun motivo.
    praticamente, siamo al delirio, alla paranoia.

    Sho:
    cerco di estrarre dalle tue affermazioni solo alcuni punti che mi paiono rilevanti, ma non mi dilungo.

    Io credo che la vera lungimiranza Barilla – che, spiace constatarlo, s’è effettivamente scusato con tanto di promesse di “apertura” – l’avrebbe avuta non tacendo, stando più attento e parando il colpo, ma piuttosto portando avanti coerentemente un pensiero affatto problematico tanto nel contenuto quanto nel modo di esprimerlo.
    Certamente un problema esiste, e lo s’è visto: sta però non in quelle sue affermazioni, ma nello stravolgimento che se n’è fatto. E non è questione di opinioni, posizioni et similia, ma di senso (mancante) della realtà. E’ il minimo necessario almeno riconoscere e riaffermare questo.
    Se le si leggessero con la chiave adeguata, la stessa utilizzata da chi le ha proferite, ovvero il buonsenso, tutta l’apparente complessità della cosa verrebbe a cadere.

    Allo stesso modo è sufficiente il buonsenso per vedere l’errore nel tuo sostenere che è tutto nella norma, ed è da paranoici pensare che la reazione sia stata assurda.
    Infatti il punto non è la libertà di esprimere un parere o una posizione, o effettuare una scelta (di acquisto e non), libertà che come tu stesso ricordi è stata indicata per primo da Barilla, appunto.
    Il punto è che non è normale, nè accettabile come fosse sul piano di una qualsiasi opinione nel mazzo delle opinioni, che ad un pensiero logico, rispettoso, non ambiguo (ad eccezione di un solo punto, comunque comprensibile nel contesto tenendo conto anche degli aspetti paraverbali: quel “senza disturbare”) ed a parer mio per niente deleterio dell’immagine dell’azienda (per la stessa ragione di cui sopra: essa ne avrebbe maggior vantaggio semplicemente agendo e parlando con coerenza, senza ritrarsi e pigolare patetiche e false scuse ma sostenendo quella che è precisamente la propria mission) si risponda con l’attacco, l’invettiva, l’insulto, la campagna di boicottaggio, che essa abbia un qualche peso o nessuno.
    Sono proprio queste cose che spingono un’azienda a costringere un proprio manager a ritrattare. Tu stesso parli di marketing, di marchio ed immaginario (branding), di strategia aziendale vincolata ai trend dei consumatori. Non c’è bisogno di elaborate riflessioni economiche per sapere che dietro a questi concetti sta, precisamente, un condizionamento, pertanto un’imposizione. Certo, la scontata obiezione è che Barilla avrebbe potuto scegliere di non piegarsi e magari perdere il posto; ma questo non fa altro che confermare che un’imposizione c’è, per quanto culturale ed immateriale (legale ma moralmente illegittima) e non invece operata con la forza (sia essa di armi o di leggi).
    Non scordare inoltre di non confondere ciò che io ho scritto (venir spinti a, pensiero mediaticamente dominante) con ciò che, nella bagarre, s’è detto. E s’è detto, com’è ovvio, di tutto. Ma, tanto per fare un esempio, io non ho evocato alcuna censura, che come scritto appena sopra non è l’unico mezzo di pressione.

    L’autenticità dell’indignazione non è più dubbia di qualunque altra espressione emotiva o razionale delle persone, e direi soprattutto non è inconoscibile nonostante le universali e umanamente condivise difficoltà nella relazione.
    Hai giusto usato un termine-concetto fondamentale: là dove c’è autenticità nell’agito di una persona, c’è infatti la maggiore capacità di valutare in maniera esatta il suo stato intimo ed il suo esatto pensiero.
    Non si può sapere nulla di ciò che realmente sente una persona e di quanto una certa cosa gli pesi, nel bene o nel male, al contrario, soltanto se questa vuole chiuderla all’altro.
    Avere sensibilità e poi reazioni diverse, anche opposte, ad uno stesso evento non equivale in nessun modo a non poter conoscere, nella sostanza (a sufficienza dunque, “interamente” non occorre) ciò che accade dentro l’altro.
    Di conseguenza, ed anche – prima ancora – sulla sola base razionale della capacità di comprensione di un discorso e di produzione di uno proprio, che dovrebbe esserti cara, una reale valutazione dell’indignazione altrui è possibile eccome. Presunzione? No, direi sensatezza.

    Il suicidio comunicativo dell’azienda, come vedi, non c’è stato: ogni palata di merda la si può tranquillamente rivendere – magari – in una scatola griffata al costo di un chilo d’oro.
    La sepoltura di un altro po’ di dignità, di coerenza intellettuale e di buonsenso mi pare francamente molto più concreta e spiacevole.
    Ecco cosa mi tocca, non le sorti comunque protette di un’azienda che è parte di un mondo le cui regole non mi piacciono, ma non mi sono certo estranee.

  7. Cecilia, continua a ritenere indispensabile considerare l’episodio senza mai dimenticare che è intriso di meccanismi comunicativi tipici della pubblicità aziendale. Il buon senso, per quanto sia una bella cosa, è quasi estraneo quando si ha a che fare con questo settore. Prova ad applicarlo ad una pubblicità della Barilla: o concludi che è internamente contraria al buon senso oppure che il buon senso c’è ma a un altro livello (quello di mercato). Orbene, Guido Barilla è stato interpellato in radio in qualità di cittadino qualsiasi o di proprietario della Barilla? Direi il secondo, e questo implica che non si può prescindere dalle strategie comunicative tipiche del commercio (ed è proprio di questo che ha parlato il Barilla). Consegue che nel gioco sono coinvolti anche i consumatori.

    Allo stesso modo è sufficiente il buonsenso per vedere l’errore nel tuo sostenere che è tutto nella norma, ed è da paranoici pensare che la reazione sia stata assurda.Assurda lo sarebbe se, nella società mediatica, non esistesse un rapporto fra produttore e consumatore, se non esistesse il proposito (che la Barilla sostiene programmaticamente ed esplicitamente) che il venditore di merendine non sta solo pubblicizzando un prodotto, ma intende veicolare dei valori, sia pure a scopo di opportunismo commerciale. La realtà è che queste cose esistono e sono caratterizzanti di quel sistema, perciò resto del parere che gridare alla censura del libero pensiero è una cretinaggine nel migliore dei casi, uno sfruttamento a scopi ideologici nel peggiore.

    Il punto è che non è normale […] che si risponda con l’attacco, l’invettiva, l’insulto, la campagna di boicottaggio, che essa abbia un qualche peso o nessuno.

    Mi domando come mai questa anormalità appare solo coll’affaire Barilla e non con gli innumerevoli casi di aziende che si sono sporcate l’immagine in casi simili. Non trovo credibile il tuo ragionamento. Barilla non è il cittadino qualsiasi, è anche padrone di una multinazionale attentissima alla propria immagine. Se sbagli a comunicare, le reazioni dei consumatori sono il minimo. Non è la prima proposta di boicottaggio di un prodotto. Boicottare, nel caso in questione, vuol dire smettere di comprarlo e prenderne un altro. Cosa c’è di immorale in questo, proprio non lo capisco. L’invettiva, l’insulto… Su Twitter e Facebook ci sono, per lo più, dichiarazioni sul tipo “Addio Barilla” e cose più o meno ironiche. Ma io avrei giustificato anche espressioni come “vaffanculo alla vostra pasta di merda”. Che, forse allo spocchioso Barilla “che magino altre marche” bisognava rivolgersi con rispetto ed educazione? Stiamo parlando di una multinazionale, eh, mica di un dissidente colpito da fatwa. E comunque sono cose all’ordine del giorno nel rapporto fra comunicazione aziendale e pubblico, piaccia o no. Se non piace, si accusi tutto il sistema della comunicazione pubblicitaria invece di fare di Barilla il santino della censura. Non dico che l’hai fatto tu, e con questo rispondo a un’altra parte del tuo commento, ma parlo di altre reazioni, come anche tu parli, nel tuo post, di un tuo sentire altre reazioni.

    Non c’è bisogno di elaborate riflessioni economiche per sapere che dietro a questi concetti sta, precisamente, un condizionamento, pertanto un’imposizione.

    Questa è incredibile. Guido Barilla, patron dell’omonima azienda, vittima dei meccanismi di marketing onnipresenti in ogni multinazionale, cui viene imposto di tacere perché altrimenti perderebbe clienti. Ma la perdita di clienti chi danneggia se non lo stesso Barilla? Se gliene infischiasse davvero della sua libera espressione sui più vari temi, quale potere potrebbe imporgli di ritrattare? Come si fa a non capire che è lui stesso ad aver fatto due più due e deciso che il denaro conviene di più? Tutto il tuo discorso intende isolare dal contesto reale un Guido Barilla cittadino qualsiasi cui i cattivi hanno reagito male a quel che ha detto. No, Guido Barilla non è separabile dall’imprenditore che parla, apertamente, del suo target e non si può pretendere che il target non risponda a quel che dice. Il rapporto non è unidirezionale, l’azienda non regala niente, l’azienda vende e il consumatore, se vuole, compra e dice a tutti quanto è bella la mission della Barilla oppure non compra e dice quanto gli fa cagare.

