Mondo cattivo

Mercoledì scorso, nel pomeriggio stavo guardando l’edizione neozelandese di Masterchef (come a molti, mi piace da matti, specialmente l’edizione australiana: i concorrenti, i giudici, l’atmosfera sono estremamente equilibrati e pacati, di buon animo; a differenza che in Italia e soprattutto America: covi di competizione portata all’eccesso e cattiveria).
Una concorrente, arrivata all’eliminazione dopo una Mistery Box per lei molto dura, ha avuto l’ardire – o per meglio dire l’onestà spontanea ed ingenua – di ammettere che non era sicura di voler essere lì. Càpita, a chi è fragile e al contempo incapace di mezzi termini.
Ebbene, è stata immediatamente tacciata di non meritare il posto che occupava, di essere ingrata e mediocre, una pessima persona. Non solo: ad eccezione di altri due, tutti gli altri concorrenti si sono schierati – esplicitamente, con commenti aspri e forti – dalla parte dei due ragazzi che se la vedevano con lei per restare.

Io sto dalla sua parte, lo sarei stata anche se avesse ammesso non di essere incerta, in un momento difficile, ma di essersi resa conto di non essere la persona giusta per la gara.
Non perché mi piaccia stare dalla parte dei più deboli. Ma perché sono tra i più deboli: io avrei potuto essere lei pari pari, nelle emozioni e nelle reazioni, anzi sono lei, punto. Mi ci identifico in toto.

Ho trascorso una vita intera sapendo, e vedendomi rinfacciare, di essere l’anello debole di qualsiasi catena: gruppi sportivi (i pochi che ho sperimentato), equipe di lavoro (tutte), compagnie di amici (alcune).
Non è solo la consapevolezza dell’inutilità di cercare un lavoro “normale” che mi spinge ad evitarlo. E’ che non voglio passare la maggior parte della mia esistenza soffrendo nel tentativo di colmare le mie carenze, che non sono difetti di personalità ma difficoltà più profonde, in un vuoto e vano affanno.
Di dolore ne ho già avuto abbastanza, anzi troppo, perciò non andrò più a cercarmene altro in aggiunta a quello che non dipende dalle mie scelte.

Che valore ha, per il mondo – e perché no, per i medici, che devono stabilire se sei in grado di lavorare o meno – la sensazione, non l’impressione fugace e dubbia ma la sensazione netta e concreta di essere più tollerata che utilizzata, impiegata utilmente; più sopportata che apprezzata, in un luogo di lavoro?
Non sforzatevi: è una domanda retorica.

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