Considerando Barilla, 2

Dicono che la famiglia Mulino Bianco (che non sapevo esser parte della Barilla, ora lo so) non esista.
Ohibò. E allora, finora, dove mai ho vissuto io?
Come, come, la famiglia Mulino Bianco (e, aggiungiamo, la famiglia Barilla, quella rappresentata in pubblicità) è troppo perfetta, non passa mai guai, non s’ammala, non litiga, non… e non sarebbe dunque realistica?
Ah. Io però credevo, ho sempre creduto, che le “famiglie MB / B” fossero non quelle in cui non succede mai niente di brutto, ma quelle che si vogliono così bene, veramente bene da riuscire a superare tutto quello che di brutto gli succede. E siccome in uno spot TV il tempo è rapido e si può far vedere poco, s’è deciso di mostrare solo il meglio. L’essenziale, quel che conta. Condensare il racconto.

conchiglie rigate colorAlberto Contri, presidente di Pubblicità Progresso (il solo) e docente di Comunicazione sociale (uno tra i tanti) allo Iulm, specifica che «la tanto vituperata famigliola sempre felice non descrive tutte le situazioni esistenti».
Mi sembra naturale. Dobbiamo per questo considerarla irrealistica?
Fatemi pensare: mi capita talvolta di fare colazione con biscotti, di farla quasi tutte le mattine. Non la faccio nello stesso orario di mia mamma, che è più mattiniera, ma di fatto mentre lei mangia io le ronzo attorno tra bagno e camera, e passo senza fallo a salutarla, mentre io mangio lei traffica in cucina, e siamo sotto i rispettivi occhi. La conversazione è minima ma, come sa chi frequenta questo blog da un po’, unicamente perché non si possono fare lunghi discorsi con una persona sorda, che non conosce altri linguaggi. Non vivo in un mulino, ma potrei, e magari in futuro lo farò. Non ho nemmeno una casa distante da tutto, immersa nella campagna (che non necessariamente sarebbe un bene), ma godo senza problemi dell’abbondante verde che circonda la nostra.
Questo per ciò che concerne l’immagine.
Ma proseguiamo, nel senso della famiglia per definizione perfetta, che significa felice, unita, non priva di problemi. «Lo stesso avviene per ogni spot, che per definizione ti deve far sognare… certo per vendere la pasta non metti due coniugi che litigano separandosi», fa notare Contri.
Come dire? Gli esseri umani preferiscono puntare al loro meglio, pur con la consapevolezza dei loro limiti. Far sognare fa vendere, certo; e per la malizia di molta pubblicità m’arrabbio non poco. Ma sognare, in sè, è bene: le favole del biscotto più buono del mondo o della pasta che non scuoce sono, a mio modo di sentire, più deplorevoli dello sprone ad essere migliore come figlia, nipote, amica. Ad essere presente alle colazioni, anche se non tutte, determinata a fare una vita più sana, a portare più spesso il sorriso e lo sguardo sull’altro.

Al di là di ogni possibile commento sulla percentuale e la rilevanza sociale delle coppie omosessuali presenti in Italia, nonché sulla tipologia e marca di pasta da queste portata a tavola, delle quali mi disinteresso nella maniera più assoluta; vorrei solo ribadire in conclusione, facendomi prestare le parole da questo Contri e da Tempi: la famiglia del Mulino Bianco esiste. Rappresentarla è peccato?

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