    Certo, la scontata obiezione è che Barilla avrebbe potuto scegliere di non piegarsi e magari perdere il posto

    Barilla è proprietario di una grossa quota, assieme ai suoi fratelli possiedono almeno la metà delle azioni, non avrebbe da perdere nulla fuorché una fetta di acquirenti, cioè denaro. Non facciamone la vittima ricattabile che non è.

    ma questo non fa altro che confermare che un’imposizione c’è, per quanto culturale ed immateriale (legale ma moralmente illegittima) e non invece operata con la forza (sia essa di armi o di leggi).

    Anche questo è incredibile. A Barilla non è imposto nulla dai consumatori, questi hanno tutto il diritto di esprimere opinioni sul prodotto e sul brand; le aziende – ripeto – campano di queste interazioni perché vogliono adattarsi sempre più alle esigenze degli acquirenti. Con lo scopo di fare introiti, diciamolo, non è beneficenza. Tu ne parli come se la Barilla fosse una chiesa: poverina, non può più sostenere la sua dottrina perché i cattivi le impongono legalmente ma con illegittimità morale di cambiare opinioni e strategia. Penso che con questo si è definitivamente perso il senso della misura e della differenza.

    Di conseguenza, ed anche – prima ancora – sulla sola base razionale della capacità di comprensione di un discorso e di produzione di uno proprio, che dovrebbe esserti cara, una reale valutazione dell’indignazione altrui è possibile eccome. Presunzione? No, direi sensatezza.

    E allora non capisco proprio come fai a parlare con certezza di indignazione da quattro soldi, poiché non colgo il nesso fra il tuo giudizio e l'”agito”. A me pare che la gente si sia incazzata parecchio, pare che per te questo significhi che l’indignazione non vale nulla. Non capisco che razza di matematica tu stia applicando, a questo punto.

    La sepoltura di un altro po’ di dignità, di coerenza intellettuale e di buonsenso mi pare francamente molto più concreta e spiacevole.

    Se tu provassi a vedere la questione attraverso le “elaborate reiflessioni economiche” (ma in realtà si tratta di retorica pubblicitaria) e prendessi atto che il buon senso di cui parli è insufficiente se non addirittura fuorviante per il caso di specie, capiresti che questo discorso è fuori luogo. Tu non puoi nemmeno sapere con certezza se Guido Barilla, intervistato alla radio, abbia detto quelle cose perché ci credeva intimamente o se, invece, le ha dette perché credeva che quello volessero sentirsi dire i suoi consumatori, che quella fosse la strategia di marketing più appropriata e cosa davvero pensasse lui della famiglia fosse qualcosa di completamente differente. La coerenza intellettuale non la si chiede più nemmeno ai politici, figuriamoci chiederla a un imprenditore che deve sostanzialmente vendere della merce quanto più possibile. La maggior parte degli industriali non dichiara mai cosa pensa di temi d’attualità, non gli importa proprio farlos sapere, se e quando ne parla è perché annusa un’occasione ghiotta per attirare clientela. Credo che Barilla abbia fatto lo stesso calcolo, sottostimando la portata delle reazioni negative della clientela medesima.

    Per il resto, ti rimando a queste interessanti considerazioni.

  8. E’ ben diverso analizzare una comunicazione pubblicitaria ed una affermazione offerta da chi sì con la pubblicità opera, e sa di avere un impatto sul mercato anche quando rilascia dichiarazioni personali (ed eminentemente personali, qui, per altro non erano), ma che comunque rimane un uomo, non una macchina per confezionare slogan o risposte perfette alle interviste trappola.
    Perciò sì, il buonsenso ritengo sia esattamente ciò che emerge dalle parole di Barilla. Non sarà stato frutto della sua personalità e di schiettezza, ma piuttosto il risultato (bene o male portato avanti, soprassediamo) di un messaggio studiato ad arte? Lo considererei in tal caso un peccato (nel senso di “che peccato!”, meglio specificare, visto che più sotto, mi chiedo perché, parli di confondere un’azienda con una chiesa); tuttavia sempre di buonsenso parliamo.
    Di quel buonsenso che, di nuovo, non casualmente l’azienda in questione propone da sempre – sottotraccia – come parte di quei “valori semplici” che veicola: nulla di estraneo alla sua strategia, dunque, al contrario; nulla di più diverso da una forzata e non necessaria separazione maldestra tra opinione personale e indirizzo aziendale.

    Detto ciò, che è il punto importante della discussione, mi suggerisci che una pubblicità Barilla è internamente contraria al buonsenso, funzionando soltanto secondo un criterio di narrazione fittizia ed irreale.
    Io ti dico che invece no, non trovo i contenuti dei loro messaggi pubblicitari, in genere (non parlando ora di un singolo spot) contrari al buonsenso.
    Forse, considerando quanto incredibili trovi le mie argomentazioni, contraria al buonsenso ti suono io?
    Eventualmente, mi sta bene.

    Non vedo cosa c’entri il rapporto, ovviamente esistente, tra produttore e consumatore.
    Non lo nego, nè nego vi possano essere reazioni di disappunto, come le chiami, in proposito.
    Ho ben evidenziato però come vi sia stato e ancora vi sia tutt’altro genere di reazione.
    In merito trovo utile riprendere quel che scrivi in questo commento, da Berlicche:
    Dunque avrebbero dovuto restare zitti per non dare a te l’impressione di essere oppresso dall’esternazione di opinioni e propositi che non condividi?
    Non è questo (che poi sarebbe appunto censura, di cui ribadisco non ho parlato se non facendo riferimento a ciò che tu, non altre fonti, avevi scritto) che si pensa nè si chiede.
    Possono i singoli, consumatori e anche non, esprimere un qualsivoglia giudizio o posizione rispetto alle affermazioni di Barilla? Ovvio che sì.
    Possono gli stessi esprimere giudizi e opinioni in merito privi di senso e fondamento? Ancora sì.
    Possono farlo pretendendo al contempo di assumere il ruolo della parte offesa, in ogni senso (e quanto duramente offesa!), contro tutto e tutti – perché altrimenti, senza fallo, si è omofobi o reazionari o Dio sa cosa? Assolutamente no.
    E, se è facile replicare ad un Vecchioni, personaggio noto e pubblico che pubblicamente dà del cretino a Barilla che il cretino è piuttosto lui; non altrettanto facile è confrontarsi con le dinamiche dell’opinione pubblica (che è di più della somma dei singoli più o meno concordi con l’idea che Barilla abbia detto cazzate).
    Però quanto meno si prova a farsene, e a dare, un’idea. Io la penso, sostanzialmente, come Enrico:
    […]quello che è successo a Barilla prescinde da considerazioni aziendali e di marketing: semplicemente le affermazioni di Barilla oggi non sono più considerate (da molti media) accettabili, sono oscene, intollerabili, e non possono essere fatte senza poi diventare oggetto di un fuoco di fila di insulti e rampogne varie che costringono infine alla rettifica. Pensa al caso della Isinbaeva agli ultimi mondiali di atletica, per esempio; lei non aveva interessi aziendali da difendere, e si era limitata ad affermare un’ovvietà, ossia che ogni paese ha le sue regole e tradizioni e che chi è ospite è tenuto a rispettarle (anche se non le condivide) e questo vale pure per le questioni gay; poi è stata costretta alle solite maldestre, ma necessarie, precisazioni, in cui di fatto non ha arretrato di un millimetro dalla propria posizione, limitandosi a dire che è contro le discriminazioni sulla base delle preferenze sessuali, ma intanto i media hanno potuto titolare felici sulla sua abiura e che quindi è tutto a posto e che quello che DOVEVA essere ritrattato è stato ritrattato. Ebbene, in quell’episodio dove stava il marketing? E’ davvero solamente una questione di interessi economico-aziendali e di campagne di comunicazioni più o meno riuscite?

    Proseguo rispondendo a quanto hai scritto nel commento qui.
    Mi domando come mai questa anormalità appare solo coll’affaire Barilla e non con gli innumerevoli casi di aziende che si sono sporcate l’immagine in casi simili.
    Avrei bisogno che mi indicassi (sommariamente) a quali altri casi ti riferisci, e se intendi “sporcarsi l’immagine” in incidenti in cui c’era di mezzo la comunità omosessuale, i suoi diritti ecc., oppure ad es. a casi di violazione dei diritti umani (come quello, relativo all’estrazione di coltan, linkato da Fontana a sua volta linkato nel post da me). Per capire.
    In entrambi e in altri eventuali casi, ti poni una domanda che di nuovo non si confronta con me ma con la mappa mentale che ti stai facendo di questo affaire e delle varie questioni che vi ruotano attorno.
    Diversamente non affermeresti un falso come “questa anormalità appare solo in questo caso”. E non puoi riferirlo all’impressione generale o rispetto ad altri scriventi che ti stai facendo, perché io ho parlato di anormalità, è a me che stai rispondendo, ed è a me che devi fare riferimento.

