Intellettuale, intelligente

Gli intellettuali (spesso, come uso dire di me stessa, degenerati in intellettualoidi) proliferano, gli intelligenti (ormai quasi del tutto sovrapponibili ai saggi) scarseggiano.
Vi parrà una frasetta retorica ma, anche questo l’ho scritto a qualcuno di recente, la retorica (quella da nonni, non quella da giornalisti) è talvolta l’unica parola valida.

Ho letto pochi giorni fa un pensiero a proposito di una certa professione, e della professionalità in generale.
Non voglio riprenderlo nel merito, ma siccome la questione della professionalità mi importa moltissimo, stimolata da un brutto fatto di cronaca stasera appena prima di tornare al pc ho pensato qualcosa anch’io:
che la professionalità è fatta sì di un deposito culturale-intellettuale condiviso, e non aperto a quello che si chiama “uomo della strada”, ma è fatta anche ed anzi soprattutto dalla responsabilità; non meno umana che disciplinare.
Non è (solo) un’idea mia, è scritto in ogni codice deontologico io conosca.

Direi, immaginando scenari radicali (o forse non troppo…) che il concetto, l’essenza stessa della professionalità sopravvivono anche se la custodia esclusiva del sapere viene un po’ meno (tra parentesi: mi sarebbe piaciuto, era un’opzione, scrivere una tesi sull’evoluzione della comunicazione al pubblico del sapere scientifico, in particolare medico). Non viceversa: la professionalità è direttamente proporzionale al grado di responsabilità assunto da singoli e sistemi; sempre.
Ma se la responsabilità disciplinare viene meno con il venir meno dell’esclusività del sapere, così non è per la responsabilità umana: questa resta salda, talis qualis.

A questo punto chi passasse di qui per caso e non mi conoscesse potrebbe pensare che, forse, io stia fra coloro che si battono per l’abolizione degli ordini professionali.
In effetti va precisato: al contrario, io accoglierei con favore (non dico auspico: è improponibile) che in ogni università e di seguito in ogni ordine tornasse a vigere, pur con tutti gli umani difetti, la meritocrazia: non quella farlocca fatta di qualunquismo e solidarietà maccheronica, quella vera che prima di qualunque giudizio positivo, allo studente come al professionista iscritto, pretende da loro tanto impegno quanta dignità.
Tradotto: vorrei quell’università, e quella professionalità, che io non ho visto e sperimentato ma solo sfiorato, in alcune fortunate quanto inconsapevoli occasioni; quella ante-’68. Vorrei l’aristocrazia del sapere: forse meno progredita, forse più superba (forse), ma che ancora si rivolgeva all’uomo e non lo scambiava per merce.
Fatta di uomini che, se si stufavano a legger libri seri, non venivano eletti leader ma compatiti.
Che avevano il senso del dovere, non solo del diritto.
Che le competenze le agivano, invece di impararle a memoria.
Intelligenti, capaci di scalare le vette, non intellettuali da salotto, da slideshow.

Vi sembro vecchia?
Non saprei, è da discutere.
Comunque, al prossimo giro o voto il re o non voto affatto.

grande-corona-per-la-progettazione-di-araldica

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