Scienza democratica?

La realtà non è democratica, bensì – secondo Arendt – dispotica.
Sacrosanto concetto.
Ma la scienza non è e non può essere dispotica: è indagine e comunicazione della realtà da (relativamente) pochi a molti.
Si è liberi di credere che i “molti”, chiamiamoli cittadini nel nostro contesto, non avendo pari competenze rispetto ai “pochi” non debbano neppure avere voce in capitolo nella costruzione, nella divulgazione e nella critica della conoscenza.
Lo si può credere, inevitabilmente fallendo e tradendo la realtà, di nuovo.
Se la realtà non è democratica, la scienza non può essere altro che condivisa, partecipata e basata sulla consapevolezza che il suo pubblico di riferimento non è un soprammobile da posizionare a piacimento, ma un soggetto attivo e con ogni diritto di incidere, a proprio vantaggio o discapito, come preferisce sulle sue applicazioni.

Non si tratta di parificare opinioni e convinzioni personali a fatti e dati certi.
Si tratta di capire che la scienza non è un principio regolatore avulso dai valori e dalle impostazioni di chi la produce e chi ne usufruisce. Non nasce nell’iperuranio per esserci consegnata a scatola chiusa.
Mai quanto oggi abbiamo bisogno di tornare a distinguere e rispettare la qualità del sapere. Sempre, però, da padroni e non da servi idioti.

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