    La materia del contendere qui non è una visione tradizionalista della famiglia, affine alle parole di Barilla, versus una innovatrice, aperta o come la si voglia chiamare e “quindi” avversa.
    Si tratta di scegliere se avallare un modo di essere, di comprendere la realtà e di rispondervi dignitoso, onesto e rispettoso, oppure mediocre, vuoto. Da quattro soldi, come scrivevo.
    Non è l’indignazione in sè che non vale nulla, è l’indignazione immotivata, sproporzionata e mal diretta che merita di venir almeno chiamata tale.
    Non matematica, ma… buonsenso. Toh.
    Un’idea lontanissima dal dare, scioccamente, valore solo all’indignazione che piace a me; fondata su un desiderio di valorizzare la stoffa / pasta umana di qualità, e disprezzare, senza con ciò mancar di rispetto, a quanto giudico a buon diritto idiota, disumano, indegno.
    Che, forse allo spocchioso Barilla “che magino altre marche” bisognava rivolgersi con rispetto ed educazione?
    Eccome. Perché non c’è spocchia nè nella frase, che presa per intero non veicola spocchia ma ragionevolezza, nè nei toni. Sempre al discorso di fondo si torna.

    Di seguito, parli di “vittima”, e per di più “ricattabile”. Ma io non ne ho mai parlato, perché lo considero parte offesa, costretto (e non solo per via delle note dinamiche del commercio, ma anche nondimeno a causa della stupidità diffusa) ad un’ingiusta perdita; ma non certo una “povera vittima” presa di mira dai “cattivi”.
    Guido Barilla non è separabile dall’imprenditore che parla, apertamente, del suo target. Maddai? Pare proprio ciò che ho detto io.

    La coerenza intellettuale non la si chiede più nemmeno ai politici, figuriamoci chiederla a un imprenditore che deve sostanzialmente vendere della merce quanto più possibile.
    E questo è male.
    Ma non va scordato che, in discreta parte, la coerenza, l’onestà e l’integrità non si ottengono proprio perché non si chiedono.
    Cosa frequente, ma per niente normale o positiva.
    E questo sul piano generale.
    Sul piano particolare, oltre a quanto già detto più su, è ovvio che non posso conoscere intimamente le intenzioni di Barilla; anche se è lecito porre attenzione a ciò che è possibile conoscerne attraverso contenuti e modalità della dichiarazione, ed anzi è doveroso attenersi a questi per esprimere un giudizio non campato per aria e sull’umore del giorno. Si può e si deve, pena essere giustamente deprezzati e privati di tanta più stima quanto più ci si accanisce.
    E’ evidente, però, che pur detestando le logiche e molti effetti di quello che ritengo si possa correttamente nominare capitalismo consumistico; mi è impossibile andar giù piatta e assumere che, siccome ‘sto Barilla è professionalmente, anche in contesti non prettamente professionali come un’intervista, al servizio di un determinato scopo aziendale di vendita, allora indubbiamente agisca per calcolo. Non è logico nè normale, è disumano. Puntare a proteggere e far amare un marchio non è cosa antitetica e incompatibile con il proteggere la propria integrità, agire onestamente, e – aridaje – con buonsenso. Si può liberamente scegliere di calpestare tutto questo, ma non vi si è costretti da una natura intrinseca del commercio, nemmeno nel concreto contesto in cui ci troviamo noi, oggi. E’ anche questa idea errata che contribuisce fortemente a danneggiare persone, aziende e intere società.
    Immagino che a te appaia errata questa mia.
    Se è così, pazienza. Prendiamone atto.

    Spero di non aver lasciato una montagna di refusi dietro di me, come prima.
    Ah, e il link finale a dove avrebbe rimandato?

  9. Cecilia,

    ma che comunque rimane un uomo, non una macchina per confezionare slogan o risposte perfette alle interviste trappola.

    Non dovresti spogliare tutto il contesto effettivo per trovarvi solo l’uomo nudo ed ergerlo a elemento preponderante. Si devono mettere nel piatto gli elementi importanti. Enumero:
    1. Laura Boldrini fa una dichiarazione demenziale sul ruolo della donna nelle pubblicità e suscita commenti.
    2. Cruciani invita Barilla, in qualtà di imprenditore di un’azienda di prodotti alimentari, a esprimersi sul ruolo della casalinga negli spot pubblicitari.
    3. Barilla si esprime in merito alle sue pubblicità, ai valori della Barilla, si vanta di aver fatto uno spot con “la cinesina che succhia lo spaghetto” e altre amenità.
    4. Cruciani lo punzecchia e gli chiede se la Barilla farebbe mai uno spot con una famiglia omosessuale.
    5. Barilla dice, tra l’altro: No. Diciamo che noi abbiamo una cultura vagamente differente. Per noi, il concetto di famiglia sacrale rimane uno dei valori fondamentali dell’azienda. La salute, la famiglia, il concetto di famiglia… No, non lo faremo [lo spot] perché la nostra [concetto aziendale] è una famiglia tradizionale… Se gli piace [agli omosessuali] la nostra comunicazione [la pasta] la mangiano, se non gli piace [la pasta] e non gli piace quello che diciamo faranno a meno di mangiarla e ne mangeranno un’altra. Uno non può piacere sempre a tutti. Non lo farei [lo spot], non per mancanza di rispetto agli omosessuali che hanno diritto di fare quello che vogliono senza disturbare gli altri. Ma perché non la penso come loro e la famiglia a cui ci rivolgiamo noi è comunque una famiglia classica… Io rispetto tutti, che facciano quello che vogliono senza infastidire gli altri.

    Ora, mi pare chiaro che nelle dichiarazioni di Guido Barilla l’imprenditore parli in modo preponderante, non parla per sé in quanto uomo qualsiasi, parla dei valori dell’azienda, che possono coincidere con i suoi oppure no, non lo sappiamo, ma parla soprattutto a nome del marchio. Ubi maior minor cessat.

    Perciò sì, il buonsenso ritengo sia esattamente ciò che emerge dalle parole di Barilla.

    Dalle parole di Barilla emerge la strategia comunicativa della Barilla. Non credo si possa sostenere che il buon senso stia nei contenuti, perché non è cattivo senso pensarla diversamente da Barilla in merito a questi. Se il buon senso di cui parli è quello che rientra nei meccanismi pubblicitari, a un livello diverso, allora il discorso va impostato diversamente da come l’hai fatto tu isolando l’uomo in un discorso dove l’uomo parla da imprenditore.

    Di quel buonsenso che, di nuovo, non casualmente l’azienda in questione propone da sempre – sottotraccia – come parte di quei “valori semplici” che veicola

    Allora lo vedi che parli dei contenuti? Ora, sui contenuti della Barilla nessuno può dare patenti di buonsenso, vorrei proprio vedere chi ne ha l’autorità.

    Detto ciò, che è il punto importante della discussione, mi suggerisci che una pubblicità Barilla è internamente contraria al buonsenso, funzionando soltanto secondo un criterio di narrazione fittizia ed irreale.

    No. Non ho detto che vi sia soltanto finzione. Ma che le strategie comunicative (finzione, idealizzazione, semplificazione) sono l’elemento preponderante in una comunicazione pubblicitaria del tipo usato dalla Barilla.

    Forse, considerando quanto incredibili trovi le mie argomentazioni, contraria al buonsenso ti suono io?
    Eventualmente, mi sta bene.

    Non trovo che siano insensate, trovo che siano volutamente impoverite del contesto essenziale, la comunicazione pubblicitaria, per far apparire le dichiarazioni di Barilla come quelle di una persona che non è, anche, il patron di un’azienda. C’è un senso e uno scopo, c’è una retorica visibile, in quello che dici, è uno scopo che ignora molta parte della complessità reale così da poter sostenere una tesi improbabile.

    Non vedo cosa c’entri il rapporto, ovviamente esistente, tra produttore e consumatore.

    È essenziale, questo rapporto. Finché non lo consideri in tutta la sua portata, non ci troveremo d’accordo neanche un po’. Ed è essenziale perché sia le dichiarazioni di Barilla sia le reazioni dei consumatori (pro o contro) hanno senso soprattutto entro il rapporto azienda-acquirente. Se le stesse parole di Barilla le avesse dette un geometra, una sismologa, un prete, non avrebbero suscitato nessuna reazione da parte dei consumatori. Perché consumatori? Perché tutta la reazione gira attorno a cosa fare dei prodotti Barilla. Più lampante di così.

