Lettere, numeri ed eterne diatribe

Mafe de Baggis intitola un suo articolo su Wired: Sicuri che leggere libri significhi essere colti?

La mia risposta, a caldo, è: no, perché ciò che si legge va anche capito, ritenuto, approfondito e rimesso in circolo. Tuttavia, se è vero che non tutti i lettori sono colti, è certo che raramente un non lettore lo sia.

Per quanto sia d’accordo con l’idea che…
quando commentiamo i dati Nielsen sulla lettura, magari correlati con i dati OCSE sull’analfabetismo funzionale, commettiamo un errore di comprensione: considerare cioè la lettura di libri come unico indicatore di salute culturale. È un ottimo indicatore di salute culturale di un paese, sia chiaro, ma non è l’unico.

… non ritengo di essere fra coloro che…
danno per scontato che chi non legge (libri) sia un decerebrato che passa il tempo in futili occupazioni, incapace di pensiero: ragioniamo ancora come se il libro fosse l’unica fonte di trasmissione e costruzione del sapere, sottovalutando tutto il resto.

Non mi interesserebbero l’antropologia, la linguistica, la trasmissione – appunto – del sapere; diversamente. Non avrei neppure immaginato di produrre una tesi sulla condivisione del sapere scientifico, altrimenti.
Ma, per quanto ogni disciplina al mondo abbia anche modalità peculiari per la propria trasmissione, le scienze (prendiamo la matematica, citata nell’articolo, o la fisica) non sono un mondo altro rispetto alla produzione libraria. Il libro non è un mezzo dedicato esclusivamente alla riproduzione della letteratura, ma un mezzo trasversale, universale.
Anzi, se rispetto ai contenuti del sapere umanistico e di quello scientifico sono esistite ed esistono differenze spesso cruciali, criticità (senz’altro culturali e non essenziali) talvolta irriducibili, fino ad alzare barricate tra questo e quello; rispetto alla divulgazione dell’uno e dell’altro mediante il libro (stampato o digitale, conviene precisare) ciò non avviene.
Il libro non è una via alternativa alla realtà, ma piuttosto una via alla realtà per eccellenza, privilegiata.
Non la sola, ma una migliore di altre, a fianco dell’osservazione diretta (ottima, ma meno fruibile).

reading mindIl famigerato (e utilissimo) rapporto OCSE scrive: “Il nostro Paese si colloca all’ultimo posto della graduatoria nelle competenze alfabetiche (literacy), anche se rispetto alle precedenti indagini OCSE la distanza dagli altri Paesi si è ridotta. Inoltre l’Italia risulta penultima nelle competenze matematiche (numeracy)”.

A questo proposito, mi sento di citare il fisico (e docente) Carlo Bernardini: “[…] bisognerebbe finirla con le ipocrisie e dichiarare che chi vuol capire deve ricorrere al linguaggio appropriato per farlo; oppure, senza che questo appaia arrogante, ricorrere a chi possiede professionalmente questo linguaggio […]”.
Parole che mi permettono di sottolineare due cose: la prima, che non suonerà certo nuova ai miei lettori, è che per me insindacabilmente dev’essere il lettore, il pubblico ad adeguarsi (quando non propriamente elevarsi) al livello sia lessicale sia culturale dell’autore, non viceversa (farsi capire non significa lasciarsi svilire!), la seconda, che non va neppure confuso il linguaggio tecnico con il supporto a quel linguaggio.
Non a caso, la riflessione di Bernardini, tratta dalla sua “Prima lezione di fisica” edita da Laterza, l’ho colta da… un libro.
Sfido chiunque a trovare una persona genericamente brava in matematica che non si sia a suo tempo dedicata (volentieri o meno) a risolvere equazioni su un libro di testo. A meno di non essere ereditieri, e potersi permettere insegnanti personali (per altro abilissimi comunicatori e narratori), il passaggio è obbligato. E questo è solo un esempio.

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3 thoughts on “Lettere, numeri ed eterne diatribe

  1. Dovremmo anche capirci sul significato della parola libro e sulle potenzialità culturali del libro in senso lato. Io ho in casa un gran numero di libri, ne ho letti la stragrande maggioranza, ma per diversi anni (anni di voracità letteraria assoluta) mi sono limitato alla produzione di romanzi di genere. Thriller in modo particolare. C’erano dentro capisaldi del genere, e posso dire di essere abbastanza ferrato ora sull’argomento. Ma questa è cultura? Non nel senso alto che si intende quando si cerca di stabilire delle classifiche come quelle citate da te. Che purtroppo si basano sulla quantità di libri venduti, senza distinguere fra generi e titoli ovviamente. Chiaramente non voglio dire che ci sono libri buoni e libri cattivi. Tutte quelle mie letture sono state comunque una palestra importante per me, che oggi posso affrontare libri diversi, più…. ‘colti’ (passami il termine) con maggior interesse e preparazione. Dunque secondo me l’equazione libri=cultura funziona fino a un certo punto.

  2. Non conosco i criteri secondi i quali vengono stilate le classifiche Nielsen ed OCSE.
    Ma c’è una piccola confusione in quanto scrivi: si occupano di cultura “alta” oppure, al contrario, non fanno distinzioni qualitative? Non è ben chiaro.
    Da parte mia, pur non equiparando un saggio di un certo livello all’ultimo romanzo chick-lit uscito (tanto per capirci), considero cultura tutto quanto, ad eccezione degli scontrini della spesa (nei momenti di disperazione, leggo anche quelli, preferibilmente sul wc).
    Torno a quanto scrivevo all’inizio: sì, lettura equivale a cultura, naturalmente con esiti diversi tra lettore e lettore; e contribuendo come tu stesso rilevi a migliorare quegli esiti con il tempo e l’impegno.

  3. Vorrei precisare un’unica cosa: la mia affermazione “considero cultura tutto quanto” non è da leggersi (solo, nè principalmente) in senso antropologico, cioè nel senso che ogni espressione peculiare di una determinata civiltà, alta o bassa che la si voglia ritenere, entra nel bagaglio di quanto interesserebbe a un etnografo.
    Intendo proprio dire che, pur con tutte le differenze e le note a margine, un romanzo nemmeno troppo bello ed un classico oppure saggio di alto livello hanno per me pari dignità culturale. E’ dai tempi del primo Moccia, in particolare, che ci rifletto, oggidì abbiamo Volo e nulla manca di stimolo per lasciarci andare alla tentazione di segregare la letteratura dalla (presunta) spazzatura.
    Il loro contenuto ha un valore, un peso ed un’importanza diversi; ma persino questo scarto trovo non decida che un nutrimento è valido ed un altro no. Purché nutrimento vi sia, per cominciare… ma è proprio questo l’annoso dramma, no? Qui non ci si nutre proprio. Ben vengano i romanzetti, se non se ne leggesse uno all’anno e li si usasse per costruire reti di significati che restano nel tempo.

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