Diversa

Quando soffro per gli uomini indifesi,
non soffro forse per il lato indifeso
di me stessa?

[Etty Hillesum]

Ho una conoscenza intima e precisa degli effetti della malattia su di me, una conoscenza che travalica la scarna e rigida linearità di una diagnosi, di un referto fatto di cifre e tracciati.
Indicare il percorso di questo fiume carsico è di per sé difficoltoso, non c’è specialista che possa davvero intuirlo, per quanto clinicamente edotto ed umanamente empatico: gli strumenti necessari per poter osservare una vita scavata e fistolata da patologie aleatorie e bizzarre come questa non sono quelli della medicina.
Non lo sono per nessuna vita, per altro.

La solitudine è un perfetto esempio di danno collaterale gigantesco che devasta, ma nei computi delle commissioni non figura.
E non è che fare il nome del mostro in una conversazione informale sia tanto più utile: le persone comuni la vedono, giustamente, come una carenza temporanea, un vuoto in un curriculum altrimenti adeguato e non come una componente stabile della tua esistenza – spiegare che certe esperienze ti strappano al corso normale delle cose per sbatterti su un’isola per conto tuo non sortisce quasi mai una vera comprensione.
Chi non ha mai visto il mare non può immaginare cosa significhi non avere attorno che onde, e onde, e altre onde.
Si ricama, si lavora di metafore, si indora la storia per servirla a palati non abituati. Ma poi dietro, nelle cucine, restiamo noi soli.
E tra di noi diversi, scartati, che sia per malattia o povertà o altro, ci si fiuta a vicenda come cani. Ma di rado si parla: lo facciamo tanto coi normali, sempre sperando in un contatto, ma quando incrociamo due occhi come i nostri sappiamo, e basta. Come tutti i sopravvissuti di ogni epoca, ci ritiriamo nel silenzio.

Adesso so, quando sarà, che tatuaggio farmi: il codice della mutazione.
A differenza del nome di un fidanzato, non rischia di diventare storia vecchia: ‘til death do us part!
Devo solo decidere dove.

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