Maiali

Quando vado a messa, non appena varco la soglia della chiesa e per tutto il tempo finché non ne esco, mi sento in famiglia.
E’ un sentimento che va al di là del grado di partecipazione che uno ci mette, sia nella funzione stessa che nella vita della comunità in generale.
Semplicemente io sono lì, e altri sono lì come me, ma non disgiunti da me: siamo insieme non perché a distanza ravvicinata in uno stesso luogo, o perché nomi su una lista di presenti, ma perché siamo parte sensibile di una stessa, unica cosa che ci comprende tutti. E ci supera.

A volte è una sensazione sfumata, appena percettibile e molto ragionata.
Il più delle volte è una materia densa e innegabile, ancorché invisibile; come  una boccata di ossigeno.
Poi ci sono quelle volte, sporadiche ma forti come un pugno dello stomaco, in cui ti senti sopraffatto; senti un’onda che ti sovrasta e sai che non puoi scappare – ma nemmeno lo vuoi. E più simile al galleggiare nell’utero materno che all’annegare.
Come in quest’ultima domenica delle Palme: nell’ombra della chiesa, tutti pigiati l’uno contro l’altro, eravamo esattamente come naufraghi riparati in una grotta, o gemelli sospesi nello stesso liquido amniotico – che poi è la stessa cosa. Davanti a me, un bambino abbastanza cresciuto tenuto in braccio dalla mamma, nella manina un maialetto giocattolo, di plastica. Mi sono venute in mente le parole di un recente editoriale di fra Fabio Scarsato, l’attuale direttore del Messaggero di sant’Antonio: siamo tutti un po’ maiali, agli occhi di Dio. E del maiale non si butta via niente. Non c’è una singola persona al mondo che agli occhi di Dio sia meno persona di altre. Ecco perché mi sento così al sicuro, qui dentro, mi sono detta.

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