    Possono farlo pretendendo al contempo di assumere il ruolo della parte offesa, in ogni senso (e quanto duramente offesa!), contro tutto e tutti – perché altrimenti, senza fallo, si è omofobi o reazionari o Dio sa cosa? Assolutamente no.

    Io credo di sì e non si capisce perché “assolutamente no”. Tra l’altro, prova a farti un giro su Twitter e Facebook: il dissenso verso Barilla si è espresso per mezzo di dichiarazioni del tipo “Addio Barilla, non compro la vostra pasta” e ironici fotomontaggi. Violenza, aggressività? Per favore…

    Se sei d’accordo con Enrico, allora vale anche per te ciò che gli ho risposto.

    Avrei bisogno che mi indicassi (sommariamente) a quali altri casi ti riferisci, e se intendi “sporcarsi l’immagine” in incidenti in cui c’era di mezzo la comunità omosessuale, i suoi diritti ecc., oppure ad es. a casi di violazione dei diritti umani (come quello, relativo all’estrazione di coltan, linkato da Fontana a sua volta linkato nel post da me). Per capire.

    Io vorrei capire perché proprio la comunità omosessuale e non, in generale, la reazione indignata dei consumatori ai passi falsi comunicativi di un’azienda. Io non sto difendendo il diritto all’indignazione da parte degli omosessuali, parlo del rapporto produttore-consumatore in generale.
    Se vuoi esempi di aziende che hanno ritirato spot perché hanno offeso una qualche comunità o perché ritenuti razzisti, te li posso citare (te ne avevo già indicato due recenti), a dimostrazione che le reazioni dei consumatori sono cose all’ordine del giorno e nessuno grida all’imposizione del pensiero unico o altre sciocchezze.
    Siccome per Enrico, e per te a questo punto, pare che il problema sia che sono gli omosessuali a essersi indignati, come se solo a loro fosse disdicevole farlo in questi contesti all’ordine del giorno, mi viene il forte sospetto che tutta la retorica della difesa della libera espressione sia solo uno strategemma spregevole, perché è l’espressione di chi, omosessuale o gay friendly, a infastidire. E allora, spiacente, non è credibile tutta questa difesa di Barilla, è strumentale e ideologica in una situazione in cui il tema omosessualità e diritti civili è molto dibattuto.

    Diversamente non affermeresti un falso come “questa anormalità appare solo in questo caso”. E non puoi riferirlo all’impressione generale o rispetto ad altri scriventi che ti stai facendo, perché io ho parlato di anormalità, è a me che stai rispondendo, ed è a me che devi fare riferimento.

    Sto rispondendo a te come pure ad altri che hanno usato lo stesso termine o il suo complementare: Enrico, di cui tu sottoscrivi la posizione, mi pare di capire, parla di “esagerazione”, che interpreto come qualcosa di “fuori norma”. In ogni caso, sei tu stessa a chiedermi, poco prima, di casi in cui sono coinvolte le comunità omosessuali. Vuol dire che per te l’anormalità è tutta dipendente dalla questione specifica, non dai suoi caratteri generali. Oppure ti sei espressa male e volevi fare un discorso generale sull’emotività che monta nei rapporti consumatore-produttore? Non credo, visto che per te questo rapporto non vedi cosa c’entri. Non si può nascondere l’ipocrisia fino a questo livello. È una cosa durissima da dire, ma va detta.

    Si tratta di scegliere se avallare un modo di essere, di comprendere la realtà e di rispondervi dignitoso, onesto e rispettoso, oppure mediocre, vuoto. Da quattro soldi, come scrivevo.

    Insomma, per te è una questione di educazione della società a tenere un registro sobrio. Una moralizzazione dei costumi comunicativi, se vogliamo. Ecco, di tutte le occasioni innumerevoli e diverse, è il fatto Barilla a rappresentare la gravità? Ma se è tutto un ridacchiare, fare fotomontaggi e dire che si comprerà un’altra pasta… Si è parlato di una violenza, di un’aggressività che a bene vedere non c’è. Ora mi aspetto un discorsetto sull’aggressività che può essere sottile e impercettibile. Meglio di no, perché so già come distruggere questo risibile argomento.

    Non è l’indignazione in sè che non vale nulla, è l’indignazione immotivata, sproporzionata e mal diretta che merita di venir almeno chiamata tale.

    Parere tuo nel ritenerla immotivata, sproporzionata e mal diretta. L’indignazione, comunque, è fatta anche di questo, è cosa viscerale. O si nega ogni valore all’indignazione o la si accetta per quello che è. Mettersi a fare le distinzioni è solo questione di parrocchia, perché, ripeto, la matematica non è adatta a quantificare e il buonsenso di cui parli è il buonsenso secondo chi si è indignato oppure no. Guai a logicizzare il sentimento.

    Un’idea lontanissima dal dare, scioccamente, valore solo all’indignazione che piace a me; fondata su un desiderio di valorizzare la stoffa / pasta umana di qualità, e disprezzare, senza con ciò mancar di rispetto, a quanto giudico a buon diritto idiota, disumano, indegno.

    È un giudizio di valore, per quanto tu vi abbia introdotto desiderio, stoffa, pasta, qualità, diprezzo, rispetto, idiozia, disumanità e indegnità, tutte queste cose non sono lì a mostrarsi nella loro oggettività: tutti quei termini sono molto soggettivi, prendine atto.

    Eccome. Perché non c’è spocchia nè nella frase, che presa per intero non veicola spocchia ma ragionevolezza, nè nei toni. Sempre al discorso di fondo si torna.

    È una frase che suona identica a “che mangino brioches”. E così è stata, giustamente, intesa. Anche la ragionevolezza di cui dici può essere spocchiosa. In ogni caso, Barilla invita a non comprare la sua pasta se non piace la sua comunicazione. Benissimo, se è ragionevole quello che dice, fa fatto. E così è stato.

    Ma io non ne ho mai parlato, perché lo considero parte offesa, costretto (e non solo per via delle note dinamiche del commercio, ma anche nondimeno a causa della stupidità diffusa) ad un’ingiusta perdita

    Parte offesa? Da cosa, di grazia? Non era diritto del consumatore bla bla bla? La perdita sarebbe ingiusta, per esempio, se qualcuno mettesse in giro una voce falsa sulla qualità delle materie prime della Barilla. Ma non ingiusta la perdita se è l’effetto diretto di un errore di comunicazione dell’azienda stessa. Davvero non capisco come fai a non arrivarci. Da sempre le aziende si preoccupano di non suscitare indignazione presso i consumatori. Chiediti perché. Sono proprio le dinamiche commerciali a fare la differenza. La stupidità diffusa non c’entra e comunque non la si può evocare in modo unilaterale, perché se c’è una stupidità diffusa (cui contribuiamo anche tu ed io, non dimentichiamolo) questa è altresì sfruttata dalle sullodate strategie commerciali: in altre parole, è un elemento così anarchico che non si può dire che danneggi soltanto il produttore. E comunque è la stessa stupidità di chi, dopo l’affaire Barilla e proprio a causa di questo, si ripromette di comprare il prodotto con più soddisfazione. Se c’è stupidità, essa è ambivalente.

    Pare proprio ciò che ho detto io.

    Però ti meravigliavi del rapporto produttore-consumatore nel contesto della comunicazione pubblicitaria…

    Ma non va scordato che, in discreta parte, la coerenza, l’onestà e l’integrità non si ottengono proprio perché non si chiedono.

    Io credo che il consumatore ragioni così: finché non si esprime, non mi interessa sapere quali cose pensa Barilla o un altro marchio sulla famiglia non come target commerciale ma come istituto civile. Ma nel momento in cui si esprime in questi termini, è inevitabile che vi saranno conflitti fra gli interessi aziendali e l’espressione di Guido Barilla uomo. A lui interessano entrambe le cose, non lo costringe nessuno, sono le SUE ragioni di opportunità a suggerirgli cosa fare. In questa situazione, io non me la sentirei di chiedergli una coerenza improbabile: molti hanno lamentato che Barilla abbia fatto un passo indietro, che si sia compromesso, che abbia ceduto. Che cosa esprimno questi commenti? Che Barilla dovrebbe rinunciare al suo guadagno pur di difendere una posizione ideologica di cui non si conosce nemmeno la genuinità. Non sarebbe anche questa una pressione?

