Etichette

La gente mette etichette alle cose / così è più facile metterle in ordine dopo.
Una necessità, un meccanismo della psiche moralmente neutro.
Ma anche, a un livello meno astratto, un refrain sociale che ci porta a sfornare giudizi, incasellare, interpretare secondo schemi prestabiliti e spesso sommari.
Fin qui, anche i somari.
Ma se una persona la desiderasse la sua etichetta, e non potesse averla?
Che dire di chi non è riconoscibile, facilmente raccontabile, e quindi risulta poco gestibile?

Voglio la mia etichetta.
Voglio che quando spiego, per forza o per amore, cosa ho e cosa non funziona in me chi ho davanti possa assentire e pensare: “questa qui è rossa, bianca, verde, viola, è fatta così e non colà”.
Voglio una malattia chiara e semplice da comunicare.
Voglio un bollino del colore che vi pare sulla fronte, una sigla cool che va in televisione – SLA, DM, SM – e un pezzo evidente di me che va a ramengo: gambe che non camminano, terapie quotidiane con pillolone o iniezioni da mostrare al prossimo, i pallini rossi in faccia.

Riprenditi la mia mente eccellente ma inutile, oh Dio (buono).
Non servire a niente significa non essere servi di nulla, mi insegnano.
Ma è pesante, cazzo.

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4 thoughts on “Etichette

  1. Due parole, solo due, poiché non ho né il tempo né l’attenzione che una volta dedicavo agli argomenti più complessi.

    Ho letto il post che mi hai linkato, e l’ho trovato attinente oltre che ben scritto.
    E’ evidente però che, pur apprezzando lo sviluppo del pensiero di Sartre, non ne condivido la filosofia che confligge con il pensiero, e la vita, cristiani.

    Ritengo che il più delle volte non possiamo decidere a priori, utilizzando una morale “precostituita” come viene definita (ad esempio quella cristiana, appunto), non perché essa non sia adatta e sufficiente, ma perché non abbiamo abbastanza elementi per valutare una data situazione.
    Nell’esempio del ragazzo che non sa se partire per la guerra o restare accanto alla madre, possiamo intanto chiederci:
    a prescindere dal suo desiderio di vendetta, cosa pensa lui della guerra?
    ha mai messo in atto altre vendette, e come si è sentito al riguardo?
    sa che la madre ha solo lui e lo ama, ma sa anche cosa la madre direbbe se le esprimesse il suo dilemma?
    e via discorrendo.

    Sul determinismo psicologico e la responsabilità personale: non mi addentro in un discorso intricato, ma ribadisco senz’altro la mia posizione: ognuno di noi può e, se vuole vivere in senso proprio, deve usare della propria libertà ed assumersi le proprie responsabilità rispetto a quanto la vita gli pone davanti.
    Ma ciò che io leggo, qui, in Sartre non è altro che un’opposta schiavitù: se in teoria riconosce che, universalmente, l’uomo è sottoposto a dei limiti, di fatto conduce all’impossibilità di poter onestamente e legittimamente indicare cause terze responsabili delle proprie difficoltà o dolori, o anche semplicemente di un proprio stato o agito.
    Il dato oggettivo sembra esistere per lui solo per quanto concerne le circostanze esterne all’individuo, ma non per quelle interne.
    E anche a proposito delle circostanze esterne che ci obbligano (nel caso del mio post: l’ignoranza e inconsapevolezza di ciò che la malattia comporta), rivendico il mio diritto ad attribuir loro parte consistente e determinante della responsabilità del mio malessere, senza con ciò venir tacciata d’essere una rinunciataria che si crogiola nel lamento e nell’inazione.
    Ciò sia detto per chiarezza e in generale: la reazione più frequente al mio esternare sia le mie condizioni in se stesse, sia quanto mi pesa che non vengano comprese, è quella che ho descritto.
    Non ho idea se a te abbiano fatto pensare cose simili o per nulla, ma è a questa considerazione che mi ha condotto il tuo (interessante) post.

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