Chirurghi col colletto

In un precedente post avevo paragonato il sacerdote ad un medico, per diversi motivi, il più importante dei quali è senz’altro questo: che, similmente a Cristo (e non per mera imitazione ma perché in particolare modo e misura assimilato a Lui) è un “curatore d’anime”.
Come intuirà immediatamente chi con i medici ha a che fare in maniera non occasionale nè superficiale, il loro primo pregio (e dovere, oso dire), quando valgono qualcosa, è quello di saper ascoltare.

E saper ascoltare, più ancora che guidare, è anche il requisito primo di un buon confessore, dunque di un sacerdote sì, ma facente una funzione precisa.
Che io paragonerei, stavolta, non ad colloquio col medico di base ma ad un’operazione chirurgica.
Per quel poco che ne so, mi pare che un confessore faccia la parte del chirurgo; anche se l’esempio è imperfetto o comunque andrebbe ben spiegato, in quanto nulla dell’anima viene perso – mentre rispetto al nostro corpo fisico di perdite, sezionamenti e ricostruzioni facciamo esperienza eccome.
Un chirurgo perché la mia prima confessione (non in assoluto, ma dopo parecchio tempo) mi ha lasciato una sola, ma forte sensazione: quella di essermi  sgravata. Non di un neonato, chiaro, anche se immagino che se ben fatta e regolare la confessione possa rappresentare ogni volta un po’ una nuova nascita; ma di un tumore – metafora brutale, eppure la userei volutamente anche e soprattutto con chi ne ha avuto uno.

bisturi 2

Infatti si può capire che ammettere i peccati davanti a Dio non equivale ad averli rimessi; pensando che è come asportare un tumore (ammissione privata) senza verificare i linfonodi sentinella (remissione operata per tramite di un sacerdote). L’anticamera di un disastro di proporzioni epiche.
Ed è solo un palliativo confessare un peccato “grosso” (T zero), magari una tantum, quando l’organismo è pieno di metastasi che spesso neppure individuiamo. Non solo non dà la pace, ma porta facilmente alla deriva.

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2 thoughts on “Chirurghi col colletto

  1. Più di quanti tu non immagini, Diego, ma qui mi fermo subito onde evitare di uscirmene in un mea culpa esagerato e pubblico, cosa che non si conviene; al di là del fatto che alcuni miei peccati piuttosto grossi, di fatto, pubblici lo sono già da tempo (e non per avventatezza, ma perché ho liberamente parlato di me stessa).

    Mi fa piacere che il mio viso ispiri fiducia – chissà, azzardo: magari anche un barlume della bontà mia attuale e quella che fu di tutto il genere umano -, però questo è giusto uno degli errori più comuni: il pensare, “in fondo cosa può / cosa posso aver fatto di tanto grave?”.
    Se gravità nei propri atti non c’è, tanto meglio; ma del tutto esente dal peccato non è nessuno – purtroppo.
    Meglio abituarcisi, e capire che esiste una disciplina dello spirito così come del corpo (le quali a volte vanno pure a braccetto, anche se certo essere di spirito sano non significa mortificare senza scopo il corpo).
    D’altra parte capisco che tu, avendo una diversa idea delle cose (come pure l’avevo io, pur essendo cristiana, prima di fare questo passo) possa non cogliere il quid di tutta la faccenda.

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