    è doveroso attenersi a questi per esprimere un giudizio non campato per aria e sull’umore del giorno

    Se consideriamo che Barilla prima afferma una cosa, indi si scusa, poi dice che inviterà in azienda le associazioni che rappresentano l’evoluzione della famiglia e di cui ha molto da imparare, io ne deduco che dietro a tutto questo c’è, principalmente, il desiderio di conservare il buon nome del brand e correre ai ripari per tamponare gli effetti di un infortunio comunicativo. E deduco anche che a Barilla importa molto di più questo aspetto piuttosto che i suoi intimi pensieri sull’istituto famigliare. E secondo me la sua è una scelta assolutamente lecita e non mi sento di chiedergli alcuna coerenza con valori che non so fino a che punto lui ritiene sinceramente veri. Perciò mi pare assai più pretenzioso chiedergli coerenza fino alla fine.

    assumere che, siccome ‘sto Barilla è professionalmente, anche in contesti non prettamente professionali come un’intervista, al servizio di un determinato scopo aziendale di vendita, allora indubbiamente agisca per calcolo. Non è logico nè normale, è disumano

    È disonesto che tu mi risponda mettendo parole come “indubbiamente agisca per calcolo”, perché io non l’ho mai sostenuto, ho detto che “tu non puoi nemmeno sapere con certezza” se ha agito per calcolo e fino a che punto. Ho espresso un dubbio legittimo, un dubbio corroborato dalle dichiarazioni di Barilla ex-ante ed ex-post la polemica. Dubbio corroborato, se l’italiano è ancora valido, significa che non è certo che Barilla abbia parlato a cuore nudo e nemmeno che che sia tutto un calcolo.

    Puntare a proteggere e far amare un marchio non è cosa antitetica e incompatibile con il proteggere la propria integrità, agire onestamente, e – aridaje – con buonsenso.

    Qui l’antitesi non c’entra. Il ragionamento aziendale che Barilla ha fatto è quello dei costi e dei benefici. Secondo il risultato, uno decide cosa fare. Finché non entrano in gioco problemi etici (es. la mia azienda ha una compartecipazione attiva con i produttori di armi) o di sicurezza alimentare (es. sui biscotti mi costa di meno mettere la paraffina al posto della cera di carnauba) o altre questioni analoghe, a me sembra lecito che un’azienda ragioni anche così. Ma poi, il buonsenso è qualcosa di molto approssimato, non è granché chiaro cosa significhi e se sia davvero possibile metterlo in pratica in modo univoco. Più che uno strumento, sembra un vago indirizzo se non addirittura una parola retorica. Non basta affastellare nella sua definizione concetti altrettanto sfumati per cristallizzarlo in una luce distinta.

    Si può liberamente scegliere di calpestare tutto questo, ma non vi si è costretti da una natura intrinseca del commercio, nemmeno nel concreto contesto in cui ci troviamo noi, oggi.

    Ma appunto! Visto che Barilla non è costretto dal dio del commercio, come si fa a dire che è stato costretto da qualcun’altro a scusarsi? L’eventuale perdita di acquirenti non lo costringe, ma se si scusa è perché probabilmente ritiene che la perdita sia cosa maxime indesiderabile, che il guadagno è più importante. Questa scelta l’ha fatta lui e non ho niente da ridire o da giudicare perché, nello specifico, non mi danneggia né mi indigna.

    E’ anche questa idea errata che contribuisce fortemente a danneggiare persone, aziende e intere società. Immagino che a te appaia errata questa mia. Se è così, pazienza. Prendiamone atto.

    Non dico che sia errata, è che non la condivido nella sua idealità. Credo che si debba stare più coi piedi per terra, non per cinismo ma per non rinunciare a un concreto senso della complessità del reale.

    Il link era questo..

    Buona giornata.

  10. Vado commentando quel che scrivi nell’ordine in cui l’hai scritto.

    Non dovresti spogliare tutto il contesto effettivo per trovarvi solo l’uomo nudo ed ergerlo a elemento preponderante.
    Non dovrei, hai ragione, e non l’ho fatto. Ho forse scritto un’ovvietà, ovvero che per quanto ciascuno possa, parlando, porsi degli obiettivi, per quanto lucido ed aggressivo egli sia nel portarli avanti rimane portatore di tutta una serie di modi di essere che gli appartengono in quanto uomo. Nè un asettico ripetitore di slogan aziendali, nè un tenero ed innocente agnellino, quale pensavi erroneamente che io lo ritenessi.
    Vogliamo andare avanti a rimpallarci quale sia la giusta immagine da avere di Barilla?
    Torni appena sotto a parlare del fatto che Barilla si stava esprimendo come imprenditore e non a titolo personale, cosa che:
    a) non ho smentito;
    b) non contraddice quanto ho nuovamente spiegato essere il mio pensiero.
    Dunque? Ti chiedo, ancora: vogliamo capirci ed arrivare ad un punto o vogliamo ripetere senza scopo e senza capirci le medesime cose?

    Dalle parole di Barilla emerge la strategia comunicativa della Barilla.
    E ho forse sostenuto, io, qualcosa di diverso?
    Anzi, a maggior ragione, ho sostenuto che quella di rappresentare il buonsenso (ed altro: i valori dell’integrità e dell’autenticità, della condivisione, dell’unità) sia appunto la loro strategia, e che – coincida questa con la personalità di Barilla persona, o meno, e sia dunque più o meno studiata – queste precise cose sono emerse nelle sue parole.

    Non credo si possa sostenere che il buon senso stia nei contenuti, perché non è cattivo senso pensarla diversamente da Barilla in merito a questi.
    Impostazione errata.
    Vedi ciò che ho scritto appena sopra.
    E’ “cattivo senso” contestare Barilla perché quest’ultimo non ha affatto espresso idee sulle quali si può essere in disaccordo, ha espresso la posizione dell’azienda in merito e questa e quell’altra cosa. Il che è per definizione incontestabile, indiscutibile. L’ha fatto per giunta senza mancare di rispetto a chi s’è sentito non rispettato – legittimo il sentire, che va riconosciuto reale, altrettanto legittimo affermare senza se e senza che non ha fondamento.
    Il gay-friendly che s’indigna perché Barilla ha espresso una opinione offensiva degli omosessuali sbaglia due volte: non è un’opinione, non è offensiva.

    Il buonsenso non è un’opinione, che ti piaccia o meno. Vi si può liberamente aderire oppure no, ma – pur avendo come tutte le umane cose confini non esattamente definiti ma da tracciare – rimane un concetto con contenuti, significati e tratti propri che gli appartengono, che ne fanno la sostanza.
    Il buonsenso può essere ciò che ciascuno, personalmente, ritiene tale, ma esclusivamente entro ben determinati confini. Come d’altra parte ogni concetto… cercare di impedire di definirlo e indicarlo è un’operazione o estremamente folle o estremamente meschina.
    Chi può dare patenti di buonsenso?, vorrei proprio vedere chi ne ha l’autorità.
    La risposta è tanto semplice quanto inequivocabile: chiunque condivida con la comunità umana questo concetto culturale, e l’abbia correttamente interiorizzato o assimilato nel caso provenga da una cultura cui non appartiene.
    Se ci mettessimo ogni due per te a discutere su chi può e non può permettersi di dire il significato di termini e concetti usati, di confermare o negare che siano stati correttamente utilizzati, non solo si sarebbe nel caos e nella pappa cerebrale, ma saremmo persone con tutte le capacità necessarie per un’attività intellettuale brillante che preferiscono impantanarsi in problemi inesistenti.
    Chi ama spaziare nella varietà del pensiero e dell’interpretazione deve certamente preservarsi dal mettere in dubbio la validità di ogni pensiero e di ogni interpretazione. Avrebbe un metodo non cauto ma stagnante di approcciare il reale, e somiglierebbe ad un’analisi di laboratorio: necessaria ma zoppicante senza l’esame obiettivo della patologia. I singoli dati, purificati e protetti da qualsiasi lettura dell’evento reale, sono spazzatura. Così pretendere che nessuno abbia la chiave per interpretare un’idea o un fenomeno non protegge la realtà dagli abusi, la mortifica soltanto.

    Se il buon senso di cui parli è quello che rientra nei meccanismi pubblicitari, a un livello diverso, allora il discorso va impostato diversamente da come l’hai fatto tu isolando l’uomo in un discorso dove l’uomo parla da imprenditore.
    Come ho già spiegato, non mi riferisco a questo; ma anche in tal caso non trovo sensato nè possibile isolare alcunché in maniera netta, non nella situazione in esame.

    […]le strategie comunicative (finzione, idealizzazione, semplificazione) sono l’elemento preponderante in una comunicazione pubblicitaria del tipo usato dalla Barilla.

    E’ chiaro. Ma non è altrettanto chiaro perché e come la semplificazione e l’idealizzazione, che non sono semplicismo e idealità astratta, debbano necessariamente privare il messaggio di un buonsenso di fondo, o di qualunque altra caratteristica si voglia evocare, realmente esistente.
    L’idealizzazione espressa da uno spot può ben essere nella sostanza, nel core che prescinde dalla superficie zuccherosa / brillante / giovanilistica ecc., il punto d’arrivo di una medesima realtà; molto più complessa in quanto tale, ma non contrapposta a quanto viene suggerito. Solo, con un livello di complessità, appunto, e di perfettibilità differente.
    S’intende: non sto sostenendo che la pubblicità in sè e per sè, e ogni pubblicità, abbia tale caratteristica e magari sia persino congegnata per averla. Più semplicemente, credere che tutta la comunicazione pubblicitaria poggi sulla finzione è altrettanto ingenuo del credere che non vi poggi per nulla, ed abbia di fondo scopi elevati.
    Non foss’altro perché in tal modo lo spot funziona meglio…
    Detto questo, mi sono rivista – tanto per gradire, e per farmi venire fame – alcuni spot della Barilla a casaccio. Confermo la mia risposta: sì, ci trovo i valori già citati, realisticamente rappresentati al di là di qualsiasi semplificazione possibile, tendenzialmente più che negli spot di altre aziende.

