D’oh!sto

Durante una brevissima conversazione con un ragazzino circa tredicenne, che non si capacitava del fatto che suo fratello, a dieci anni, legga Dostoevskij; m’è uscita una chicca, tanto chicca che ve la voglio raccontare.
Nel tentativo di correggere la sua convinzione che nei romanzi del succitato (e, in particolare, in Delitto e castigo) ci siano “solo morti, morti, morti” da un lato e paranoici dall’altro (!), e che dunque l’autore sia morboso, ho messo insieme una frase che voleva essere il più terra terra possibile. Una cosa retorica ma sperabilmente efficace, tipo:
– Beh, non proprio. Non è che racconti certe cose tanto per fare, diciamo che va a scavare nell’animo umano.
Così, senza aggiungere commenti o trarre conclusioni. Al che, per tutta risposta, mi sono sentita dire:
– Ah. Allora è uno psicologo.
Pausa di riflessione, mia, e di attesa, sua. Poi, l’illuminazione, di nuovo mia.
– No. Fosse uno psicologo, mica sarebbe così bravo a scavare nell’animo umano. Anzi.

Lo psicologo, ahimé, è un tecnico. Spesso e volentieri un tecnico mediocre.
E noi spesso e volentieri gli mettiamo in mano, con delega in bianco di farne ciò che crede, una cosa tanto preziosa e complessa come la nostra vita.

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