Pensare per immagini

Negli ultimi giorni ho visto il film prodotto per HBO, e interpretato da un’eccellente Claire Danes, su Temple Grandin. Conoscevo a grandi linee la sua storia per aver letto qualcosa a proposito del libro a lei dedicato da Oliver Sacks, Un antropologo su Marte, libro che per inciso non ho ancora avuto il coraggio di prendere in mano (vedere il film è stato difficile, ma più sopportabile).
Autistica, Temple presentava serie difficoltà nel comprendere il pensiero astratto, era invece abituata a ‘pensare per immagini‘, ovvero a incamerare una mole ingente di fotogrammi, in senso letterale, di ciò che le si parava davanti, ritenendoli nella memoria per lunghissimo tempo ed associandoli fra loro, o con le nuove immagini del mondo che momento per momento incontrava.
L’idea di pensare per immagini mi ha colpito, non tanto nella sua particolarità ed eccezionalità, quanto nel sollievo che – paradossalmente, in una società dominata dall’immagine – offre a chi come me vive di parole. (Non che quelle manchino nel quotidiano bombardamento mediatico, s’intende).

Al tempo stesso, ho avuto in lettura nell’ultima settimana Insegnaci la quiete, di tale Tim Parks – non lo conoscevo, ma mi pare sappia il fatto suo.
Si tratta di uno scrittore (romanziere, saggista, traduttore dall’italiano all’inglese e curatore di nomi come Moravia, Tabucchi, Calvino e Calasso); ma nel caso specifico di questo libro si tratta soprattutto di un uomo con dolori cronici, che lo spingono prima a dover ammettere di averne (sembra scontato: non lo è), poi ad esplorare tutta la gamma dei possibili rimedi offerti dalla medicina occidentale, e infine a dedicarsi alla meditazione.
Mi è piaciuto molto il suo avere un’impronta marcatamente scettica, e tuttavia lasciar trasparire nettamente un’onestà intellettuale e un approccio rilassato a ciò che non condivide, o condivideva: niente aggressività, niente rifiuti aprioristici, solo scelte ponderate e motivate. Chiaramente, l’avete capito, la sua posizione rispetto ad alcune pratiche (in particolare meditazione in varie forme e shiatsu) cambia, senza per altro, fatto raro, trasformarlo in un irriconoscibile illuminato.
Mi è piaciuto – anche – per questo, ma ciò che mi interessa ora e che voglio riportare qui è piuttosto la breve nota che precede il prologo:

Nel corso della mia malattia, e anche in seguito, durante la stesura di questo libro, ho passato molte ore a contemplare immagini. Tutto è cominciato da un’esigenza di chiarezza, dal desiderio di trovare una rappresentazione del mio malessere fisico, eppure sempre più spesso ho avvertito che dallo studio delle immagini – di qualunque genere esse fossero, illustrazioni, fotografie, disegni, dipinti – scaturiva un senso di sollievo, a lenire quel lavorìo di parole e preoccupazioni che mi tormentava. […]

Ecco, sollievo. Osservare in silenzio (un silenzio anche del pensiero, non solo della parola), far tacere la ridondanza in ciò che scrivo, progettare meno testi di ogni tipo.
Parks, negli ultimi capitoli, prima di arrivare addirittura a sentire il bisogno di smettere di scrivere, riconosce in sé un continuo, inarrestato e dannoso flusso di pensiero indirizzato non solo a ideare nuove e legittime opere, ma anche a sovrastare l’esperienza fisica, immediata e più o meno quotidiana del vivere. Un flusso di pensiero che lo porta – mi porta – più spesso del giusto a mutilare l’esperienza presente, si tratti di bere un caffé o assistere ad un evento storico, a favore del racconto, della narrazione futura che si potrà fare di quella stessa esperienza.
Occorre sollievo da questo.

Così il Palomar calviniano, il quale «sceglie di costruire un rapporto con il mondo limitandolo all’osservazione delle cose visibili», mi attrae.
Come mi attrae un possibile stile di scrittura non soltanto più sobrio, meno involuto, ma anche, quando mi riesce, che poggi su descrizioni più che su riflessioni e su elementi sensoriali più che su dialoghi.

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