    C’è un senso e uno scopo, c’è una retorica visibile, in quello che dici, è uno scopo che ignora molta parte della complessità reale così da poter sostenere una tesi improbabile.
    Immagino che questa frase sia impersonale, riferita ancora alle dichiarazioni di Barilla.

    Se le stesse parole di Barilla le avesse dette un geometra, una sismologa, un prete, non avrebbero suscitato nessuna reazione da parte dei consumatori. Perché consumatori? Perché tutta la reazione gira attorno a cosa fare dei prodotti Barilla. Più lampante di così.
    Nemmeno per scherzo, Sho. Mi auguro che la tua sia una provocazione, che non lo pensi realmente.
    E quanto ho riportato nel precedente commento, delle parole di Enrico, ne spiega il motivo.
    Scrivevo “non vedo cosa c’entri il rapporto produttore – consumatore” non certo per dire che esso non ha alcun valore, ma per dire che non ne ha nel caso specifico, considerato come ripeto che non si è avuto qui – come in altre occasioni – una banale espressione di disappunto, legittimata (usavo questa forte espressione, “moralmente legittima”) da un motivo preciso e valido, si è avuto una reazione lecita ma, inderogabilmente, insensata e che si colloca nella scia di un’opinione pubblica anti-omofoba, mi si scusi il brutto termine, che pretende di poter deformare ed allargare fuori misura il concetto di omofobia, nonché di sfruttarlo impunemente in qualsiasi circostanza, vera o presunta, ne si ravvisi il crimine.
    Prima ancora, si è avuta una dimostrazione di quanto la logica, l’intelligenza e la coerenza anche solo linguistiche minime si rivelino mancanti. Ovvero, di quanto una forma di buonsenso indispensabile a dare senso ai rapporti, e dunque all’esistenza stessa, sia carente.

    Io credo di sì e non si capisce perché “assolutamente no”. Tra l’altro, prova a farti un giro su Twitter e Facebook: il dissenso verso Barilla si è espresso per mezzo di dichiarazioni del tipo “Addio Barilla, non compro la vostra pasta” e ironici fotomontaggi. Violenza, aggressività? Per favore…
    … perché no? Perché è sbagliato. E che forse non esiste nulla di sbagliato al mondo?
    Per il resto, brevemente, rileggimi: un attacco ad una persona e/o alle sue parole privo di motivo, talvolta sproporzionato all’evento e non limitato alla circostanza reale ma portato come esempio di bruttezza morale riferibile ad un vasto portato culturale, quello che vuole il gay o gay-friendly, come accenni di seguito, bello, giusto e intoccabile (punto e basta!), se non è violento, e molto più di una manganellata, non saprei cosa sia.
    Lo trovi un argomenti risibile, come leggo più sotto? Pazienza. Il tuo trovarlo risibile non lo cancella, purtroppo.
    Se tutto ciò ti suona retorico ed ideologico non può stupirmi, ovviamente, perché effettivamente suona tale. Suona, ma non è.
    Forse se in queste occasioni si parla di pensiero unico ed in altre no, solo per restare nel discorso perchè non è certo un tema che riguardi le sole aziende, può essere perché in queste occasioni il pensiero unico si manifesta ed in altre no.
    Non solo: del tutto lecitamente, ogni singolo può interessarsi di una tematica e non di altre, ciò non significa che applichi un doppiopesismo. E visto che tu parli e domandi a me, non sei libero di assimilarmi alla massa astratta di persone che scattano se punte sul vivo, ma tacciono quando vengono punti gli altri, che credi essere incarnata dai cristiani.
    Che le comunità, le loro istanze ed il loro modo di rapportarsi alla realtà non siano tutti equivalenti fra loro mi pare pacifico.
    Dunque? Se trovo che molte battaglie portate avanti da una comunità omosessuale più mediatica ed eterea che rappresentativa e concreta siano davvero ideologiche ed aggressive, ed altre battaglie in merito ad altre, magari altrettanto cocenti, questioni non lo siano, perché dovrei assumere nei due casi il medesimo atteggiamento?
    Questo è quanto.

    Sto rispondendo a te come pure ad altri che hanno usato lo stesso termine o il suo complementare: Enrico, di cui tu sottoscrivi la posizione, mi pare di capire, parla di “esagerazione”, che interpreto come qualcosa di “fuori norma”. In ogni caso, sei tu stessa a chiedermi, poco prima, di casi in cui sono coinvolte le comunità omosessuali. Vuol dire che per te l’anormalità è tutta dipendente dalla questione specifica, non dai suoi caratteri generali.
    Io ho voluto metterlo in chiaro e corsivare perché tu sei libero di estendere il discorso anche a cose dette altrove da altri (come pure, in una sola e precisa occasione ossia con riferimento alle parole di Enrico, anch’io ho fatto), ma solo se precisi che queste vanno oltre quanto io ho affermato nel post o nei commenti.
    Non perché mi sento il centro del mondo, ma perché diversamente il discorso non è più chiaro nè onesto, e non va dato per scontato che si capisca ogni riferimento e se ne voglia parlare.
    Dunque qui rispondi a me, non ad altri. E’ una regola ovvia e necessaria, considerata anche la mole di cose dette.

    Dopodiché ti ho chiesto di esplicitare meglio il tuo pensiero, ed a quali circostanze di offese “passate sotto silenzio” ti riferissi, SE a casi in cui è coinvolta la comunità omosessuale O ad altri.
    E’ ovvio che abbia citato la comunità omosessuale, perché in questo caso essa è di fatto coinvolta: non è un centrare tutto su di essa, come se la cosa neppure la riguardasse ma io volessi tirarla a tutti i costi in ballo, è un prendere atto dei fatti.

    A proposito dell’anormalità delle reazioni, invece, ti debbo chiedere se mi stai prendendo in giro, mettendo alla prova per vedere quanto a lunga reggo o che altro.
    Ho spiegato in maniera sufficientemente chiara, e ne dai prova tu stesso più sotto, quale sia per me l’anormalità, che non solo non si concentra tutta sulla questione omosessuale (tanto per rivalutare un termine putroppo svilito dal nazismo), ma le è persino estranea.

    Insomma, per te è una questione di educazione della società a tenere un registro sobrio.
    Una moralizzazione dei costumi comunicativi, se vogliamo.
    Ecco, di tutte le occasioni innumerevoli e diverse, è il fatto Barilla a rappresentare la gravità?

    Non proprio una questione di moralizzazione dei costumi comunicativi, più una questione di moralizzazione dei rapporti, dalla quale determinati stili comunicativi discendono e tendono a prevalere, tanto quelli sobri quanto quelli più profondamente impulsivi ed aggressivi, per nulla emendati.
    Il fatto Barilla non rappresenta una particolare gravità, grave è nella mia ottica che si ripeta e si approfondi quanto ho individuato come un impoverimento nella direzione del qualunquismo e dell’insipienza dei comportamenti.

    Parere tuo nel ritenerla immotivata, sproporzionata e mal diretta.
    L’indignazione, comunque, è fatta anche di questo, è cosa viscerale.
    O si nega ogni valore all’indignazione o la si accetta per quello che è.
    Mettersi a fare le distinzioni è solo questione di parrocchia, perché, ripeto, la matematica non è adatta a quantificare e il buonsenso di cui parli è il buonsenso secondo chi si è indignato oppure no.
    Guai a logicizzare il sentimento.

    Parere tuo ritenerlo un parere, parere errato, per altro: come ripeto spesso, il discorso (nella fattispecie in lingua italiana) ha una sua logica ed una sua oggettività, non può essere sempre e comunque letto da ciascuno in un modo differente, a piacere. E nel discorso di Barilla non c’è affatto ciò che i contestatori pretendono vi sia. Cosa oggettiva è, come direbbero dalle tue parti, se non erro.
    L’indignazione può essere anche viscerale, ma non necessariamente. E che lo sia, eventualmente, non giustifica gli eccessi. Per altro, non a caso, è sempre più viscerale e sempre meno razionale, oltre che ragionevole cioè appunto motivata, a me pare.
    Il buonsenso, in questa storia, c’è entrato molto prima che discutessimo di come sono o non sono state le reazioni. E no, come già detto anch’esso ha una sua oggettività. Se poi tu sei convinto che io ragioni vedendone laddove piace a me e non vedendone nemmeno un po’ laddove ci sono posizioni che non mi piacciono, a pelle, non posso che ribadirti che è vero il contrario. Inutilmente, ma tant’è.
    Ciò che non posso fare, cioè non voglio, è fingere che non vi sia chi ha ragione e chi torto, chi comprende le cose in maniera aderente alla realtà e chi la travisa, dei fatti oltre che delle mere opinioni, alla fine dei conti tutte insindacabili ed inattaccabili fuorché quelle dominanti.
    “Logicizzare il sentimento”, un’espressione che tornerebbe utile, credo, a Claudio. Sorrido. Per quanto mi riguarda, questa è una scusa buona per chi vuole “indignarsi” (ma magari non sa neppure cosa ciò significhi) senza venir ripreso e limitato.

