Il ribaltone II

Concludo il ragionamento dell’altro giorno, poi passo oltre.

Scrivevo che mi occuperò del resto degli oggetti prima che di tutte le carte, per una questione di praticità e anche di maggior serenità nell’affrontare la quantità incredibile di documenti di vario tipo raccolti in casa.
Ma pensandoci mi pare che sia un altro il motivo fondamentale: occuparmi delle carte sarà il trampolino di lancio per un decluttering diverso, più immateriale: degli impegni, delle abitudini, delle relazioni. E quindi, per fare spazio ad eventuali salutari novità negli stessi campi.
Me ne sono resa conto con uno stupore un po’ sciocco se si vuole, considerata l’ovvietà del fatto: la Kondo non si interessa di decluttering immateriale. E’ chiaro, e lo racconta, che liberarsi degli oggetti migliora la vita – ma si limita appunto a questo, agli oggetti. Mentre da che l’ho approcciato, ho sempre incluso nel campo d’azione del decluttering anche tutti gli aspetti non prettamente fisici del vivere (ho avuto buoni maestri).
Aspetti fortemente impattanti sulla nostra esistenza – decisamente più di una casa strapiena: perché sono quelli che di solito andiamo a modificare, come diretta conseguenza e a volte senza averne l’intenzione, proprio svuotando quest’ultima.
Più tempo per sé e le persone care. Meno stress. Più chiarezza rispetto ai propri appuntamenti, obiettivi, mezzi. Meno grane. Più risolutezza, determinazione, ma anche pace interiore. Tanto per dire… lo sapete bene.

Perciò, ecco: voglio terminare con le carte, e in particolare i miei appunti personali, per ripartire di nuovo da lì e andare un po’ a cesellare il modo in cui mi sono organizzata – per niente male finora – la vita.
Tutto è in divenire, lo so. Intanto comunque, solo pochi anni fa, non avrei immaginato di poter godere di una vita “su misura”, a mia misura, anziché di una “standard”, guidata molto dal caso e dalla mia incapacità a dire di no e sapermi limitare – e poco, troppo poco dalle mie inclinazioni, dai miei bisogni, dalle mie scelte consapevoli.

Della semplicità che sto sperimentando attraverso il minimalismo sento di avere una necessità extra, a causa del mio disturbo ossessivo-compulsivo per l’ordine (che condivido con parecchie altre persone, in gradi diversi) e ancor di più a causa del facile affaticamento cui vado incontro con la malattia neurologica “di famiglia”.
Per questo lavorare così tanto e di fino sul decluttering, sforzarmi di ripulire la scrivania, la borsa che mi porto in giro, limitare il numero di oggetti che devo “gestire”, per non parlare delle commissioni – e a tal proposito, avere il più possibile una routine elementare: poche cose da fare, ricordare, poche novità di volta in volta – significa costruirmi una quotidianità sopportabile, prima che bella.
E per contro, vivere sull’onda del momento, circondarmi di persone e cose, iniziare o portare avanti molte cose insieme equivale a soffocare nel caos e nel disagio.
E’ solo una delle varie prospettive dalle quali mi capita di ragionare sul tema; il decluttering non è una terapia né viceversa una fissazione. E’, per usare un’espressione un po’ logora ma efficace, una filosofia di vita, oppure una ancor più neutra: una scelta di vita. Punto. Il resto si declina secondo il caso, la persona.

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