Iper-connessi, II

L’obiezione più comune, e a mio parere la più debole, quando si finisce a parlare di iperconnessione (e ci “si finisce” perché un po’ tutti, anche noi critici, tendiamo ad evitarlo: ne nasce l’imperativo a una lotta interiore) è quella secondo cui per ridurre gli aspetti negativi del nostro essere perennemente online, costantemente loggati basterebbe imparare a gestire la nostra presenza in rete, scegliere di staccarsene di tanto in tanto.
Ed è vero, è sacrosanto ed efficace.
Ma nella sua formulazione così generica, così splendidamente ottimista, una simile affermazione mi risuona della sinistra eco di un’altra notissima locuzione: “I mercati si autoregolamentano”.

Invece no.
E’ certo che al centro, finora e per ora, ancora al timone di tutto sta la nostra volontà, più o meno forte, variamente indirizzata.
Ma è la natura stessa della rete che tende all’accumulazione di detriti, tessere di un puzzle informativo in numero molto maggiore di quante non ne riesca a collocare in un quadro unitario.
E’ la sua stessa struttura che – in particolare nei social – impedisce una vera, decisiva ecologia del mezzo.
Nessuna misura, nessun saggio contenersi – per quanto auspicabile, utile e concretamente agibile – basta a parificare la connaturata tensione a seppellire l’uomo sotto il troppo, l’iperbolicità dello stare nell’Internet.
In parte non irrilevante per la ragione che la stessa mole di pesi, che quotidianamente rischia di sopraffarci (voci umane, radio, tv, attrattive da centri commerciali, incontri, impegni, affari, traffico…) qui si concentra pesante con la gravità di un buco nero.

La rete per definizione vive di relazioni, rapporti, interconnessione tra elementi.
E i supporti che la veicolano, gli smartphone soprattutto, sono pensati e costruiti perché una scelta sia, se non impossibile, svuotata dall’interno di significato.
Logica binaria: acceso o spento, tutto o niente. La possibilità di gradazione dell’uso è molto limitata, di fatto la scelta è tra includere o escludere dall’utilizzo personale non frammenti di proposte informative, ma interi pacchetti.
Se non voglio una valanga di messaggi e chili di orrendi allegati, devo rinunciare a WhatsApp. Posso selezionare e circoscrivere ogni opzione Facebook in senso restrittivo, ma la timeline resta il regno
dell’infinito boccone spinto a forza nel gozzo dell’oca.

Se in una giornata, trascorsa offline, leggerò un intero libro (in formato cartaceo), ascolterò un concerto, tirerò a lucido l’appartamento, farò tre telefonate e scriverò un paio di pezzi (a mano, su carta!); al termine sarò meno oberata mentalmente che da un’ora di navigazione – non ho inventato nulla: l’esempio mi viene dal mio scorso sabato.

Il silenzio di Internet ha un suo peso specifico enormemente più grande di quello di tutti gli altri mezzi sommati assieme.
E io voglio tornare a respirare, a imparare, nel silenzio.

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