    È un giudizio di valore, […] tutte queste cose non sono lì a mostrarsi nella loro oggettività: tutti quei termini sono molto soggettivi, prendine atto.
    Certo che è un giudizio di valore. Si può dare un giudizio di valore proprio perché esiste un’oggettività, al contrario di quanto affermi.

    È una frase che suona identica a “che mangino brioches”. E così è stata, giustamente, intesa. Anche la ragionevolezza di cui dici può essere spocchiosa. In ogni caso, Barilla invita a non comprare la sua pasta se non piace la sua comunicazione. Benissimo, se è ragionevole quello che dice, fa fatto. E così è stato.
    E’ una frase comune, tolti i sostantivi specifici qui usati. Dunque non suona come nulla. Infatti non ha nulla di imperativo, e questo come detto lo si evince dai toni, dalla rapidità dell’eloquio, ecc, dunque non è spocchiosa.
    Confondi il ragionevole con il consequienziale, per giustificare una scelta, ancora una volta, legittima ma posta su basi di aria fritta.

    Parte offesa? Da cosa, di grazia? Non era diritto del consumatore bla bla bla? … ecc.
    Tutto il paragrafo mi dice che non hai compreso cosa io intenda, nè per offesa, nè per stupidità, e via dicendo; noto che ti interessa in particolare l’individuazione del ruolo di pura logica commerciale interno alla vicenda.
    E’ più che legittimo, ma sposta continuamente il discorso verso considerazioni che non sono per me centrali ed alle quali ho, comunque, già risposto.
    Passo oltre.

    Però ti meravigliavi del rapporto produttore-consumatore nel contesto della comunicazione pubblicitaria…
    Non mi “meravigliavo” (che significa, di grazia?), esprimevo un pensiero preciso.
    Ho sostenuto che questo rapporto non sia centrale nella reazione che si è verificata e di cui io ed altri stiamo parlando, non che non esista nè che non vi fosse, nelle parole di Barilla, alcun intento commerciale, idea che tu invece mi attribuivi.
    Che devo fare, mettermi a riproporre l’intera successione della discussione ed arrivare al “l’ho detto prima io”? Diamine, finiamola qui.

    Io credo che il consumatore ragioni così: […]
    Anche a tutte queste considerazioni ho già risposto: tutto il discorso sulla genuinità e sull’opportunità discende da come si legge quella dichiarazione.
    Vale anche per il paragrafo successivo, che ti rettifico solo in un punto: parli di chiedere a Barilla coerenza senza fine, cosa che io non chiedo e della quale ho parlato in altri termini, che restano validi a prescindere da ciò che è seguito (scuse, ecc.).

    È disonesto che tu mi risponda mettendo parole come “indubbiamente agisca per calcolo”, perché io non l’ho mai sostenuto, ho detto che “tu non puoi nemmeno sapere con certezza” se ha agito per calcolo e fino a che punto.
    Ho espresso un dubbio legittimo, un dubbio corroborato dalle dichiarazioni di Barilla ex-ante ed ex-post la polemica.
    Dubbio corroborato, se l’italiano è ancora valido, significa che non è certo che Barilla abbia parlato a cuore nudo e nemmeno che che sia tutto un calcolo.

    Che “Guido Barilla è stato interpellato in radio in qualità di proprietario della Barilla”, e “questo implica che non si può prescindere dalle strategie comunicative tipiche del commercio”, l’hai scritto tu. Ed io lo condivido. Dopodiché ho portato oltre il ragionamento, parlando in prima persona (e non puoi dunque tacciarmi di averti messo in bocca alcunché), soprattutto per chiarire molto bene che se affermo che in quell’intervista c’è (anche) una persona, non significa come tendevi a concludere che non considero adeguatamente questa particolare realtà e questo aspetto della vicenda.
    Ma mi fa piacere che tu domandi se l’italiano è ancora valido: se lo è per le tue e mie affermazioni, lo è come io sostengo anche per quelle di Barilla e per quelle di ogni singolo commentatore della faccenda.
    Ergo, ancora una volta, esiste un’oggettività rispetto al fatto primario, che è un fatto di parole e concetti.

    Qui l’antitesi non c’entra. Il ragionamento aziendale che Barilla ha fatto è quello dei costi e dei benefici.
    Del ragionamento aziendale s’è detto più che in abbondanza. Ma questo non invalida ciò che ho detto, nè rende inutile riaffermare che esso non si contrappone all’etica.
    Io dico che non c’è per forza antitesi tra opportunità aziendale e pensiero personale (che comunque, torno a dirlo per la millesima, non mi risulta sia stato espresso), tu dici che questo non c’entra dopo aver scritto a destra ed a manca che Barilla non avrebbe dovuto confondere i piani danneggiando l’azienda con idee tutte sue.
    Direi che ti contraddici.

    Ma poi, il buonsenso è qualcosa di molto approssimato, non è granché chiaro cosa significhi e se sia davvero possibile metterlo in pratica in modo univoco. Più che uno strumento, sembra un vago indirizzo se non addirittura una parola retorica. Non basta affastellare nella sua definizione concetti altrettanto sfumati per cristallizzarlo in una luce distinta.
    Vedi sopra. Ho scritto scorrendo la pagina un po’ alla volta, leggo ora cosa ne dici.

    Visto che Barilla non è costretto dal dio del commercio, come si fa a dire che è stato costretto da qualcun’altro a scusarsi?
    Si fa, perché ciò che io ho scritto ed hai riportato è parte di una riflessione generale sul commercio, mentre la tua risposta si rifà a qualcos’altro, ben specifico.
    Non confondere i piani: ho d’altronde ben detto che Barilla era libero di comportarsi diversamente, e che però questo non cancella la pressione, ingiusta poiché nata da un’errata lettura delle sue parole.
    C’è in ogni caso una perdita (termine, come offesa, che adopero in senso neutro, perciò non tornare a parlare di commiserazione del povero Barilla): o perde clienti ribadendo quanto detto, o perde in dignità accettando l’ingiusta critica – che poi umanamente ne soffra o meno: pesa anche questo nel computo, ma non ne possiamo dire e non ne ho tenuto conto. Figuriamoci, se no che sentimentale sarei…

    … avere un buon senso della complessità del reale significa proprio non adagiarsi sullo stereotipo del commercio che può solo, per natura, essere fondato sul profitto (non solo monetario) quale unico valore.
    Schematizza, e stereotipizza per converso chi, come me, sostiene che qualunque attività umana può essere connotata da una moralità diversa.
    A volte il cinismo può trasformarsi in fatalismo.

    Poi mi leggo il link.
    Ora, abbi pazienza, ma dammi un buon motivo per proseguire questo confronto; oppure chiudiamolo.
    Per discutere occorre non certo avere idee uguali o affini, si dice anzi (ma non ne sono del tutto convinta) che l’inverso sia preferibile, ma conviene almeno non averne di incompatibili.
    Le nostre prospettive, i nostri orientamenti di fondo lo sono.

    Ti premuri di attutire il colpo nel dirmi che non posso nascondere troppo oltre l’ipocrisia, quando di ipocrisia non v’è traccia.
    Se questo dipenda da un tuo utilizzare una chiave di lettura errata della mia persona e del mio pensiero, oppure da una tua invece che mia ipocrisia (direi però piuttosto: autoinganno), non so.
    Anyway, non ci siamo.

  11. Cecilia, a mio modo di vedere, il tuo approccio alla vicenda, anche se parte da un fatto, è eminentemente morale e quasi irrevocabile nel suo giudizio, il post lassù è princilpalmente questo. Per me, sono abituato a fare in modo differente, a prediligere l’analisi sul giudizio. Facci caso, nei tuoi commenti c’è una sovrabbondanza di aggettivi moralmente carichi che nei miei sono invece poco rappresentati. In ciò, mi trovo confortato dal fatto che gente più esperta di me ha evitato di buttarla troppo sul facile giudizio morale e si è concentrata su ciò che è meno opinabile. Non dico che la vicenda non abbia un aspetto di rilevanza morale, ma se questo è il prodotto di un’analisi sbilanciata, dove il preponderante diventa secondario e vice versa, ebbene, il giudizio non sarà particolarmente veritiero.

