C’è solitudine e solitudine

Potrà suonare come un fare le pulci a chi è più sfigato di me, ma pazienza. Me-ne-frego, come disse “lui”.

Il fatto è che, finora, ho sempre pensato che la solitudine fosse… beh, la solitudine. Quella lì. Una sola, riconoscibile.
Ed essenzialmente di ordine affettivo-sentimentale: essere soli, voce del verbo voler condividere la vita e non poterlo fare.
Invece, come accade a me, può essere che uno si senta – oltre, più che desideroso di compagnia – bisognoso di aiuto. Anche soltanto un po’, anche soltanto in certi frangenti (per esempio quando i dubbi amletici su un lavoro si accavallano alle complicazioni della imminente dichiarazione dei redditi, che a sua volta influisce sull’anagrafe dell’utenza in corso di compilazione all’ALER).
Ecco, chi vive solo (o peggio, chi ha qualcuno a carico, figli piccoli – genitori – nonni che siano) può capire benissimo a quale genere di solitudine, che talvolta rasenta e talaltra degenera in angoscia, mi riferisco. Gli altri, intuiscano quanto possono; magari immaginando cosa deve provare un piccolo imprenditore tampinato da Equitalia che non possa, se non in misura minima, spostare il peso… amministrativo? gestionale? anche quotidiano della vita su altri. E che, anzi, sia tenuto a portare su di sè pure qualcosa in eccesso.

E’ tutta una faccenda di misura, di pesi e contrappesi (Frankie Hi-NRG l’ha cantato proprio bene in quest’ultimo Sanremo).
E quando il peso è adeguato diventa stimolo, persino godimento: la bellezza della capacità, del saper sopravvivere e magari agire con criterio, l’entusiasmo che sopraggiunge allorché si mette ordine nella dolorosa burocrazia e nella necessità concreta con padronanza.
In una locuzione: il piacere dell’età adulta.
Così, il confronto con una persona opposta, che reclama un’appiccicosa attenzione e soprattutto – ahimè – è convinta che io abbia un tenerissimo bisogno di presenza continua, di supporto del genere “io e te sperduti nell’oceano”, dell’aiuto che si dà ad adolescenti ed infanti (come se, ad esempio, non avessi un’auto, non la sapessi guidare – e pure come dio comanda -, non avessi insomma indipendenza); tutto questo mi disgusta e mi fa capire che sì: c’è solitudine e solitudine.

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5 thoughts on “C’è solitudine e solitudine

  1. “Invece, come accade a me, può essere che uno si senta – oltre, più che desideroso di compagnia – bisognoso di aiuto. Anche soltanto un po’, anche soltanto in certi frangenti…”

    Non aiuta, non conforta ma, credimi, non sei sola in questo.

  2. Libera: hai letto la mia mail? Buon pomeriggio, considerata l’ora.

    Giuliano: aiutare non aiuta, ma confortare conforta, almeno un pizzico.

    Certo, vivere meno appesantiti sarebbe preferibile: c’è chi ci ha già pensato ed ha scelto di convivere con una persona che non è nè marito/moglie, nè fidanzato/a, nè aspirante tale; ma di fatto un supporto economico e logistico. Vicendevole. (Ovviamente non parlo di studenti fuori sede…).

  3. Vero. In questo caso, mi è stato reso chiaro empiricamente, se così si può dire, che non soltanto ci sono solitudini di diverso tipo, ci sono anche diversi gradi di maturazione nell’affrontarle, qualcuno direbbe “di coping”. Che non definiscono la persona matura o meno: riguardano esclusivamente come si riesce ad affrontare e gestire un proprio problema.

    Buondì Diego.

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