Sanior

Posso capire chi auspica che il voto non sia universale ma ad esclusivo appannaggio dei “migliori”, definibili tali per cultura ed esperienza.
Non condivido la prospettiva – per me, o democrazia piena, nella pienezza anche dei suoi difetti, o piuttosto ritorno alla monarchia sparata – non condivido ma capisco.
Non capisco e non tollero che si parli invece di “parte sana” della società e si fondi l’attribuzione della capacità di scegliere per il bene su categorie arbitrarie e disprezzate su base ideologica.

Scrivo questo perché pochi giorni fa sono incocciata in un’orrendo post su Fb, nel quale l’autore si diceva solidale con chi vorrebbe abolire il suffragio universale.
Ma non è questo che ne fa un post orrendo, naturalmente: quando leggo persone evidentemente disinteressate all’argomento che d’improvviso, in clima referendario, si sentono in dovere di informare il prossimo che secondo loro la società funzionerebbe meglio se marginalizzassimo il popolo bue (composto da chi voterebbe diversamente da loro), ecco, lì mi parte l’embolo e quasi quasi (ma solo quasi) darei loro ragione.
Scherzi a parte, credo nella democrazia, ma non mi scandalizza l’idea di una società altrimenti regolata; anzi.
Di storia non so nulla, ma so che sono esistite società fondate sul governo dei “migliori”. (Per riferirci al solo passato, dacché certe frange di pensiero esaltano fra l’altro il ritorno ad una sorta di impero cattolico dal pugno duro).
Mi pare che per alcune di esse – ma se sbaglio mi corrigerete – “migliore” coincidesse con “sano”, nel senso di incorrotto, aderente ad un sistema di valori preciso.
Così, su quest’onda, l’autore del (breve e incisivo) post conclude asserendo che a votare dovrebbe essere solo la sanior pars populi, escludendo con ciò nello specifico nostro:

“i non cattolici, i carcerati, gli omosessuali, quelli che danno scandalo, gli immigrati, gli assassini, i pervertiti, quelli che vivono in situazioni irregolari…”.

Io accetterei più volentieri, nel caso, d’essere governata da intellettuali-tecnici (ben sapendo che non è cosa di poco conto indicare quali persone possano rientrare in un’élite simile); oppure, assai preferibilmente, da aristocratici: ossia, in senso concreto e non etimologico, persone che assumano il potere per discendenza.
Dovessi rinunciare alla democrazia e alla meritocrazia, vorrei farlo a favore di un sistema che nella sua intrinseca ingiustizia e diseguaglianza sociale sia però fondato su un criterio terzo e neutrale, indipendente dalla linea morale dominante e svincolato dall’idea di una presunta superiorità.

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