    Non sono d’accordo, per quel che vale, con molto di quello che hai scritto sopra; altre cose proprio non sono riuscito a decifrarle, mi pare ben strano che la vicenda abbisogni di complicatissime concettualizzazioni per spiegarsi e che queste necessitano di tortuose circonlocuzioni. Non replico oltre, non so darti un buon motivo per proseguire se non quello per cui conviene evitare di essere fraintesi e spiegarsi meglio. Ma non stiamo proprio parlando entro un medesimo canale interpretativo, perciò è inutile. È andata così, abbasta.

  12. Innanzitutto mi scuso per i numerosi refusi, in particolare per le negazioni mancanti che incasinano tutto: ci tenevo a commentare prima di uscire, ma forse avrei fatto meglio ad attendere.

    Un’irrevocabilità esiste senz’altro, non però nel mio giudizio, piuttosto nelle parole dette, sia quelle incriminate sia quelle che le contestano qualificandole come odiose. Il mio giudizio non è che una conseguenza di questo.

    Eminentemente morale? No.
    E’ primariamente un’analisi, per quanto brevissima (nel post) di meri fatti.
    Così nei commenti, assai più lunghi.

    Se ne poteva fare a meno, tagliare molto, da parte di entrambi: a questo proposito, visto che parli di “complicatissime concettualizzazioni” e “tortuose circonlocuzioni”, che tuttavia denunci soltanto dopo averle minuziosamente controargomentate, devo portare alla tua attenzione come il primo commento lungo e nutrito sia stato il tuo, al quale io per carattere non ho saputo replicare se non accuratamente; e come sia stato tu a travisare più volte, trascinare questioni che potevano risolversi in un “la pensiamo diversamente” molto prima, costringermi – eh, sì – a scegliere tra dilungarmi per risponderti, e rispondere a chiunque legga, in maniera decente, opportunamente evitando di lasciare dei fraintendimenti in giro come ben scrivi, oppure lasciarti imperversare senza freni dopo averti dato la stura, disinteressandomi.
    Io sono prolissa, sono complessa – ma non sei tu a compiacerti di sottolineare la complessità del reale? E dunque rendiamole ragione! -, complicata e tortuosa no. Non in questa circostanza, per lo meno, nella quale ho avuto cura di rileggermi sempre.
    Oserei ipotizzare, come Berlicche, un tuo – consapevole o meno – arrampicarti sugli specchi: ti fai rincorrere lungo un dialogo che finisci per rendere ben poco agevole, e quando si va in stallo tocca all’altro il ruolo di “asino”.
    E’ un film che ho già visto, e pure in replica. Non è il caso.
    E’ andata così [cit.], buonanotte.

  13. Cecilia, non ti ho rimproverato neanche una volta di aver scritto lungamente né di essere prolissa. Però scrivi come se l’avessi fatto. Come mai?
    Non ho detto che tutto quello che hai scritto contiene “complicatissime concettualizzazioni” e “tortuose circonlocuzioni”, e comunque mi riferivo al tuo (pen)ultimo commento. Se ti va di saperlo, le frasi oscure sono queste:

    Il buonsenso può essere ciò che ciascuno, personalmente, ritiene tale, ma esclusivamente entro ben determinati confini. Come d’altra parte ogni concetto… cercare di impedire di definirlo e indicarlo è un’operazione o estremamente folle o estremamente meschina.

    La risposta è tanto semplice quanto inequivocabile: chiunque condivida con la comunità umana questo concetto culturale, e l’abbia correttamente interiorizzato o assimilato nel caso provenga da una cultura cui non appartiene.

    I singoli dati, purificati e protetti da qualsiasi lettura dell’evento reale, sono spazzatura. Così pretendere che nessuno abbia la chiave per interpretare un’idea o un fenomeno non protegge la realtà dagli abusi, la mortifica soltanto.

    Prima ancora, si è avuta una dimostrazione di quanto la logica, l’intelligenza e la coerenza anche solo linguistiche minime si rivelino mancanti. Ovvero, di quanto una forma di buonsenso indispensabile a dare senso ai rapporti, e dunque all’esistenza stessa, sia carente.

    Malgrado l’articolazione, non sono riuscito a cogliere un meglio definire ciò che chiami “buonsenso”, non solo è ancora vago, ma è più oscuro di prima, è ancora troppo arbitrario questo buonsenso. O gli lasciamo tutta la soggettività che, giustamente, gli è propria (il che non vuol dire che sia tutto un parlare slegato dalle cose, neanche l’opinione lo è) o del buon senso si mostra tutta l’oggettività di cui è capace. Be’, se è quello che volevi fare, proprio non capisco cosa hai scritto, a questo punto. Sarà un limite mio.

    Tu ora evochi le solite esternazioni di Berlicche, esternazioni che lui non sa mai giustificare, che asserisce solamente e che per questo considero di scarso interesse. Se tanto mi dà tanto, devo concludere che anche questa tua asserzione ha lo stesso valore. Mi hai chiesto tu di darti un buon motivo per proseguire la discussione, e non te lo so dare. Questo è arrampicarsi sugli specchi? Se vuoi posso mettermi a risponderti punto per punto. Ma allora perché chiedermi un buon motivo per farlo, dal momento che se non te lo so dare mi starei arrampicando sui vetri? Non mi piace il gioco delle tre carte.

  14. Cecilia, non ti ho rimproverato neanche una volta di aver scritto lungamente né di essere prolissa. Però scrivi come se l’avessi fatto. Come mai?
    Non ho detto che tutto quello che hai scritto contiene “complicatissime concettualizzazioni” e “tortuose circonlocuzioni”, e comunque mi riferivo al tuo (pen)ultimo commento.

    Non solo non ho sostenuto che l’avessi fatto in modo esplicito, ma neppure lo ho, nel modo più assoluto, sottinteso. Di nuovo è questione di italiano. Ho riportato i termini da te usati, sostenendo che ti sbagli a pensarmi tortuosa e complicata, e poi – in contrapposizione ad essi, chiaramente affermando ciò che io penso di me stessa – proposto quegli altri: prolissa e complessa.
    Accusa campata per aria.
    Inutile per altro arrivare soltanto ora a dirmi che quegli aggettivi si riferivano ad un singolo commento, dopo averli riferite a come tratto la vicenda: o circoscrivi la cosa prima, o prendo per buono, nonostante tutto, ciò che affermi. Non sei credibile – e se questo, come il mio dire che ti sei più volte arrampicato sugli specchi pur di controbattere, persino sostenendo prima una cosa e poi l’esatto contrario come nulla fosse, ti appare come una prova che non ho argomenti; hai un problema.

    […] le solite esternazioni di Berlicche, esternazioni che lui non sa mai giustificare.
    Libero di sostenerlo. Che cosa desideri, qualche reperto fisico come in CSI? Per la verità – che siano condivisbili o meno, in genere trovo lo siano – Berlicche ti indica in modo molto preciso e per nulla vago le tue affermazioni ed i tuoi atteggiamenti che lo portano a dir così.
    Dal momento che non hai mai accettato di ammettere nulla, neppure quand’era palese, delle tue incoerenze, perché dovrei mettermici io che ho ad essere ottimisti la metà dell’abilità dialettica sua e degli altri che normalmente commenti?
    La motivazione, la “giustificazione” l’hai avuta da me e da loro con la giusta evidenza delle cose dette; sostenere che non abbia valore ti rende ridicolo, ed un esempio di quello che accusi gli altri di essere, cioè arroganti. Non posso fare anche la tua parte, che è eventualmente di riconoscerla.

    perché chiedermi un buon motivo per farlo, dal momento che se non te lo so dare mi starei arrampicando sui vetri? Non mi piace il gioco delle tre carte.
    Per il motivo più ovvio, normale, e di buonsenso che esista: ti ho invitato, se c’era, a farmi notare una ragione per continuare che non avevo considerato. Nessun sotterfugio.
    Non ti stai arrampicando sui vetri perché non mi sai dare un buon motivo per continuare, ammettendo che il mio invito a suggerirmene uno fosse del tutto retorico, e non lo era. Mi stavo riferendo a tutta la nostra discussione, e l’ho detto chiaro, pertanto non puoi pensarlo.
    Lo fai perché, consapevolemente e volutamente o meno, incasini il discorso e pur di tenerlo in piedi, di seguito, ti tocca fare capriole, come detto in casa del solito Berlicche. Che cito perché sto leggendo il suo post relativo allo stesso tema, come sai, semplicemente.
    Il gioco delle tre carte è tua prerogativa, non mia. Continuare ad asserire l’inverso ogni volta che ti replico non servirà a cambiare le cose. E mo’ torniamo a non scriverci. Vale anche per questo ultimo commento: ulteriori risposte verranno cestinate; preferisco usare bene il mio tempo.

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