Pane quotidiano

Scaricate pure nel giardino, vostro immondezzaio personale, ciò che andrebbe raccolto nel sacchetto dei rifiuti umidi: ossa di pollo, patate al forno, carote, salatini (ma perché?…), nonché una pappa semiliquida bianca che sembra, ma soltanto sembra, vomito.
Non farò che munirmi di guanto e borsina e raccogliere tutto, anche sotto il vostro sguardo. E poi coprire ciò che resta e non si può nascondere col sale.
Gettate le vostre zucchine, i vostri fazzoletti, la vostra plastica ed i vostri scontrini nel retro del giardino, nel fosso, nel campo: io li farò sparire appena possibile.
Riempite la serratura del garage con la gomma da masticare.
Rompetemi lo specchietto laterale (per altro sinistro) dell’auto.
Smettete di salutarmi, o di parlarmi se io parlo con chi non vi aggrada.

Non potete comunque togliermi il mio pane quotidiano, ciò che mi tiene viva con gli occhi alla meta mentre nuoto in mezzo allo schifo, mentre vi abito accanto: i passeri ed i merli che seguo con il binocolo, quel bocciòlo di rosa (che pareva un fazzoletto) adagiato sull’argine di cemento. La teoria delle nuvole in corsa. La luna che può essere un ritaglio di carta, una palla di formaggio, una perla diafana.
E poi il piacere di mangiare pane e latte e sapere che anche solo questo mi basterà.

Confesso che è solo nel cibo che Lui mi ha dato e continua a darmi, che ogni giorno ricomincio a vivere con speranza […]
[Enzo Bianchi, in “Spezzare il pane”]

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